L’inner space del fantasy

Provo a fare un post serio: ripeto, “provo”. Non ha pretese di sistematizzare un bel niente, è solo un “faccio il punto a modo mio”: quindi, non pensate di trovarci nulla di più.
Dieci anni fa, la qui presente Manni aveva sviluppato una passione tardiva per il cyberpunk. In particolare, cominciò con due antologie, “Mirrorshades”, curata da Bruce Sterling, e “La notte che bruciammo Chrome” di William Gibson. Poi ho letto “Neuromante”. E “Aidoru”, che ho amato molto.
Quello che mi era piaciuto, a pelle, del cyberpunk, era banalmente la stessa cosa che mi aveva colpito in “Matrix”: l’idea che tutto avvenisse dentro la propria testa, almeno in molti casi. Immagino che chiunque sia affascinato dalla letteratura fantastica abbia anche questa motivazione: la vecchia caverna di Platone dove i prigionieri scambiano le ombre per realtà.

Non molto tempo dopo ho scoperto James Ballard, e la sua teoria dell’Inner Space. Un percorso a ritroso, insomma. Cosa sosteneva Ballard in un famosissimo articolo che si chiamava proprio  Come si arriva allo spazio interiore? In sostanza, che dopo anni di fantascienza ambientata nello spazio extraterrestre, era il momento di dedicarsi a tutt’altra esplorazione. Alla psiche, e a quello che succedeva là dentro. “Idee psico-letterarie”, le chiamava.

Ieri pomeriggio rimuginavo su questi concetti. E pensavo che, forse, anche la nostra narrativa fantastica – o meglio, fantasy –  avrebbe bisogno del suo Inner Space. Perchè dopo decenni di spazi esterni, e di foreste elfiche e di grotte di nani, di mappe e di confini, forse tentare la via interiore sarebbe cosa salutare. Il che non significa affatto cedere a quella che nella narrativa mainstream si chiama “autofiction” e che sembra l’ultima tendenza italiana: ma privilegiare quel che avviene “dentro”  mentre si racconta il  “fuori”.

Ora, se Ballard smette di rigirarsi nella tomba, provo a rifletterci ancora.

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27 Risposte to “L’inner space del fantasy”

  1. Vale Says:

    Ma l’autofiction non c’entra nnulla con l’inner space.

    E a proposito di inner space (l’avrai letto anche tu) Loredana Lipperini ha suggerito, qualche tempo fa, un romanzo “Eudeamon”, che un po’ c’entra col tuo discorso… (per lo meno, a me è venuto subito in mente, leggendoti…)

  2. Vale Says:

    …e non dimentichiamo Philip Dick…

  3. Fabrizio Says:

    Ma sai che non sono ancora riuscito ad incontrare Sterling, nonostante abbia molti legami con la mia università?
    E’ che mi vergogno, ti giuro. Cosa puoi dire a gente così?
    E con Gibson ancora peggio…

  4. Lara Manni Says:

    Vale, lo so che l’autofiction non c’entra niente: semplicemente, notavo che a fronte di un’invasione di “introspezione” nel mainstream, il problema si ponga molto poco per quanto riguarda il fantastico. Quanto a Eudeamon, visto, segnato, in arrivo: sono curiosissima.
    Fab: credo che basti un saluto. In realtà penso che anche io rimarrei senza parole, però…

  5. Vale Says:

    Ti piacerà, Lara!
    (Sì, ovvio che lo sai, io spesso dico cose ovvie, solo per dirle a me stessa…)

  6. Vale Says:

    …e in effetti, ci sei voluta tu a farmi pensare a questa cosa, che nel fantastico di iintrospezione ce n’è pochina.

  7. Lara Manni Says:

    Mi piacerà? Bene bene. Ho voglia di una bella storia, meglio se “inner”: e sono rare, specie quelle italiane…

  8. Giobix Says:

    ciao, mi riallaccio al mio commento precedente in cui citavo Storia di Neve, mi aveva colpito perchè utilizza un immaginario fantasy completamente autoctono,(lo scrittore è considerato un realista, infatti è stato criticato per gli eccessi di violenza e “fantasia”) e totalmente legato al mondo dell’autore.
    qui racconta la sua esperienza di inner space nello scriverlo, parecchio inquietante: http://www.youtube.com/watch?v=kCK7YZjl9BE

  9. Lara Manni Says:

    Inquietante è la parola giusta, Giobix. Decisamente, devo scoprire Mauro Corona, che anche io consideravo pienamente “mainstream”. Mea culpa!

  10. Mimmi Says:

    Mm.. quando mi toccano il fantasy rizzo subito le antenne.. comunque credo che tu abbia ragione: forse il fantasy è un po’ troppo “piatto” da questo punto di vista, nessun “gioco” nella nostra mente. Credo però che faccia parte della sua natura: foreste, laghi, grotte, cieli, praterie sconfinate.. è una storia grezza e pura, il cui messaggio è proprio in ciò che racconta. Certo, però, se non proprio l’ Inner Space, che forse ne andrebbe a modificare la natura, più introspezione dei personaggi non stonerebbe. E’ quello, più che altro, che vedo carente.

  11. Lara Manni Says:

    Ciao Mimmi. Ecco, io non dico che il fantasy non debba essere “grezzo e puro”. Dico che guadagnando in complessità introspettiva guadagnerebbe anche la parte descrittiva. La sensazione che ho, in poche parole, è che per arrivare al cuore di una storia ci siano due prospettive: quella dall’alto, che ti permette di cogliere la mappa di un mondo intero. E quella dal basso, all’altezza degli occhi di un personaggio. Che è quella che almeno io preferisco.

  12. Melmoth Says:

    il fantastico è ‘piatto’ perchè la sua figurazione è esterna, non interna. Mi spiego: è come se si dicesse che le Metamorfosi di Kafka parla dell’allucinazione di un personaggio che ‘crede’ di essere una scarafaggio. Al contrario: soltanto prendendo ALLA LETTERA il fantastico gli do dignità e valore: il fantastico fa ‘apparire’ (dal verbo greco Faino) quello che dovrebbe appartenere alla sfera interna (e privata) del mondo interiore (o della mente universale)

    Stesso discorso per l’epica, di cui il fantasy è spesso la deformazione moderna e prosastica: non è che manchi psicologia nei personaggi Omerici; ma se io comincio a dire che le divinità che Odisseo vede sono una ‘proiezione’ della sua mente, allora sto cambiando genere.

    Nella fantascienza non è così. La speculative fiction di cui la fanstascienza fa parte privilegia il discorso diretto di idee e sulle idee /tipiche per esempio di Dick; ma a mio parere talvolta questa esplicitazione va a discapito della figurazione diretta.

    Ovviamente nessun genere è stabile, e ben venute le ibridazioni. Però a mio parere il valore del fantastico tout court è proprio quello di essere preso alla lettera: Gollum non è una proiezione dell’io oscuro di Frodo, così come l’essere scarafaggio di Gregor Samsa non è nè un sogno, nè una allucinazione. All’interno della finzione E’ TUTTO VERO….

    M.

  13. Lara Manni Says:

    Argomentazione interessantissima. Però, appunto, parliamo di fantasy Tolkieniano: che forse sta esaurendo la sua ragion d’essere. Non Tolkien, intendiamoci, ma i suoi emuli sì.
    Pensa alla Torre nera: in quel caso hai tutti e due i piani. Quello “piatto”, con la figurazione esterna e le relative praterie/montagne/fiumi. E quello interno. E i due piani si intrecciano: i metamondi possono esistere anche soltanto nella mente di Roland di Gilead (e devo fermarmi causa spoiler, a questo punto).
    La Torre nera, peraltro, non solo è un fantasy, ma è un fantasy di derivazione tolkieniana, per ammissione dello stesso King, che però cerca rinnovamento.
    La mia sensazione è che, a forza di prendere Tolkien (e spesso il malinteso Tolkien) come faro, ci stiamo fermando. E’ come se la fantascienza non fosse andata avanti dopo Asimov, per dire.

  14. eleas Says:

    phantazo è il termine da cui deriva fantasia, concordo abbastanza conmelmoth ma attenzione che anche in tolkien vi è il concetto di vedere ciò che normalmente non si vede gli elfi non li vedono mica cani e porci e così gli hobbit di cui alcuni nemmeno si sognano l’esistenza.

    Pur tuttavia non disdegnerei un fantastico interiore. Forse uno che ci ha provato ma in modo non assolutistico e Pullman in queste oscure materie.

  15. eleas Says:

    ops *è Pullman… sgrunt…

  16. Melmoth Says:

    Infatti Pullman non mi piace proprio perchè rende ‘interiore’ e ‘metafiorico’ il fantastico epico (se è per quello nemmeno Tolkien mi piace troppo per ragioni simili, ma il discorso è troppo lungo).
    Spazio per sperimentare comunque c’è, con buona pace dei tradizionalisti.
    Ma non si può dire contemporaneamente che il drago è una parte della psiche del personaggio e poi prenderlo alla lettera; infatti la Torre Nera è uno dei polpettoni più deludenti e sconclusionati di King (or that’s my humble opinion). Con buona pace del primo ovviamente che è assolutamente meraviglioso (ma è il disegno generale che ‘falta’).

    Il ‘fantastico’ interiore non è affatto da disdegnare infatti (personalmente) è quello che preferisco: ma l’abilità sta proprio nel confondere il passaggio dal dentro al fuori, altrimenti dicventa un ‘fantastico a tesi’ (ovvove ovvove).
    Qualcuno ha mai letto L’inquilino del Terzo Piano di Topor? L’Altra Parte di Kubin? Ghormengast di Mervyn Peake? (ma anche Lovecraft e Ligotti, e persino Poe).

    M.

  17. Lara Manni Says:

    Lovecraft-Ligotti-Poe, sì. Gli altri tre, colpevolmente, no: ma aggiungo alla lista di corsa.
    Sulla contrarietà al fantastico a tesi siamo perfettamente d’accordo (a meno che la tesi non sia dissimulata con enorme abilità): non lo siamo sulla Torre Nera, che io amo moltissimo, con lieve dubbio sul finale.
    Confondere i passaggi mi sembra la chiave: non vorrei ridurre tutto alla solita questione “ci vuole il talento”, ma infine si va in questa direzione. Il problema nasce dalla mia insofferenza per i draghi, probabilmente. Non i draghi in sè, naturalmente: ma l’eccessiva presenza dei medesimi.

  18. Luca Says:

    Cara Lara,
    mi permetto un piccolo intervento. Secondo me c’è un errore di prospettiva nell’interpretazione che dai dell’inner space ballardiano. Non è una prospettiva psicologica che lo guida, nemmeno se junghiana, ma un’ottica biologica. L’inner space è il nostro passato genetico, è la nostra storia come esseri viventi. Sono gli strati dell’evoluzione nel nostro cervello. Rivolgere lo sguardo verso la nostra interiorità per Ballard significa guardare la nostra storia come specie, e trasformare questo modello in una chiave per reinterpretare il contemporaneo: e difatti nascono Crash ed Athrocity Exibition. Qui accade proprio la rilettura dell’umano in quanto ‘prodotto naturale’ ma di una natura che è completamente allucinata e stravolta. Il landscape ballardiano si è avvitato alla genetica, ed è nato un futuro dove si viaggia su autostrade neuronali, icone di una totale disumanizzazione: il nostro ‘pre’ si allea con il ‘post’, con l’obiettivo comune della nostra eliminazione in quanto esseri senzienti e culturali.

  19. :A: Says:

    Anch’io avrei citato Mervyn Peake come maestro del fantastico quasi totalmente dimenticato, a differenza di Tolkien.

    In realtà esiste un filone che non lo ha scordato (e come lui non ha scordato Lovecraft), ed è il New Weird, che secondo me è va considerato il tentativo più recente e consapevole di portare il fantasy a un livello diverso dall’emulazione tolkieniana.
    Non a caso Ligotti (che ho visto citato) viene indicato tra gli antesignani del New Weird.

    Per approfondimenti, esiste un sito ufficiale dedicato a Peake:
    http://www.mervynpeake.org/

    Per saperne di più sul New Weird, questa è l’introduzione alla raccolta-manifesto col medesimo titolo, pubblicata sul blog del curatore Jeff VanderMeer (ci sono abbastanza spunti da dedicarci un post…):
    http://www.jeffvandermeer.com/2009/06/28/the-new-weird-anthology-notes-and-introduction

    (L’antologia è questa:
    http://www.tachyonpublications.com/book/New_Weird.html)

  20. Lara Manni Says:

    Grazie ad Adriano per i link!
    Luca, grazie a te per l’intervento e i distinguo. Non volevo dare una mia interpretazione dell’inner space ballardiano: intendevo dire che sarebbe necessario un intervento ANALOGO a quello che fu di Ballard nella SF per il fantasy. Qualcosa che ribalti il tolkienismo reiterato.
    Forse il New Weird potrebbe essere la strada giusta.
    Più genericamente, e al di là dei filoni, potrebbe essere la consapevolezza di trovare la voce giusta (ne parlo nel post di oggi) a livello del singolo autore. Che sembrerebbe l’uovo di Colombo: ma non è.

  21. :A: Says:

    Il New Weird è una possibilità interessante, ma giustamente è solo una delle tante. Già il fatto che il curatore stesso dell’antologia lo dichiari morto e dica che si deve cercare il “next weird” è indicativo: non appena qualcosa si cristalizza in formula, va superato, altrimenti le caratteristiche del (sotto)genere rischiano di diventare subito stereotipate.

    Ma ci sono tante strade non percorse dal fantastico (inteso come “non-mimetismo” o “non-realismo”), o percorse poco, dal realismo magico di Garcìa Marquez, al neofantastico di Cortàzar (chi se lo incula, oggidì, il povero -geniale- Cortàzar?), ecc…

    Forse il limite più grosso è quello di porsi dei limiti quando si scrive. Boh.

  22. Lara Manni Says:

    Be’, i limiti vanno almeno tenuti presenti, a mio parere: quel che mi interessa di più, però, non è la scritta sull’etichetta, quanto la capacità dello scrittore di staccarsi consapevolmente dai modelli, laddove i medesimi abbiano fatto il loro tempo.

  23. Luca Says:

    Un intervento analogo a quello Ballardiano nel fantasy?
    Hai letto “Anime nel futuro” di Cory Doctorow (fanucci) ?
    Potrebbe essere quello che cerchi.
    Inizia parlando di un tipo che è figlio di una montagna e di una lavatrice….

  24. Lara Manni Says:

    L’ho letto e mi è anche piaciuto molto.
    Però.
    Provo a spiegarmi ancora meglio: auspico l’intervento di qualcuno- o alcuni – che invertano la rotta. In modo che non ci sia più solo la Fondazione di Asimov, ma altre possibilità di raccontare. Nel caso, che non ci sia più solo il modello epico-tolkieniano.
    In altri termini ancora: qualcuno che, specie in Italia, per scrivere fantasy non senta la necessità di creare razze, catalogarle, suddividerle, tracciare mappe, eccetera eccetera.
    Ecco.

  25. :A: Says:

    Basta col saccheggio indiscriminato di Tolkien, in parole povere.

  26. Lara Manni Says:

    Sì. Indiscriminato e “piatto”, come si diceva. Basta con i bestiari, le razze, le caste, gli streghi. Poi, per carità, ben vengano e continuino a proliferare per i molti lettori che li amano. Però, da lettrice prima ancora che da scrivente, sento il bisogno di altre strade.

  27. Lara Manni Says:

    Vale, intervengo per ringraziarti un miliardo di volte per il consiglio di lettura!!!

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