Omnia sunt communia

Vi avverto, è il secondo dei miei post pensosi di questa settimana.
Perchè più ci penso e più mi sembra che ci sia un gran bisogno di sogni. Sogni di quelli grossi. Sogni, oso dirlo, che non si limitino a noi stessi.
Esagero? Probabile. E dunque, esagerando, torno a parlare del fandom. E mi meraviglio di come non riesca a passare il concetto che esserne parte, e scrivere al suo interno, sia un sogno straordinario. Pensateci un momento: scrivere per e insieme agli altri. Scrivere per scrivere. Per raccontare qualcosa.
Lo so, adesso qualcuno dirà che molti fan writer usano il fandom come palestra per arrivare alla pubblicazione, la quale è il vero e nobile fine di chiunque si voglia chiamare scrittore.
E più ci penso – e ci sto pensando tantissimo in questi giorni – e più che convinco che non è così. Certo, molti fan writer vogliono arrivare alla carta. Io stessa l’ho fatto. E’ stato meglio? La risposta, e vi assicuro che è sincera, è: non lo so.
E’ meglio perchè si arriva a più persone? Certo, si arriva a più persone. Ma non sarà così molto a lungo.
E’ meglio perchè si viene pagati? Vero, si viene pagati per il proprio lavoro. Ma sono e saranno pochissimi coloro che possono vivere esclusivamente di scrittura: su questo bisogna mettersi l’anima in pace ed essere realisti. Ci saranno sempre altre attività che vanno svolte per portare a casa la pagnotta.
E’ meglio perchè tenere un libro col proprio nome fra le mani riempie di orgoglio? Oh, sicuro, fa un bell’effetto. Ma poi? Quello che si stringe fra le mani è un oggetto: quel che c’è dentro è ciò che conta.
E’ meglio perchè dire “sono uno scrittore” è più affascinante che dire “scrivo”? No. Non per me. E non per molti altri, spero, come me.
Ho conosciuto tanti fan writer che non sono interessati a pubblicare e che non lascerebbero mai il fandom. E non perchè sia una cuccia calda dove ci si fanno i complimenti a vicenda. Balle. Chiunque sostenga questo non conosce il fandom fino in fondo. Ma perchè è il luogo della scrittura senza orpelli: nuda, valida in sè, fatta di solo racconto.
Allora, di cosa mi lamento? Perchè dovrei angustiarmi perchè tutto questo viene molto spesso liquidato con un’alzata di spalle?
Non lo so neanche io. Forse perchè continuo a sperare di trovare persone che condividano il sogno anche al di fuori del fandom. E mi sto rendendo conto che è difficile.
Continuo a sognare, però. Prima o poi, ci sarà pur sempre una trave che cade nel momento giusto. E ogni riferimento non è casuale.

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34 Risposte to “Omnia sunt communia”

  1. claudia b. Says:

    Cara Lara, poni la classica domanda da un milione di dollari: “sono uno scrittore” è più affascinante che dire “scrivo”?
    Il fatto che la risposta sia negativa per te, non risolve il potenziale esplosivo di questa questione. Infatti, la prima affermazione riguarda uno statuto identitario, nel quale ci si riconosce solo nel momento in cui il proprio appare stampato in cartaceo associato ad un’opera – ed è fondamentale ricordarlo, indipendentemente dalla qualità dell’opera. Ci sono nel mercato editoriale emerite schifezze che però essendo pubblicate da case editrici legittimano lo statuto identitario dell’autore. Per farti un esempio scemo: Naomi Campbell è di fatto una scrittrice in quanto anni fa ha pubblicato un romanzo (osceno) che si intitolava “The Swan”.
    Poi c’è la narrazione/scrittura, e nella fattispecie la narrazione/scrittura in rete. L’atto di narrare ha implicazioni molto profonde, specie per una popolazione come la nostra che necessita di sciogliere nodi importanti. Quale sia il supporto mediatico dell’atto narrativo riveste ancora tanta importanza davanti alla qualità di certe narrazioni? Questo mi pare davvero un punto fondamentale che meriterebbe di essere esplorato.

  2. claudia b. Says:

    il proprio NOME (scusa, mi è scappato)

  3. Lara Manni Says:

    SI’! Era esattamente il dubbio che mi tormentava Claudia! Lo status, in sè, è insignificante: o dovrebbe esserlo, se si pensa che su carta appaiono le opere della Campbell (non lo sapevo e deglutisco) o le famigerate barzellette di Totti.
    Il “sogno” di cui sopra era proprio relativo allo svincolamento della narrazione dal supporto tradizionale. E il bello è che già accade, nei siti di fan fiction. A loro volta, però, i medesimi non vengono considerati degni dagli scrittori (da molti scrittori, per meglio dire) “di carta”.
    Sì, è un punto fondamentale!
    Benvenuta! 🙂

  4. claudia b. Says:

    Grazie!
    La questione sta assumendo davvero dmensioni notevoli. Ti segnalo un post su Scrittori Precari che pur allargando la questione al commentario critico ti può interessare anche perchè sul critical commentary rispetto alla fandom è già intervenuto Jenkins:
    http://scrittoriprecari.wordpress.com/2009/11/05/la-letteratura-il-web-e-la-compulsione-a-scrivere/

    Ciao!

  5. Lara Manni Says:

    Ma grazie!!!!
    Vado subito a leggere: prendo il tutto come un segno beneaugurale 🙂

  6. Eleas Says:

    pur non scrivendo in nessun fandom so cosa voglia dire scrivere per proprio conto su web e gratise. So che comuqneu è una soddisfazione, veere la storia che vien fuori a poco a poco, so che scrivere è di per LA soddisfazione. Lo dicevo proprio in questi giorni sul mio bloggolo, sul quale parlavo proprio degli effetti benefici dell’atto in sè.
    Con questo voglio dire che non mi fregherebbe niente se mi pubblicassero su carta? Se lo dicessi sarei falso come Giuda. Mi farebbe piacere sì, eccome. Cambierebbe qualcosa? Non saprei non ponendosi il problema, certo potrei essere più conosciuto e il mio blog magari potrebbe fare numeri differenti. Sarei uno scrittore? Non credo. Sarei uno che è stato pubblicato. È diverso. Tolkien era uno scrittore, MZB, la Austen lo erano, Dante Alighieri, non certo io, per quanti libri potessero mai pubblicarmi.
    Quindi ben vengano i fandom e il fanwriting se è mosso dalla passione, se non è accademia, se produce buona letteratura.

  7. Lara Manni Says:

    Buona narrazione, direi: la definizione di letteratura è troppo sfuggente e complessa, secondo me.
    Il problema è riuscire a capire quanto lo status, ancora oggi, vada a coprire tutto il resto. E per “resto” intendo non solo la passione, ma il lavoro e, sì, la professionalità che molti fan writer mettono nelle loro storie. Molti e non tutti. Questo è evidente. Ma per dieci fan fiction poco curate in ambientazione, psicologia e persino grammatica, ce ne sarà sempre una dove a tutto questo viene posta attenzione.

  8. federica sgaggio Says:

    Eh. Il tema dell’identità di chi scrive è proprio forte.
    Se ti interessa, qualche piccola cosa c’è anche qui.
    http://www.federicasgaggio.it/2009/09/lidentita-e-lo-statuto-di-uno-scrittore/

    Ciao

  9. Lara Manni Says:

    Federica, ho letto e sono colpitissima da quello che scrivi. Mi sono registrata al tuo blog e ti commento in loco. Accidenti.

  10. claudia b. Says:

    Eleas, il tuo commento mi fa riflettere sul tema del print-on-demand, che è una strategia ottima per dare ai lettori la possibilità di “possedere” il formato cartaceo senza però rinunciare alla rete. In sostanza, nel momento in cui ci si occupa della diffusione in rete del proprio prodotto narrativo, ma mettendo anche a disposizione il testo tramite un servizio di tipografia online (penso al Lulu) lo spettro del supporto transmediale è praticamente coperto. Mi pare però che il problema di statuto identitario (a parte le osservazione di Federica in un post che lessi già qualche tempo fa) si colleghi più al “comparire” in libreria, che al sapere stampata su carta la propria opera. E’ quindi una questione di visibilità. Un autore che si limiti ai supporti on-line rimane legato a quel mondo, perde quindi il “corpo” dello scrittore.

  11. Lara Manni Says:

    Vero.
    Ma non è a questo, in fondo, a cui si potrebbe aspirare? Uno scrittore che perda il proprio corpo in favore delle sue storie.
    (avevo premesso che oggi avrei parlato di utopie, eh).

  12. Eleas Says:

    claudia: conosco bene lulu e gli altri siti di stampa on demand, ma il concetto inutile nasconderselo è essere pubblicati, non essere su carta, per quello in teoria basterebbe una stampante. L’essere pubblicati implica che un editore ha giudicato il tuo lavoro degno di essere stampato.
    Ora lasciamo perdere gli scopi dell’editore che potrebbero benissimo esulare dal fare buona letteratura e produrre invece soldi. Restiamo al punto del fatto che qualcuno ha detto che sei pubblicabile. Indifferente? Io non credo che lo sarei. Non so Lara cosa hai fatto tu quando ti han detto che avrebbero pubblicato Esbat. Ma io non nego che sarei felice della cosa. Ripeto questo non da alcuno status se non quello di scribacchino economicamente utile a un editore.
    Quindi l’identità di chi scrive è o no vincolata all’approvazione editoriale? A mio avviso no. È un di più, una conferma, una possibilità anche economica (perché negarselo), ma non rende più o meno scrittori se uno fa con coscienza il proprio lavoro.

  13. Lara Manni Says:

    Ovvio, ne sono stata felice perchè l’ho vissuto come un “riconoscimento”.
    Adesso, però, a mente fredda, mi chiedo quanto quel riconoscimento mi abbia portato a maggiore consapevolezza della mia scrittura. E quanto, a ben pensarci, non abbia ricevuto maggiore felicità dal “ritorno” avuto dal fandom.
    Più felice della recensione di Tuttolibri o delle fan fiction scritte su Esbat? Non ho dubbi: la numero due.

  14. Eleas Says:

    ma le seconde senza il riconoscimento non ci sarebbero state. Il miglioramento del proprio stile fa parte della serietà della perona nell’affrontare il lavoro qualunque esso sia.

  15. federica sgaggio Says:

    Lara, non trovo qui sul tuo blog un indirizzo mail a cui spedirti il «contro-commento» con cui ho risposto al tuo commento al mio post.
    Se vuoi, lo trovi là.
    Ciao, a presto

  16. dr Jack Says:

    Leggendo l’articolo mi sembra che si pone una domanda di fondo:
    Meglio puntare alla pubblicazione o meglio a scrittura senza orpelli?

    Commerciale o artistico?

    Essere o non essere? :p

    Meglio la scrittura nuda o vestita? :O

    Non saprei risponderti in generale. Anzi, forse non è neanche una domanda da fare in generale.
    Secondo me è qualcosa a cui ognuno dovrebbe rispondere per sé.
    Entrambe le scelte hanno pro e contro notevoli.
    Commerciale = soldi e fama (piacciono sempre).
    Artistico = attrae meno persone, ma le persone che attrai di solito hanno legami più profondi. Inoltre ciò che crei lo senti più come qualcosa di veramente TUO. Ed è bello vivere senza la costante pressione della società che vuole imporre cosa va bene e cosa no secondo lei.

    E’ un argomento di discussione piacevole. Ma la cosa più importante che dici nell’articolo secondo me è l’importanza di continuare a sognare.
    Ora, se hai in mente un sogno è sempre giusto seguirlo (e qua tolgo il secondo me, voglio generalizzare:)). Indipendentemente da quanto può sembrare difficile.
    La domanda quindi diventerebbe:
    Qual è la cosa migliore da fare per seguire il tuo sogno?
    E’ questa secondo me la domanda giusta.

    Adesso smetto di fare Confucio e vi saluto ;).

  17. Lara Manni Says:

    Be’, Dr.Jack, non è esattamente fra commerciale e artistico la scelta. Non penso assolutamente di voler o saper produrre arte. Ma raccontare storie, sì, penso di saperlo fare e sicuramente voglio farlo. Il che non significa affatto che una storia, per essere buona, non debba vendere: al contrario, se è buona, è giusto che venda.
    Il punto è un altro. E’ che, a mio parere, in questo preciso momento editoriale, soprattutto chi scrive narrativa fantastica si trova in un empasse. Quello di essere “costretto” non a vendere, ma a stravendere. Perchè questo settore è stato drogato da Twilight e dintorni. E questo, obiettivamente, pone un’ulteriore problematica. Pressione, la chiami, ed è la parola giusta. Equivoco, aggiungerei: perchè se vuoi muoverti in quella direzione devi per forza scrivere un best-seller. E scrivere “a priori” un best seller, ovvero costruendolo con i pezzetti del Lego, è qualcosa che a me, personalmente, pone la famosa questione di status. Ovvero, pone la domanda iniziale: cosa voglio davvero?
    Federica, ho visto, grazie davvero! La mia mail comunque è lara.manni@gmail.com
    🙂

  18. Eleas Says:

    lara la questione è che non assolutamente detto che vendere=arte, anzi non acaso citi la non-scrittrice. L’equivoco è tale proprio perché fa presa in maniera subdola con l’equazione falsa vendo tanto sono bravo.
    Per questo secondo me potresti benissimo trovare letteratura nei fandom. E gaticare a trovarla in libreria.

  19. Lara Manni Says:

    Certo.
    Però detto questo mi rendo conto che il punto di riferimento torna ad essere l’editoria cartacea.
    Quello che mi piacerebbe approfondire è quello che diceva Claudia. La centralità, al momento attuale, del supporto, nelle narrazioni.

  20. Eleas Says:

    scusa ma mi sembra abbastanza una questione di lana caprina nel senso che… chi se ne frega del supporto? Se una storia è bella è bella punto, che sia su carta o meno che sia come dire riconosciuta o meno. Faccio l’esempio sulla mia pelle, il mio piccolo insecta per ora esiste solo su web (anche perché lo sto ancora scrivendo), è meno degno di un libro con timbrino ufficiale della casa editrice? Secondo me no.
    Il supporto è solo un mezzo e basta, la differenza sta tutta e solo nell’approvazione editoriale ufficiale.

  21. clobosfera Says:

    Epperò, Eleas, non ti pare che l’approvazione agisca su uno strato sottilissimo della psiche per cui se uno non è pubblicato si sente sfigato, indipendentemente dal successo che ha in rete e dalla qualità della sua scrittura? Lo chiedo così, brutalmente, perché il tema dell’approvazione in tutti i settori della vita, senza fare psicologismi da bar, è una delle ferite aperte per moltissimi. E’ proprio sul presupposto che lo scrittore necessiti di approvazione che le case ditrici costruiscono il loro strapotere. Non voglio dire che le case editrici andrebbero smantellate perché i libri sono oggetti belli (oddio… sempre meno belli e sempre più costosi, a dire il vero), ma che sarebbe ora che la pubblicazione in rete creasse una dinamica di concorrenza tale che gli editori inziassero a venire incontro ai lettori (abbassando i prezzi) e agli scrittori (trattandoli meglio).

  22. claudia b. Says:

    scusate quella sopra sono io (ero loggata col nick)

  23. Lara Manni Says:

    Applaudo Claudia. Il punto è questo: lo strapotere della lusinga. Una lusinga che potrebbe – può – trovare altre vie, se proprio bisogna cedervi. Anche perchè le vie esistono.

  24. Eleas Says:

    epperò claudia mi trovi assolutamente d’accordo, il piacere sottile dell’approvazione è innegabile e chi lo nega mente, osì come mente chi dice vabbè non mi pubblicano ma io sono un grande lo stesso. Rosica. Non è un caso che tanti flame sparsi sulla rete partano da affermazioni di questo genere. Tu rosichi perché non ti pubblicano e allora critichi a sangue.

    La lusinga piace, essere pubblicati piace. Negarlo è da scemi. Peggio è una menzogna palese.

    Le altre vie ci sono, io sono abbastanza convinto che scrittori o aspiranti tali debbano sfruttare il web e le potenzialità che esso offre, tra le tante le licenze CC. In questo mi trovo assolutamente d’accordo con quanto sostiene chiara gamberetta, anzi andrei oltre dicendo che chi è pubblicato (specie se di successo) dovrebbe fare di tutto per impporre all’editore di pubblicare i propri libri anche sotto licenza CC, in questo modo si avrebbe un significativo contributo alla diffusione della cultura anche presso coloro che non si possono permettere di comprare i libri i cui costi sono ormai qualcosa di privo di decoro.

    Si arriverà al punto in cui la pirateria libraria sarà un dato di fatto e sarebbe oppurtuno che coloro che sono addetti ai lavori operassero non per spennare i polli finché possono, ma per migliorare il sistema editoriale.

    Resto convinto di quanto diceva ema qualche giorno fa, se i libri costassero meno, se fossero distribuiti elettronicamente a costi contenuti, o addirittura in licenza CC, io mi potrei permettere il lusso di scegliere di acquistare i libri esteticamente più belli. Di più gli editori potrebbero tornare a rilegare libri decenti e non le porcherie brossurate che si trovano in giro oggigiorno che le guardi e si smontano non riuscendo a sostenere nemmeno il tuo sguardo 😉

    adesso vi saluto buona discussione io vado a rilassarmi suonando un po’ la chitarra

  25. Ireland Says:

    “Scrivere per il piacere di farlo e farci i soldi”, dopo il “disegnare ciò che voglio e farci i soldi” è il mio secondo sogno :°D Non solo perchè così arrivo a più persone, ma perchè posso vivere facendo ciò che più mi piace. Avere un lavoro in cui sei felice è un gran passo verso il completamento di sè. Per quanto mi riguarda sì, la mia felicità passa attraverso il commercio, il vedermi in libreria e/o fumetteria, sapere che c’è gente disposta a pagare dei soldi per vedere ciò che voglio raccontare.
    Però, semmai riuscirò a pubblicare qualcosa, io non escluderei del tutto il web. Un po’ perchè la voglia di condividere è nata con quel mezzo, e anche perchè tutti non abbiamo una marea di soldi da spendere, figurarsi per qualcosa che per quanto interessante o bello non mi fa mangiare di più a cena. Integrare le due fonti, quella editoriale a pagamento e quella sua web gratuita secondo me sarebbe la strada migliore. Per portare un esempio, l’autore di Mistborn ha voluto inserire gratuitamente sul suo blog estratti o parti di racconto che ha dovuto tagliare nel libro apparso sugli scaffali, ed era esattamente ciò che mesi fa avevo in mente io. Hai scritto un capitolo totalmente introspettivo che spezzava il ritmo e sei stato costretto a non inserirlo? Cosa ti vieta di farlo leggere e di condividerlo, e sentirne i commenti. Un libro che si integra con la rete ti fa tenere i contatti coi lettori, e un continuo migliorarsi.
    Per la questione del fandom, lavorare su una base già creata come è quella di un fumetto occidentale o orientale, una seria animata o un telefilm è un’ottima palestra e “valvola di sfogo”, quando vuoi esplorare soluzioni che dal punto di vista editoriale strapperebbero di certo un’occhiata poco rassicurante (tipo le drabble o le 30themes, che sono eccezionali secondo me). E ovviamente hai un confronto diretto che il materiale cartaceo non ti dà.
    Si parla di utopie e questa non è da meno: il dare per scontato che le due fonti, così come gli autori che popolano entrambi i mondi, non si escludino a vicenda o vengano considerate una un tempio e l’altra una discarica (ah ma vero, Twilight confuta la mia teoria); ma magari col tempo sarebbe realizzabile, voglio essere speranzosa.

    Tra pagina web e carta tuttavia, ribadisco il mio amore per il cartaceo e i miei occhi, non c’è storia *fugge*
    Certo che l’idea di rendere l’editoria degna di essere comprata con edizioni che non sciolgono con l’acqua piovana mi attira, ma non vorrei che i libri diventassero un lusso come al tempo del medioevo, con edizioni pornolusso che devi vendere tuo figlio per averle, mentre se vuoi la versione txt dai un euro al tuo ebook e via. Quindi boh, tornare a quando un libro costava massimo 12 mila lire, ed era fatto con cura.

    (Sono anche sicura che una fanfiction, per essere pienamente apprezzata, necessiti che il lettore conosca il fandom su cui si basa, e non tutti possiamo aver giocato quel gioco, visto quel telefilm (magari in lingua originale), etc. E’ vero che ci sono scritti che superano questa barriera, ma resta un 10% non comprensibile se leggo una fanfiction su Yuna di FFX e non conosco la sua storia. E questo esclude che possa essere messa sugli scaffali, perchè un libro parte dall’idea che non devi aver letto/giocato altro prima di averlo far le mani, escluse le sempreverdi trilogie ovviamente)

    …Mmm, ho detto troppe cose e non so neanche se legate fra loro, ma abbiate pietà ;_;

  26. Lara Manni Says:

    Ehi, Ireland, benvenuta. Dunque: sul punto uno, vivere di quel si ama, l’augurio, con tutto il cuore, è di riuscirci. Anche io penso che sia il sogno che occorre sognare: mi corre l’obbligo di dirti, però, che con la scrittura, in Italia, è estremamente difficile. Fine dei dieci minuti della zia.
    Sul fandom abbiamo idee in parte divergenti: dipende dalla fan fiction, secondo me. Io ne ho lette molte che appartengono a fandom che mi sono ignoti, e le ho amate – quando erano ben scritte – comunque. Non ho dubbi che le avrei amate di più conoscendo a fondo il contesto: ma quando esisteva trama forte e sviluppo psicologico dei personaggi (specie i “nuovi”, che è categoria che mi attira molto), be’, mi va bene anche così.
    Quanto all’essere messa sugli scaffali: ancora una volta dipende da come lavori su quella storia e cosa ne fai.
    Però lo scaffale, secondo me, è davvero l’ultimo dei problemi. 🙂 La cosa interessante sono i meccanismi di narrazione e quelli di divulgazione, compresi quelli misti che citavi. Sai che è una buona idea?

  27. Ireland Says:

    Grazie del benvenuto! E non preoccuparti dei “dieci minuti della zia”, sia come scrittore che disegnatore non guadagnerò di certo quanto mi basta a campare :°D a meno che non mi uccidono di lavoro da un’altra parte.
    Sul tema fandom guarda, è capitato pure a me, alla fine se cambiavo i nomi dei pg con nomi italiani a caso, traspariva lo stesso la sensazione di fondo che l’autore/trice voleva trasmettermi. Ma fino a che è web, posso anche dire di andare all’avventura e leggerlo. Se fosse messo su sezioni fisiche di libreria, probabilmente no. Ma questo penso sia mio carattere di non voler comprare qualcosa a scatola chiusa :’)
    Per l’idea di mischiare i due sistemi è un po’ come hai fatto tu, mettendo a disposizione un omake, anche se ironico. Se in futuro avrai qualche taglio o magari prequel o sperimentazione sui tuoi personaggi facic partecipi se ti va 🙂 sono sicura che sarebbe interessante

  28. Lara Manni Says:

    Sicuro! Ireland, sfondi una porta aperta 🙂
    Dal momento che il libro che ho in mente sarebbe il primo scritto al di fuori del fandom, pensavo proprio di trovare una forma partecipativa. Il prequel sarebbe un’ottima idea 🙂
    Grazie!

  29. Simone Ghelli Says:

    Ciao Lara,

    il tuo intervento smuove diverse questioni rilevanti, su cui m’interrogo da un po’, e precisamente da quanto nel 2007 nacque il progretto Scrittori Sommersi (www.scrittorisommersi.com), che voleva essere un tentativo di fare rete tra scrittori per trovare canali alternativi a quelli della distribuzione classica, anche perché in quell’esperimento confluirono (q in parte ancora rimangono) esperienze diversissime tra loro: da chi già scriveva su carta a chi lo faceva esclusivamente su web, passando addirittura a chi non aveva mai fatto leggere le sue cose agli altri o quasi.
    Pubblicammo la prima antologia con Lulu, che si è però rilevato un canale non troppo dissimile a quello dei piccoli editori mal distribuiti (sia per problemi legati al fatto che Lulu è un sito americano, e che si alzano notevolmente le spese di spedizione) sia perché in Italia mi sembra che molte persone non siano ancora avvezze a certi strumenti (parlo dell’acquisto in internet).

    Un altro punto nodale è quello del concetto di “scrittura” e di “narrazioni”, come hai letto nel mio intervento sul blog di Scrittori Precari. Hai ragione a sottolineare il problema dell’identità, legato proprio alla definizione di scrittore (facendo, tra l’altro, il lettore di manoscritti, potrei scrivere tanti simpatici esempi di vaneggiamenti superegotici), e difatti del web a me interessa questa grandissima possibilità di concentrarsi sulle modalità del racconto, che io ho definite “performative”, non perché siano solo questo, ma perché mi sembra che siano la caratteristica più significativa di questo tipo di pratica. E te lo dico proprio perché noto un sacco di scrittori che pubblicano su carta (magari sborsando tanti bei soldi di tasca propria, e che magari sono gli stessi che accusano di narcisismo i blogger) e che non riescano ad andare oltre il proprio ombelico (senza nulla togliere all’importanza dell’ombelico), che non riescono a scrivere storie. L’editore che pubblicò il mio primo romanzo mi disse proprio questo quando lo incontrai: che a forza di leggere manoscritti aveva imparato a capire dalle prime venti righe se uno scrittore parlava agli altri o solo a se stesso. Io penso che per parlare soltanto a se stessi si potrebbero almeno salvare un sacco di alberi, non credi? 🙂

  30. Lara Manni Says:

    Posso applaudirti Simone? 🙂
    La strada del parlare a se stessi è forse quella più facile, sicuramente la più praticata. E da quel che vedo in libreria anche la più pubblicata.
    E il problema c’è: la mia diffidenza nei confronti di Lulu trova conferme in quello che mi dici, nè credo che altri esperimenti, tipo Il mio libro, siano diversi dal “pago duemila copie di tasca mia”.
    L’esperienza del fandom è diversa, secondo me: perchè in quel caso si entra in una narrazione comune, e dunque si è meno propensi a parlare dell’ombelico, anche se il medesimo, a volte, finisce con l’entrarci.
    Non che non ci siano vaneggiamenti egotici, anche in quel caso: però è più facile ridimensionarli, proprio perchè si agisce all’interno di una collettività.
    Questa è la dimensione che, nella mia avventura cartacea, ho sentito violentemente crollare. Nel momento in cui pubblichi, sarai pure “scrittore a tutti gli effetti” (bah): ma sei anche un prodotto nei confronti del quale si nutrono determinate aspettative. Tipo: scrivi narrativa fantastica, dunque devi fare i grandi numeri. La cosa mi inquieta.
    Però hai ragione, la potenzialità è enorme, e bisogna capire in quale direzione muoversi. MuoverCI. 🙂

  31. Simone Ghelli Says:

    ti ringrazio per gli applausi, ma vorrei ricordarti che la discussione l’hai inziata te 🙂
    comunque per me è così: parlare di sé è più facile per chi scrive e per chi eventualmente ti pubblica, perché al massimo si è in due (passami la battuta), mentre scrivere storie che coinvolgano una comunità di lettori (e di potenziali scrittori) richiede un impegno di tutt’altro tipo, un confronto innanzitutto, che non passa per forza da una pratica collettiva come il blog, ma che richiede che lo scrittore sia prima di tutto un ricettore di stimoli che riesca a trasformare e rielaborare nella direzione di una condivisione comune (che può essere accettata o meno, ma che però viene quanto meno recepita come tale).

  32. Lara Manni Says:

    🙂
    Vero, verissimo. Curiosamente,però, avviene che buona parte del mercato librario italiano continui a orientarsi verso l’opzione uno, mentre chi frequenta la rete tasta con mano la “fame di storie” dei lettori.
    Non che le storie non si pubblichino: si pubblicano gialli, noir, e ultimamente anche un bel po’ di fantasy e horror. Ma la mia sensazione è che si cerchi una formula più che una narrazione. Quindi, se chi scrive da una parte prova a recepire quegli stimoli e a riversarli nella sua scrittura, dall’altra impatta con un mondo come quello editoriale che, ma diciamolo dannazione, è ancora un-mondo-separato-rispetto-alla-rete.
    Tranne preziosissime eccezioni.

  33. Simone Ghelli Says:

    sì, ma è anche vero che la rete è relativamente giovane, perciò penso che alla fine le esperienze più interessanti riusciranno in un modo o nell’altro a emergere… 🙂

  34. Lara Manni Says:

    Lo penso anche io. Appunto, abbiamo bisogno di sogni grossi. 🙂

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