De te fabula narratur

Vi è mai capitato di leggere qualcosa e di scoprire che quel qualcosa parla di voi? A me sì, stamattina, leggendo una recensione di Sandro Veronesi su un romanzo che si chiama Nonchalance e che voglio procurarmi subito.
Leggete queste parole:

“Attorno a lei vortica il dolore, che lei vede e riconosce col fiuto dei depressi, e poi scansa accuratamente. Ed è proprio quel suo accanito tentativo di tenersi lontana dal dolore che non funziona, che non può funzionare – anche quando tutti noi, leggendo e sprofondando nel suo stesso errore, lo consideriamo sensato. È lì che la sospensione diventa la più comune, la più invisibile e la più pericolosa delle malattie contemporanee, verso la quale la nostra civiltà mostra la stessa fatalistica indulgenza che i russi mostrano per l´alcolismo: l´autoreferenzialità. Per chiudere il varco al dolore, per non farlo entrare nella sua vita, per non provarlo, la protagonista finisce per impiombarsi in un – visto che siamo a Parigi – antibovarismo che è quasi peggio del suo celebre opposto. Anzi, è peggio, perché è fondato sul falso assunto che sia possibile risanarsi evitando, omettendo, rimuovendo, e lasciando agli altri il dovere di soffrire”.

Questa sono io. Questa è Lara. Paura.

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5 Risposte to “De te fabula narratur”

  1. Giobix Says:

    mmh è talmente generico che un po’ tutti potrebbero riconoscersi, a seconda del periodo, me compreso:)

  2. Lara Manni Says:

    Forse è generico, sicuramente ci sono momenti in cui si esclude da se stessi la sofferenza in modo granitico, pensando che sia il modo giusto per sopravvivere…

  3. Giobix Says:

    si, probabilmente invece sarebbe meglio lasciarla sfogare, c’è il rischio che stratifichi sul fondo..

  4. Roberto Says:

    Buondì!
    [Non ci sentiamo da un po’, eh? ^^]

    Ovviamente a nessuno piace il dolore – salvo casi patologici, ovvio. Sguazzare nel dolore e cercarlo sistematicamente è di sicuro insano.

    E però c’è del vero nell’osservazione che viviamo in un’epoca che nega in modo quasi “isterico”? il dolore, fino ad arrivare ad amputare – o voler amputare – delle parti vitali di sé per impedirgli di toccarci.
    Ci sono di sicuro un bel po’ di ragioni storiche e sociali dietro *mumble*
    Quanto questo meccanismo ci coinvolga personalmente, mah, ognuno deve verificarlo su di se, immagino.

    Ma la narrativa dell’orrore non fa proprio parte del voler ricordare(ci) questo “rimosso”?

  5. Lara Manni Says:

    Bingo, Roberto. La narrativa dell’orrore e il gotico servono o dovrebbero servire a questo, infatti.

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