Confessioni di una puntinista

E va bene. Lo dice anche Umberto Eco, nel Secondo diario minimo. Ovvero:

“Quanto siano sciagurati i puntini ce lo dice questa modesta serie di variazioni che raccontano che cosa sarebbe accaduto alla nostra letteratura se gli scrittori fossero stati timidi.
“Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene trenta anni le possette…parte Sancti Benedicti”.
“Laudato si’, mi’ Signore, per…sora luna e le stelle.”
“Come a la selva…augello in la verdura”.
“S’i fosse…foco, arderei lo mondo.”
“Nel mezzo…del cammin di nostra vita.”
“Santissimo e carissimo e…dolcissimo padre in Cristo dolce…Gesù.”
“Qual sulle trecce bionde ch’…oro forbito e…perle, eran quel dì a vederle.”
“Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior…brigante del mondo.”
E via via, sino a “L’anno…moriva, assai dolcemente” e “Io ero, quell’inverno, in preda ad…astratti furori”.”

Però l’antipuntinismo a volte è francamente esagerato. Ieri, su aNobii, ho letto una recensione a Battle Royale che lo faceva a pezzi causa puntini di sospensione. E tutto il resto, dove lo mettiamo? Meccanismo, personaggi, emozioni, coerenza, lucidità, idea?

Parlo anche pro domo mea: sono una puntinista, e lo confesso. Mi sto disintossicando dopo il primo editing di Esbat,  nel senso che cerco di metterne meno e di collocarli nei punti giusti, per non inflazionarli. Però va detta una cosa: quando li uso, lo faccio per sottolineare l’esitazione di un personaggio ad avvicinarsi a un determinato concetto, a una parola, a una presa di coscienza. Non perchè siano graficamente significativi.

…credo.

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49 Risposte to “Confessioni di una puntinista”

  1. :A: Says:

    Se crei un’associazione di P.A. (puntinisti anonimi), vengo sin dalla prima riunione. Sono bellissimi, i punti di sospensione, non riesco a smettere di usarli… 😉

  2. Lara Manni Says:

    “Mi chiamo Lara e in trenta righe non ho usato i puntini di sospensione”
    (segue ovazione)

  3. :A: Says:

    XD

  4. Vale Says:

    Io li usavo soprattutto quando un personaggio ne interrompeva un altro…

    “Non tengo i documenti perché dal catasto dicevano…”
    “Ma non puoi vendere una casa senza sapere se sia in regola!”

    Ho tolto i puntini.
    Adesso ne uso molto meno… ehm…
    Vabbè…
    Scusate…
    :mrgreen:

  5. Fabrizio Says:

    Posso dire una cosa?

    (…)

    Ecco, l’ho detta.

  6. Lara Manni Says:

    Ci sono quelli che sostengono che la colpa del puntinismo stia negli Sms. A me pare una fesseria. A parte che io non sono una messagginomane, anzi, ma semmai l’inflazione da puntino sta nel voler spezzare troppo il discorso, nell’indulgere all’esitazione.
    Tra l’altro, quando sono usati bene tendo a non accorgermene, da lettrice. In Battle Royale non me ne sono accorta affatto…per esempio.
    🙂

  7. Vale Says:

    Pare anche a me una fesseria, visto che il linguaggio da sms è per forza di cose …stringato, e i puntini sono un inutile spreco di caratteri.

  8. Lara Manni Says:

    Ed è una fesseria collegarlo ad un mezzo tecnologico, sms o tastiera del pc che sia.
    (Ma c’è veramente un puntinismo sfrenato in giro per il mondo? Non me ne accorgo)

  9. Ema Says:

    il puntinismo c’è eccome e va stroncato senza pietà 😉

    A parte scherzi è uno dei motivi che, come ti dicevo, mi ha reso difficile apprezzare il tuo amico Lindqvist.

    Non c’entrano niente gli SMS ma c’entrano, eccome, la MAIL e la CHAT. Chi si accosta ai mezzi di comunicazione diretta “prìncipi” della rete spesso non può farne a meno, per il semplice fatto che traduce quello che direbbe se parlasse. E la parola è infarcita di interruzioni e sospensioni, che magari è più facile rendere con l’onnipresente pointillisme piuttosto che con qualche virgola in più. (Oh, a volte non c’è altro modo, non dico di no).

    Comunque scusate ma a me sembra che affetti da pointillisme vero siano ben altri, che non quelli che frequentano questi paraggi (a meno che costoro non si facciano le pere di puntini di nascosto, lontano dalla luce).

  10. Vale Says:

    pere pointilliste… mmmh…
    😆

    Comunque (per usare una parola logora ed abusata) andando un po’ ot, ho appena finito Sei passeggiate nei boschi narrativi e meditavo di prendere un altro libro di Eco.
    Magari mi prendo i Diari minimi…

  11. Lara Manni Says:

    Però leggiamo in modo diverso, Ema. Non è certo ai puntini che pensavo leggendo Lindqvist, perchè ero semmai rapita dai suoi personaggi e dalla sua tristezza.
    Significa che non ti ha preso. Quando una storia “prende” non guardi i segni. La questione della tecnica è tutta qui: serve a far sì che non si rompa il patto, e che i segni non tornino ad essere tali. Io non mi sono assolutamente accorta dei puntinismi di Lindqvist o di Battle Royale perchè, secondo me, sono due storie magnifiche. E credo anche i puntini ci stiano bene, perchè sono storie dense di esitazione, di paure, di non svelamenti.

  12. Anonimo Says:

    “Gotico americano” di William Gaddis è costruito al 90% su dialoghi itervallati da continui puntini di sospensione. Giusto per citare un esempio “alto”. Scrivo anch’io, e il mio primo romanzo era pieno di puntini (l’editor voleva uccidemi! ne tolse tantissimi e litigammo). I miei ultiimi libri ignorano i puntini, non ne esistono neanche a cercarli con la lente d’ingrandimento.
    Cosa voglio dire con questo?
    Con buona pace di Umberto Eco (gran saggista e mediocre scrittore con l’eccezione del “Nome della rosa” a mio modesto parere), ognuno costruisce il proprio stile come meglio crede. E la punteggiatura è larga parte di quello stile.

  13. dr Jack Says:

    Puntini si, puntini no?

    I puntini sono una questione puramente formale.
    Usarne un po’ non è un problema…
    Usarne… troppi… può… non… funzionare…ma…devono… essere …davvero… tanti.

    In ogni vaso ormai secondo me al giorno d’oggi si può dire che il contenuto vale più della forma.
    Con questo non consiglio a nessuno di abusare dei puntini, ma suggerisco di valutare prima il contenuto (90% del valore) e poi della forma (10% del valore).

    Chiaro che se uno non sa scrivere in italiano è un problema. Ma chiunque può rendersi conto che una questione è essere analfabeti, un’altra è usare qualche puntino di troppo.

    Su un altro sito ho letto i consigli di umberto eco.
    Il suo consiglio n. 10 diceva: Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

    Be’ ho letto un articolo su internet e mentre andavo fare un backup del computer per connettermi al web mi sono fermato allo stop e dentro al bar ho visto una cameriera che subiva mobbing.

    Insomma… io voglio bene a Umberto, ma forse è meglio non prendere troppo alla lettera i suoi consigli :p.

  14. Lara Manni Says:

    Perfettamente d’accordo sia con dr.Jack che con Anonimo. Al solito, dipende da chi scrive e da come scrive.
    Per questo l’attacco a un romanzo fatto solo per overdose di puntini mi sembrava così folle (ma forse il recensore detestava Battle Royale a prescindere).

  15. Ema Says:

    Lara: se ho notato i puntini non è perché non mi ha preso la storia (che anzi, come ti ripeto, mi ha appassionato parecchio) ma perché l’enunciazione della stessa mi ha sbattuto fuori dall’illusione, in alcuni punti. Rileggendo, sono inciampato su puntini e corsivi e ho pensato che fossero troppi, almeno a mio gusto.

    Non concordo sulla distribuzione 90/10 per contenuto/forma, o meglio: non penso che sia sufficiente saper scrivere in buon italiano per poter partorire un buon romanzo/racconto/storia. E poi sono dell’idea che la forma debba adattarsi al contenuto, e non essere vista come un fattore esterno.

  16. Roberto Says:

    Mi chiamo Roberto e sono un puntinista. XDD

    Non sono convinto sul legame tra mezzo e attitudine ai puntini: non faccio quasi nessun uso né di SMS né di chat (un po’ di mail) eppure sono uno sfrenato puntinista.
    Dipende anche dallo stile, immagino: le esitazioni, le catene di pensiero introspettivo che si spezzano e si riformano, chiamano da matti i puntini.

    Faccio poi strage di puntini in fase di rilettura, ma ne restano, altroché. Concordo sul fatto che sia buona cosa limitarsi, comunque – ma questo vale allo stesso modo per qualunque altro artificio retorico (si dice così? °_O ).

  17. Laurie Says:

    Il peggio è la punteggiature sperimentale. Deve avere un senso, ecco, anche sovvertire una regola.

    (Bello il punteggiatore timido di Eco ahah)

  18. Lara Manni Says:

    Avere un senso, voilà.
    Il punto è proprio questo. Quoto Roberto al mille per mille sulle “catene di pensiero”.
    Ema, ma nessuno vede la forma come un fattore esterno: anche perchè, come vedi, non per tutti sono gli stessi aspetti della forma a spezzare il patto. Per me sono gli aggettivi banali, per esempio. O le descrizioni esasperanti. O gli avverbi di modo. Per te puntini e corsivi.
    🙂

  19. :A: Says:

    …sono anche un corsivista…

  20. Lara Manni Says:

    Chiamo padre Karras? 🙂

  21. :A: Says:

    XD
    Temo che neanche lui possa far qualcosa. Al massimo Chuck Norris…

  22. demonio pellegrino Says:

    Non sono d’accordo che in un buon libro il contenuto sia 90 e la lingua 10. Certo, un’ottima lingua e zero storia non porta lontano.

    Prendiamo un mostro sacro, Calvino: Gli amori difficili sono perfetti dal punto di vista linguistico. Ma le storie non ci sono. O se ci sono sono noiose o fanno schifo. In quel caso la bella lingua non ha salvato un brutto libro.

    Ma facciamo l’esempio opposto. prendo un libro di una scrittrice controversa di proposito. L’ospite, della Meyer. La storia, secondo me, e’ geniale. Bella, nuova, interessante. Ambientazioni giuste. C’e’ tutto. Pero’. Pero’ la scrittura non e’ granche’ (attenzione – ripeto fino alla morte che la Meyer letta in inglese non scrive male, scrive benino – sono le traduzioni italiane a darle il colpo di grazia). Nonostante la bella storia, non ce l’ho proprio fatta a lasciarmi andare con quel libro. Colpa della forma.

    Per un ottimo libro forma e contenuto sono al 50/50. Solo che se il libro e’ davvero ottimo, il 50% della forma non lo vedi neanche – e pensi per questo che non sia importante.

  23. Lara Manni Says:

    Oh. Evviva, Demonio.
    Il non vedere la forma è quello a cui, penso, chiunque scriva dovrebbe aspirare.
    Del resto te ne accorgi leggendo. Un lettore “corrotto”, un lettore che scrive e che quindi conosce, o dovrebbe conoscere, la tecnica, non deve rendersene conto. Appena comincia a ragionare in termini di “questo lo farei così”, significa che il libro non funziona.
    (o che non funziona per lui, eh).

  24. dr Jack Says:

    Ho detto 90/10 perchè io sono esagerato :p (all’inizio volevo mettere 95/5).
    Sono d’accordo che un buono stile aumenti la godibilità di una storia, però anche contrattando io non me la sento di scendere oltre a 80/20 :p.
    Poi magari è anche questione di gusti, dopotutto ci sono persone che preferiscono la literary fiction rispetto alla scrittura di genere.

    In ogni caso. Mettiamo che uno scrittore ha 100 giorni per sviluppare un libro. Se dovesse soddisfare me preferirei che impiegasse 90 giorni per fare una storia davvero meravigliosa e 10 giorni per rendere lo stile accettabile. Poi ognuno è libero i scegliere se preferisce andare più scrittura di genere (storia) o la literary fiction (forma) o se vuole una diversa fusione dei due fattori.

  25. demonio pellegrino Says:

    no, ma partiamo da presupposti diversi, allora, Jack: per me uno scrittore deve sviluppare un libro solo se ha la storia. Lo stile viene dopo. Se non ha la storia, che se mette a scrive???

  26. Ema Says:

    Lara, rispondevo a dr Jack – e continuo ancora concordando con chi dice che la forma se è appropriata te la scordi. E’ un’alchimia di connubio che dipende in maniera vincolante da ambo i fattori (forma, e contenuto).

    Non la puoi indicare con una percentuale per il fatto che… se dico 50/50 sembra che una bella storia scritta male è al 50% un buon testo: no, fa schifo come fa schifo una storia insignificante scritta da dio. Se manca una delle due metà rimane il nulla, non rimane l’altra metà.

  27. demonio pellegrino Says:

    mmm, secondo me no: se un libro e’ tutto stile senza storia, allora rimane il nulla. Ma se la storia c’e’, ma lo stile no, allora rimane la storia.

    La storia esiste indipendentemente dallo stile.

  28. demonio pellegrino Says:

    Esempio: Cecita’ di Saramago. Storia fantastica. Lingua da vomito. La storia mi e’ rimasta nel cuore. Anche se troppo spesso ero stato quasi li’ per buttare via il libro,da quanto odiavo lo stile in cui era scritto.

  29. :A: Says:

    @Demonio: prova a immagine l’Ulisse di Joyce scritto in maniera “neutra” e “piana”. O la Recherche di Proust. Pensa a Memento raccontato “dritto”. Eccetera. La forma è il contenuto.

  30. demonio pellegrino Says:

    :A, certo che ci sono libri per cui la forma e’ importante (l’ho detto prima…). Ma aborro libri privi di contenuto, e tutto esercizio di stile.

    Ma non ho capito casa tu intendessi dire.

  31. Lara Manni Says:

    Modestissimo parere: un libro “tutto forma” è scritto, se è scritto bene, per una élite. E non c’è niente di male. Però ci sono lettori e scrittori che vogliono le due cose. Insieme.

  32. :A: Says:

    Provo a fare una domanda per spiegarmi: REC, a livello di contenuti, non aggiunge nulla alla storia del film di zombie. Eppure è un film incredibile, e solo in virtù della sua forma.
    Se ti è piaciuto REC, sono riuscito a spiegarmi.

    Ma magari anche no. O___O

  33. Lara Manni Says:

    (non l’ho visto, perdono)

  34. :A: Says:

    😦

  35. Lara Manni Says:

    (provvedo, te lo prometto!!!)

  36. :A: Says:

  37. Eleas Says:

    …?

  38. palanmelen Says:

    Oh, bella questa! (Anche se, Larù…? Tendiamo a tornare sempre sugli stessi temi o sbaglio? Beh, si vede che non li abbiamo sviscerati abbastanza.)
    Ti ricordi quando mi sono messa a soffiare contro il Signorino Biondo perché io dicevo che i puntini erano “simboli” e lui diceva che erano “segni”?
    Ecco, alla fine sono arrivata ad una conclusione. I tre punti di sospensione, usati per riportare sulla carta le esitazioni e le “false partenze” della lingua orale, sono segni (se vuoi dargli più dignità, “espedienti grafici”). I tre puntini abbandonati a se stessi (o come disse Eleas “…?”) sono simbolici, perché racchiudono un significato verso cui il nostro cervello ha un immediato rimando (che è un’espressione, un sopracciglio, un grugnito, qualcosa).
    Ciò a dire che ogni puntino ha la sua dignità.
    Dove sta l’esagerazione?
    Per esempio, in un “dialogo muto” tra amati, mi sembra esagerato o comico (o parodico, certo) un uso estremo di Lui(Lei): “…”, Lei(Lui): “…”, quando basta dire che se ne stettero zitti a guardarsi con occhi luccicanti per tre quarti d’ora.
    Oppure, riportando una frase orale in forma scritta, è esagerato utilizzare solo “…”, visto che, a meno che uno non abbia l’asma, non si fa una pausa ogni parola (e comunque, quanto vale, numericamente parlando, una pausa da tre puntini? Più della virgola? Meno del punto e virgola? Come un punto, ma comporta uno “strascicamento” della parola precedente? Mi consigliate un libro di grammatica?).

    Altro discorso i puntini nella narrazione, nella voce dell’autore. E qui si va sul personale.
    Per esempio, a me piace sentire la voce dell’autore spuntare ogni tanto nel libro, quindi anche ascoltarlo esitare o fare una pausetta maliziosa.
    Certo, uno dei libri che mi è più piaciuto in questo senso è Jonathan Stange & Mr Norrel, e per quanto mi ricordi (non posso controllare perché i libri hanno questa strana tendenza a scomparire letteralmente in casa mia, soprattutto se costano più di € 25) la signora Clarke non usava o usava poco i puntini di sospensione.

    Anche questo è questione di stile e, perché no?, anche di bravura. Certo, noi nei commenti usiamo un linguaggio colloquiale, ma non sempre lo stesso è adatto alle nostre storie. (Vorrei evitare di soffermarmi su questo punto, visto che è praticamente il tema del corso di italiano – obbligatorio!- che sto seguendo all’università, roba che mi sembra di essere tornata in prima media a studiare le differenze tra le tipologie testuali. Ma è possibile?! Insomma, pensarci mi fa cadere le braccia.)

    Riguardo il rapporto contenuto/forma.
    Mh.
    Per me, nel mio personale mondo rosa, prevale la forma. Sia perché il contenuto è trascendentale, sia perché una buona forma, come sanno i politici, può dare forza a tutto. A questo proposito, non penso che un esercizio di forma possa essere rivolto solo ad un gruppo ristretto; pensa alle pubblicità: il messaggio arriva a tutti, proprio perché il lavoro tecnico è stato grosso. Magari solo il gruppo ristretto lo vede, ma il contenuto passa a tutti.

  39. dr Jack Says:

    “no, ma partiamo da presupposti diversi, allora, Jack: per me uno scrittore deve sviluppare un libro solo se ha la storia. Lo stile viene dopo. Se non ha la storia, che se mette a scrive???”

    Per la storia non è un valore sì/no.
    Ci sono storie carine, belle, meravigliose, indimenticabili… e si può sempre andare oltre (con anche i puntini :p).

    Lo stesso vale per lo stile.

    Se uno scrittore è supermegabravo, dispone di infinito tempo e può fare quello che vuole allora è perfetto. Non potrei dirgli nulla.

    Io però non credo nella perfezione, ma solo nell’utilizzo delle proprie forze per fare sempre di meglio. E il tempo di uno scrittore non è mai infinito, quindi ogni volta deve decidere a cosa dedicare il suo tempo.
    Nessun problema con lo stile, se uno trova un suo stile va benissimo. Dico solo che secondo me dovrebbe spendere molto più tempo a capire come inventarsi storie migliori, personaggi migliori e ambientazioni migliori. Solo dopo viene la forma.

    Sono esagerato? Forse :p.

  40. demoniopellegrino Says:

    jack, in questo senso sono d’accordo con il tuo pensultimo paragrafo: la chiave sono le storie.

  41. Lara Manni Says:

    Oh, Mele 🙂
    Sì è vero, torniamo sugli stessi punti e puntini: ma credo sia un bene, certi argomenti possono essere approfonditi mille volte. Pensa quante volte ho scocciato tutti con la mia avverbiofobia.
    Ovviamente, concordo sulla questione delle storie. Nessuna splendida forma, da sola, può sorreggere qualcosa che non c’è.
    Certo che vale il viceversa: anche se, in genere, dove non c’è storia non c’è neanche una forma soddisfacente.

  42. :A: Says:

    “Dove non c’è storia non c’è neanche una forma soddisfacente.”
    Beckett? Joyce? Woolf? Proust? Tutti i modernisti, in generale, che facciamo? Li buttiamo? E le non-storie di Carver, in cui non succede praticamente nulla? Buttiamo anche lui?
    Esagero, ma solo per dire…gli accadimenti di alcuni libri a volte non sono per niente interessanti. A volte non si può parlare nemmeno di “storie”, c’è solo gente che passeggia e parla (l’Ulisse di Joyce non è molto più di questo).
    Eppure sono testi fondamentali della storia della letteratura.
    Ehi, senza il minimo spirito polemico, eh! Aggiungo solo qualche spunto alla conversazione.

  43. Lara Manni Says:

    Ma A, là le storie ci sono eccome! Non vanno da A a B, ma sono storie a tutti gli effetti.
    Dentro Ulisse c’è molto più storia che in quattrocento libri di pseudo-avventura.

  44. demoniopellegrino Says:

    be’, intendiamoci su cosa sia una storia: non e’ che se in un libro non ci sono spari o trame complicate, allora la storia non ci sia…

  45. Castle Rock Says:

    spesso l’esitazione e l’ansia si ottiene meglio spezzando proprio il discorso, non lascandolo in sospeso…

    Ecco. Lo so. Credo sia così. Ora.

    (tanti “mostri” della scrittura hanno intrapreso questa ” nuova strada”, in primis il Re. King? King.
    <> 😉

    Parola di Sceneggiatore.
    Gloria e lode a te ;-P

    MENOOOOOOOOO TREEEEEEEEEEEEEEEEEEEE

  46. palanmelen Says:

    Per me il metodo migliore per eliminare i punti (in terzetto o fermi, ma non quelli neri, purtroppo) è l’enjambement. Ma in pochi ne riconoscono la bellezza.

  47. Lara Manni Says:

    Castle Rock, mi genufletto. 🙂
    Mele, ma questo vale in poesia, temo…

  48. palanmelen Says:

    Come sei tradizionalista.

  49. Lara Manni Says:

    Moi? 🙂

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