Problemi di segale

Come sempre, mi rendo conto che quello che scrivo può essere equivocato: evidentemente sono io che mi spiego male. Riproviamo.
Con l’elenco di ieri intendevo sottolineare un problema. E il problema è che un certo tipo di romanzo fantastico, se vogliamo più complesso, se vogliamo più adulto, se vogliamo deviante rispetto a un canone dato,  tende ed essere espulso dalla distribuzione in libreria.
Ho fatto degli esempi che mi sembravano significativi: Matheson, Ray, Vonnegut, Radcliffe, o un libro come La casa di foglie che è stato, mi pare, apprezzato da non pochi appassionati.
Probabilmente questi libri hanno venduto poco, o molto poco: al punto da non rendere giustificabile la loro permanenza sugli scaffali. Quanto agli appassionati, che si arrangino: non è una novità.
E’ persino probabile che in questo non ci sia semplicemente una miopia di distributori o editori, ma una vera e propria carenza da parte degli autori: è possibile che gli autori, sia pure straordinari e celebrati, non siano stati in grado di parlare con una voce tale da raggiungere un pubblico più vasto.
E’ anche possibile – diciamole tutte, via – che un’assenza di interesse da parte della critica non abbia consentito a quei testi di mantenere una credibilità tale da farli lasciare in catalogo: come invece accade con molti romanzi mainstream, di vendite molto basse ma di autorevolezza riconosciuta.
E’ infine possibile – e questo era il senso del post – che sia vera l’equivalenza fantastico=letture per adolescenti, o young adults. Questo, a dispetto del fatto che la saga di Harry Potter, esplicitamente rivolta a un pubblico molto giovane, sia stata e sia letta anche da un pubblico adulto.
Però Harry Potter ha posto un problema: che, secondo me, è un problema di linguaggio. La saga è splendida, attenzione, costruita con maestria e scritta bene: e poi, ha il grande merito di aver riaperto le porte del fantastico a livello planetario, anche in paesi – come il nostro – dove il fantastico medesimo viene guardato storto.
Il linguaggio, però, è molto semplice. E va benissimo:  non sto facendo l’elogio del libro criptico concepito per tre eletti e mezzo. Ma questo pone, appunto,  un problemino: ovvero, che l’idea generale, fra editori e lettori, sia oggi quella di rendere ogni storia “piana”, senza devianze nel bene o nel male.
Lo dico? Lo dico. King devia, eccome, linguisticamente parlando: scarta e saltella e contravviene alle regole del “piano” da quando ha iniziato fino  a oggi. Ma è un’eccezione, e comincio persino a pensare che sia un’eccezione mal tollerata.
La sensazione che ho è che questa equivalenza tra fantastico eadolescenti porti anche alla necessità di non dirazzare, di rimanere dentro la gabbia della semplicità a tutti i costi. E dal momento che per scrivere semplice bisogna essere tre volte più bravi, il rischio lo vedete da soli.
Il rischio, anche, è il  fraintendimento su cosa significhi letteratura per adolescenti. Perchè  il libro che spalancò le porte al mercato degli young adult non era propriamente un romanzo semplice.
Che lo amiate o no, era Il giovane Holden di Salinger. Ed è tutto tranne che un libro “a norma”.

Annunci

Tag: , ,

33 Risposte to “Problemi di segale”

  1. Vocedelsilenzio Says:

    Sicuramente i tuoi post (quello di ieri + questo) mi fanno pensare a quali potrebbero essere le cause di questo ‘allontanamento’ dalle scene di alcuni libri fantastici, probabilmente più ‘complessi’ rispetto ad altri…
    La risposta credo sia un bel mix di tutte le teorie che hai dato tu, però credo anche che, almeno in italia (e io conosco solo questa situazione), il fantastico sia effettivamente visto come ‘letteratura’ (notare le virgolette) per young adults, se non per lettori più piccoli, e, attenzione, credo sia vista in questo senso non solo dagli addetti ai lavori, ma anche dalla maggior parte dei lettori che quindi snobbano il genere. Da qui ne deriva che romanzi ‘adulti’ fantastici rimangono invenduti, pur essendo, magari, romanzi che superano le barriere del genere… questa è la mia teoria.

  2. Lara Manni Says:

    E infatti a mio parere hai ragione. Ma allora facciamo un passo indietro e chiediamoci come si forma il gusto dei lettori. E scopriamo che, ops, abbiamo bisogno “anche” della critica.

  3. Anonimo Says:

    Lara, ti porto la mia piccola esperienza personale sul campo. Ho lavorato per anni alla Mondadori, iniziando da Urania per poi passare, quasi subito a Strade Blu. Quando ero a Urania, mi sono accorto che la Mondadori aveva i diritti di buona parte dei libri di Kurt Vonnegut, ma che nessuno di quei libri era più in catalogo, essendo usciti negli Oscar o, più spesso, in Urania, cioè in edicola. Lo feci notare al mio capo, che però di lì a poco divenne direttore della Feltrinelli. Di fatto, Vonnegut divenne autore della Feltrinelli, visto che in Mondadori nessuno ne seguì le vendite. Ora il tipo è tornato a Segrate, magari fra un po’ il catalogo Vonnegut torna da quelle parti, ristampato. Lo stesso discorso, stavolta mentre era in feltrinellin, lo feci su Hubert Selby jr, ripubblicato appena in tempo prima che scadessero i diritti e tuttora in catalogo.
    Riguardo La casa delle foglie, invece. Lo lessi io quando ancora non era stato pubblicato. E lo stesso fece Genna. Ce ne entusiasmammo, ma rimase lì a lungo. L’editor, giustamente, nutriva dubbi sulla commerciabilità del libro in questione, perché i libri li fanno per venderli, non per la cultura. Strade Blu, del resto, non schiodava una copia. Io ho tradotto il primo Palahniuk mondadoriano, che è stato un fiasco. Poi è arrivato Fight Club, ma soprattutto è arrivato Michael Moore, la collana ha ingranato e alcuni libri hanno cominciato a vendere. Altri no. Quindi, come è normale, escono di catalogo. Lo so, fa una brutta impressione. Lo fa ancor di più se esce di catalogo un tuo libro (ormai a me succede ogni anno, visto che i primi li ho pubblicati negli anni novanta), ma così va il mondo dell’editoria. Del resto, il resto del mondo non mi sembri stia molto meglio, no?

  4. eleas Says:

    lara è una forma di diseducazione alla lettura di libri complessi che è stata ingenerata da un tacito accordo malefico tra editori e compratori, io ti riempio di soldi ma tu non farmi faticare troppo.
    Poi intervengono anche le altre concause che tu hai elencato. Ma resta il patto col diavolo.

  5. Michele Monina Says:

    Quello sopra ero io, mi è partito l’invio prima di firmarlo.

  6. Vocedelsilenzio Says:

    Sicuramente. Hai ragione, infatti un po’ tutto quello che hai detto va ad influire sul risultato. Il problema è anche, secondo me, che in italia i lettori sono pochi e spesso chi legge legge poco e questo poco, beh, è pilotato dai critici, dal marketing… ecco, questo mi fa pensare ad una domanda: perché una casa editrice fa tanta pubblicità a un libro come, che so… Twilight, piuttosto che a Casa delle foglie? Per la complessità?
    Boh…

  7. Lara Manni Says:

    Ehi Michele, ciao.
    Molto saggio, anche se molto amaro, quello che scrivi. Lo so, i libri vengono fatti per essere venduti, e su questo non ci piove. Però torno a battere sul vecchio tasto: perchè sono i libri di fantastico a pagare più di altri il prezzo della scarsa vendibilità? Perchè ai libri di fantastico viene richiesto di uniformarsi ad uno standard – un teratostandard, direbbe Genna – più di altri?
    Se Strade blu avesse smesso di pubblicare Palahniuk, non avremmo avuto Fight Club. E questo avveniva diversi anni fa: oggi, mi sembra che le vie si stiano restringendo.
    Eleas: non è un patto col diavolo. E’, semplicemente, la necessità di battere il pugno sul tavolo da parte di chi scrive fantastico e dire: ehi, le cose POSSONO andare diversamente.
    Voce del silenzio: Casa di foglie è un libro complesso, anche graficamente. Però, una volta superato l’impatto, te lo godi. Il problema è anche non pretendere che ogni libro sia uguale a quel che ti aspetti.

  8. Vocedelsilenzio Says:

    Ok, perfetto, allora la mia domanda è ancor più fondata: perché un editore preferisce far pubblicità ad un determinato libro, piuttosto che ad un altro?
    Perché questo va sicuramente ad influire nelle vendite…

  9. Michele Monina Says:

    Lara, Douglas Coupland, sicuramente un autore mainstream tra i più significati tra quelli usciti verso la fine dello scorso millennio, è praticamente con un paio di titoli realmente in catalogo. Solo per fare un esempio a me caro. All’epoca io e Genna provammo a far pubblicare, con grande impegno da parte dell’editor, Infinite Jest di DFW, ma ci risero dietro. I libri, se non vendono, escono di catalogo, genere o meno. Se non hanno buone previsione di vendita, neanche escono. Lo stesso Genna, che, vendite o meno, è uno degli autori più noti e seguiti della sua (mia) generazione, ha avuto e forse ha problemi con la sua backlist. Contano i numeri. Punto e basta. So di essere amaro, nel constatare poco amichevolmente i fatti. Ma indodare la pillola serve a poco, direi.

  10. Lara Manni Says:

    Non serve affatto, indorare la pillola: perfettamente d’accordo. Però, Michele, la domanda resta invariata. Chi fa le previsioni di vendita su cosa si fonda? Le persone che hanno riso dietro a Infinite Jest, oggi, si mordicchiano le mani? Anche no, immagino, visto che a dispetto del suo enorme valore non credo che David Foster Wallace sia nella top fifty dei più venduti.
    Contano i numeri ed è giusto così: ma da qualche parte occorre aprire un varco che non si basi “solo” sui numeri. Tanto più, secondo me, per il genere.
    Vocedelsilenzio: credo che, anche qui, dipenda da tante cose.

  11. Elfo Says:

    Anche io ho sempre avuto questo grosso dubbio e nessuno è ancora stato capace di chiarirmelo. Che cos’è che decreta il successo di un libro? Le vendite, ovvio. Ma una casa editrice con una certa potenza economica – come può essere Mondadori – non è forse capace di “pilotare” le suddette con massicce campagne pubblicitarie? Perchè, diciamocelo, la pubblicità non sarà tutto, ma conta. Quindi c’è qualcuno che pianifica le strategie editoriali e sceglie il budget che un determinato libro avrà in pubblicità, immagino. CON CHE CRITERI vengano effettuate queste scelte devo ancora capirlo adesso. 😦

  12. Lara Manni Says:

    Secondo me no: ci sono alcuni editori, come Fazi, che hanno capito benissimo che è fondamentale investire nella promozione, e infatti ha buoni risultati. Ci sono editori che vedono come va e basta. E dal momento che in un mese ci sono diverse uscite per ogni editore, si privilegia un titolo piuttosto che altri. A scelta del direttore editoriale.

  13. eleas Says:

    Però a grandi linee scegliendo un romanzo di un tipo piuttosto che un altro, dandogli un certo taglio piuttosto che un altro viene eseguita una scelta di campo. Se l’editor rende il romanzo un libro stile Twilight, so a chi punto a priori. So cosa cerco da quel romanzo. O sbaglio?

  14. Lara Manni Says:

    Ma un editor non può rendere un romanzo simile a nulla: è il romanzo che già in partenza si inserisce in un filone. L’editor può suggerirti di non esagerare con i pov (come è successo con me), e io posso rispondere che invece è esattamente quello che voglio, ma questo non va a intaccare più di tanto un testo.
    Ripeto, so che ci sono autori che consegnano un testo all’editor e se ne disinteressano totalmente. Non so quanti siano e non so cosa scrivono, ma ci sono. Ma l’intervento di editing non stravolge. A meno che tu non sia Gordon Lish con Carver, dove effettivamente la mano di Lish è stata pesantissima. Ha fatto bene, ha fatto male? Il dibattito è gigantesco: di fatto, Carver è divenuto Carver anche grazie a Lish…

  15. Michele Monina Says:

    Il problema è molto più complesso di così, ovviamente. Infinite Jest non è un libro da classifica, ma essendo l’autore entrato di diritto nel gotha della letteratura cool, può contare su un numero continuo di vendite (non un longseller in senso stretto, ma, come per certi classici, un longseller moderato). Non è un caso che Einaudi lo abbia rilevato da Fandango (che in tutti i casi si era sobbarcata la mole di traduzione). La pubblicità fa vendere solo certi tipi di libri, come certi premi letterari ne fanno vendere altri. Chi compra un libro per una pubblicità non viene considerato, di norma, un lettore forte. Quindi si compra quel libro, e poi se ne riparla tra un anno. Mentre chi, per dire, si compra un libro perché legge una bella recensione, è molto facile che entrerà in libreria almeno una volta al mese. Ecco quindi una terza variabile, il rapporto con la stampa. Credete che sia meno pilotato che quello della pubblicità?
    E la posizione che i libri hanno nelle librerie, Feltrinelli in testa? Un libro che finisce in vetrina (si paga questa possibilità) vende sicuramente di più di uno che si trova di dorso in uno scaffale. Per non dire delle pile di libri che si trovano nei punti strategici, vicono alle casse o vicino alle poltrone. Ci sono le classifiche. Chi vende tanto entra in classifica, chi entra in classifica vende ancora di più, lo dico per esperienza diretta. Poi c’è il mass market, supermercati, autogrill e affini. I libri che compri al centro commerciale non entrano in classifica, ma lì, in un fine settimana si vende molto di più che in una qualsiasi libreria, quindi anche quello fa numero.
    Tante, troppe variabili. Per questo gli editori, che spesso ragionano di libri come fosse shampoo o detersivo, brancola nel buio.
    Di fatto non esiste un editore, uno, in grado di decidere che un libro diventerà un best-seller. Altrimenti non esisterebbero i casi editoriali (nella quasi totalità dei casi, si tratta di fenomeni ingovernabili). Ho visto fare investimenti su libri fallimentari e, d’altra parte, ho visto libri considerati minori diventare dei best seller.
    Io credo, e lo credo fermamente, che presto si tornerà a una distinzione netta. Libri di letteratura per l’elite e libri polpettone (spesso di alta letteratura camuffata) per la massa. Io mi sono adeguato da tempo a questa ipotesi…

  16. Lara Manni Says:

    Mmm. Ipotesi molto drastica, Michele: e che mi fa anche paura da lettrice. Sono perfettamente d’accordo sul fatto che gli editori non sappiano cosa venderà e cosa no (anche perchè, se lo sapessero, si venderebbero vagonate di libri e non è così).
    Io mi accontenterei di editori anche “accudenti”, che sappiano che un Fight Club può sempre arrivare, lavorandoci…

  17. Michele Monina Says:

    Ti faccio sempre un esempio che parte dal mio vissuto personale. Ho pubblicato 19 libri (a nome mio, più altri tre conto terzi). I primi cinque di narrativa, poi sono passato ad altro, sempre che quel che scrivo oggi possa essere considerato come non-fiction. Con quei primi titoli, all’incirca, ho venduto qualcosa come sette, ottomila copie, complessivamente. Considerando che uno di quei titoli, aironfric, era uscito per Strade Blu (primo titolo italiano) e che, anche se considerato un flop, vendette da solo circa metà di quelle ottomila copie circa. Poi, con gli altri, ho venduto oltre 350mila copie. Con gli altri 11 pubblicati fino al 2008, perché dei tre usciti l’anno scorso ancora non ho avuto i rendiconti. Quindi, con cinque libri di narrativa ho tenuto una media di circa 1700 copie a titolo, con quegli altri, di oltre 30mila. Da quel momento non ho più pubblicato narrativa. Non perché non ne abbia scritta, semplicemente perché io vendo di più con autore di non-fiction, a prescindere da quello che scrivo. Nel corso degli ultimi otto anni ho ricevuto, complessivamente, circa 25mila euro, suddivisi in tre contratti di entità differenti, per tenere fermi i miei scritti di narrativa, per tenermi buono. Come dire, ok, scrivi pure un romanzo, se vuoi, ma intanto continua a fare biografie o saggetti musicali. E quando non erano i romanzi di narrativa a essere considerati il contentino, erano i contratti di consulenza. Insomma, questa è l’editoria. Scrivo biografie che vendono, quindi mi chiedono biografie per vendere, e se non faccio biografie, in effetti, vendo meno. Non sono io a essere drastico, temo.

  18. Luca Centi Says:

    “Il giovane Holden” è il mio romanzo preferito in assoluto =)

    Comunque, non c’entra niente, ma volevo dirti che ho iniziato a leggere il tuo romanzo. Finalmente, direi! =P Che te lo dico a fare, mi sta piacendo molto!

  19. Lara Manni Says:

    Molte grazie, Luca 🙂
    Michele: non metto assolutamente in dubbio che la strada che tu indichi sia una strada non solo possibile ma, forse, una delle poche percorribili.
    D’accordo, l’editoria è cieca e sorda davanti a null’altro che non siano i (grandi) numeri. Pazienza, pubblicheremo ebook. Pubblicheremo gratis in rete.
    Quanto può andare avanti una situazione del genere? Prima o poi ci sarà pure un editore, anche piccolissimo, che porterà avanti una strada diversa. Almeno, voglio poterlo sperare. Oppure basta, chiudo subito la tastiera e mi dedico al piccolo punto, che devo dirvi?

  20. Michele Monina Says:

    Cara Lara, io credo che, in un’epoca di decadenza come quella in cui stiamo vivendo, si debbano per forza trovare nuove vie. La rete è una, senza dubbi. Altre, a me, non vengono in mente, ma non credo di essere la persona più adatta a scovarle. Credo, poi, che la narrativa di genere sia la sola a salvarsi dal cataclisma cui andremo incontro. Quando parlavo di libri per la massa, dentro i quali si potrebbe nascondere il nuovo Hugo o il nuovo Balzac (ma anche il nuovo Dumas, Dickens o Salgari), intendevo questo. Io la vedo così, ma come si intuisce dal mio profilo, non ho mica intenzione di mollare tutto e farmi da parte.

  21. Lara Manni Says:

    Michele, c’è una cosa che a me sta a cuore e a cui quasi nessuno crede, quando la dico. Io vorrei solo essere una decente artigiana. Una che racconta storie ad un pubblico neanche così grande. Mi basta continuare a poterle raccontare. E’ questo che mi piacerebbe accadesse in Italia: spazio anche ai narratori che non vogliono diventare immortali, ma a cui basta narrare. Mah.

  22. Michele Monina Says:

    Per quel che vale il mio parere, tu sei un’ottima narratrice.

  23. Lara Manni Says:

    Il tuo parere vale molto, Michele, e ti ringrazio.
    Ma, appunto, viviamo in tempi oscuri.

  24. Melmoth Says:

    LARA SCRIVE: “Il linguaggio, però, è molto semplice. E va benissimo: non sto facendo l’elogio del libro criptico concepito per tre eletti e mezzo. Ma questo pone, appunto, un problemino: ovvero, che l’idea generale, fra editori e lettori, sia oggi quella di rendere ogni storia “piana”, senza devianze…”

    Sto avendo questo medesimo problema in questo medesimo momento. Senza scendere in dettaglio mi trovo a che fare con i famosi mediatori di cui sopra i quali mi spingono a ‘semplificare’, a tutti i livelli. Dunque: è un problema. E’ un problema perché potrebbero aver ragione ‘nello specifico’. Nonostante la mia tirata contro i (cattivi) editor anche io ho avuto esperienze abbastanza positive (con gli editori è un’altra storia). Ma rimane il problema: semplificare per arrivare alla chiarezza (della frase, dell’intreccio, dei temi trattati), o semplificare per arrivare a qualunque pubblico, in ogni caso, sempre?

    Non voglio fare l’autore arrogante che si arrocca, ma nemmeno voglio svilire quello che ho imparato da me medesimo in anni di praticantato. Noto solo che in momenti come questi è difficile capire se si parli di ‘semplicità’ come punto di arrivo, o come livellamento. E non credo che un ‘addetto ai lavori’ sia sempre così lucido da capire la differenza. Un buon romanzo essere sempre tutto semplice e comunicabile in due frasi (come mi è appena stato detto da un ‘professionista’)? Sì? Sicuri sicuri?

    Perplimo.

  25. Lara Manni Says:

    Un buon romanzo può essere comunicato in due frasi, questo sì. Il problema non è nel comunicarlo (e oltretutto quello non è un tuo problema, ma del comunicatore). Ma può essere scritto usando mille vocaboli o mille milioni di vocaboli.
    Semplificare è un’arte, secondo me, e bisogna saperlo fare, e io voglio imparare a farlo: penso che il rischio maggiore che un autore possa correre è quello di innamorarsi troppo di se stesso e dei suoi “effetti”. Un editor serve proprio a questo: a dirti “sfronda, ragazza” quando la scrittura diventa masturbazione.
    Io mi fiderei, ecco.
    Il problema non è semplificare un linguaggio complesso o un’architettura. Il problema è il senso complessivo del libro. Esempio: adesso vanno per la maggiore i giallisti svedesi, allora tutti i gialli devono essere ambientati fra i ghiacci e se io oggi scrivo una storia ambientata in Svezia e mi cambio nome in Laruska Mannoinen forse riesco a pubblicarla. Ecco, il problema è qui.

  26. Melmoth Says:

    Non parlavo di effetti ma proprio di contenuti.

    Guerra e Pace?
    Un libro sulla russia (questa è di Allen).

  27. Lara Manni Says:

    Odissea?
    A volte ritornano.

  28. Melmoth Says:

    🙂

  29. Lara Manni Says:

    Comunque se riguarda i contenuti…ancora una volta dipende da quanto l’editor vuole intervenire, e se si tratta di tagli o di riscrittura vera e propria…

    Alla ricerca del tempo perduto?
    Mangia un biscotto e ricorda tutto.

  30. Melmoth Says:

    eh !
    No, non è così tragico, è solo… Diciamo che parlo soprattutto di agenti ed editori: l’idea che loro hanno di un libro ‘che sfonda’ è qualcosa che posso comunicare in modo semplice. E’ indubbio che a volte sia così (e grazie a dio alcune delle cose che scrivo sono così), ma tutte? sempre? Non sempre il disegno visibile, il tratto perfetto della struttura mi danno un buon romanzo… L’altro lato di Kubin? America di Kafka? Alcuni dei più bei romanzi di Dick? (dai riassumimi l’intreccio di Ubik). E l’atmosfera? E il senso di uncanny? Talvolto quando comunico con codesti figuri ho l’impressione di parlare con dei bambini serissimi che discutono della ricetta alchemica della felicità.
    (mmm intreccio interessante)

    M.

  31. Lara Manni Says:

    Posso proprio capire, anzi capisco sottoscrivo e condivido. Bel guaio, Melmoth.

    Ubik?
    Qualcuno preme il tasto “rewind”.

    (ci ho provato)

  32. marco Says:

    Dante’s Inferno:the literary classic that inspired the epic video game from electronic arts.

    http://nihilistic-kid.livejournal.com/1422918.html

  33. Lara Manni Says:

    Questa è assolutamente MERAVIGLIOSA.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: