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Consigli misti e demoni in salotto

marzo 19, 2010

Come mi segnalano nei commenti, sul Venerdì c’è un lungo servizio di copertina su come si fa un libro: scrittori, editor e agenti, insomma, dicono la loro, in occasione di un festival che si chiama “Libri come” e si terrà fra pochi giorni a Roma (magari vado a sbirciare, se non sono troppo presa dal racconto e da Lavinia).
Ci sono argomenti molto golosi.
Per esempio, i trucchetti degli scrittori. Scopro così che Abraham Yehoshua fa il giro del palazzo quando comincia un romanzo e non scrive mai dopo le sette di pomeriggio, che Carofiglio fa le palline di carta, Massimo Carlotto ritaglia articoli di cronaca, Nicola Lagioia resta al computer otto ore di fila (ma come caspita fa?) e Simona Vinci scrive quando ne ha voglia, fumando.
Mi sono domandata cosa faccio io, si parva licet, e scopro che la risposta è “nulla di particolare”. Ovvero, so che le idee mi vengono nei modi e nei luoghi più impensati (in genere, però, mentre cammino), che il mio modo di concentrarmi è fumare, NON ascoltare musica (lo so, questa è una stranezza), alzarmi a prendere un bicchiere d’acqua quando mi incaglio. Però anche io prediligo il pomeriggio, anche se le otto ore filate non mi sono mai riuscite.
Cose da annotare, dette da Yehoshua:
“I personaggi andrebbero rispettati come gli esseri umani. Mai ridotti a funzione. Nei miei libri non ce ne sono mai di radicalmente aberranti o incompatibili con me. Non c’è un solo personaggio che io non accetterei di far accomodare nel mio salotto”.
Parole sante. E se qualcuno sta per chiedermi se farei sedere Yobai sul divano, la risposta è sì. A mio rischio e pericolo.
La parola va poi all’editor. Ovvero Antonio Franchini, responsabile narrativa italiana di Mondadori. Spezza una lancia (o quasi) in favore degli avverbi: “Graham Greene odiava gli avverbi che in italiano finiscono in  -mente. E’ vero che appesantiscono, ma c’è anche chi li usa genialmente“.
Frase da ricordare:
“Molto spesso, prima di accorgersi che il romanzo è un morto che cammina con una pallottola in fronte, si arriva a pagina 150”.
Paura.
Franchini dichiara anche di essere poco interventista: “Un’idiosincrasia ce l’ho contro questa moda di sopravvalutare l’editing e il complottismo di chi sostiene che l’editoria sia un’enorme macchina manipolatrice”.
Su questo, come si sa, sono d’accordissimo.
Insomma, molto interessante. Nota finale per deprimermi al meglio. Dice l’agente Stefano Tettamanti che gli italiani che vendono all’estero sono quelli “che hanno una forte connotazione di italianità”. Ah, ecco.