Archive for marzo 2010

Far riposare una storia

marzo 17, 2010

Domani finisce il gioco e Lavinia, almeno per ora, si congeda. Dire che mi sono divertita è poco: mi sono affezionata a questo personaggio dal primo momento in cui è apparso. Prima ha fatto capolino in un racconto breve, ma con questa eroina aveva in comune solo i capelli e il nome. Ma quando ho immaginato la vera Lavinia inquieta e spaventata  nel suo bosco inesistente, l’ho amata subito.
Mi dispiace solo l’idea di doverla abbandonare fino agli inizi di aprile, causa revisione del racconto: il romanzo, giocoforza, verrà dopo.
E forse è un bene: far decantare una storia fino al punto in cui preme e spinge per uscire è il modo migliore per scriverla.

Pensandoci bene

marzo 16, 2010

Ecco, il Duca ha fatto questo post che mi fa pensare un bel po’.
Secondo pensiero: ho come idea che salterò questo giro, per quanto riguarda Tim Burton.

Oh, Elspeth!

marzo 15, 2010

Ma quanto è brava? Parlo di Audrey Niffenegger e di Un’inquietante simmetria. E’ una ghost story classica e sono solo alle prime cento pagine. Ma pur usando i vecchi ingredienti (casa vicino al cimitero con fantasma annesso) riesce a far sembrare tutto fresco, e inquietante. E soprattutto la sua eroina, Elspeth, è insieme bastarda e amabilissima. Come piace a me.
Quanto a Blood, dopo l’apparizione di Lestat al Papa, ho abbandonato. Sorry.

Tre carte e due libri

marzo 12, 2010

Concentrare una storia in 420 parole è dura, altro che. Mancano tre carte alla fine delle avventure di Lavinia e mi rendo conto che i colpi di scena dovranno susseguirsi a ritmo serratissimo.
Però è dannatamente utile. Insegna, a proposito di editing, a riconoscere il superfluo e a eliminarlo: possessivi, aggettivi doppi, metafore. Quando servono davvero, li riconosco e li tengo: il più delle volte taglio.  Esercizio prezioso, per il presente e per il futuro.
Letture. Ho finito un altro “gotico italiano”, ovvero Sangue del suo sangue di Roberta Borsani. Non se sia davvero un gotico, di certo è stata una lettura che non mi ha lasciata indifferente. Punto di forza: pescare nella tradizione cattolica e nell’iconografia delle sante. Fiocchi di manna, agnelli e gigli a profusione. Bello. Punto di debolezza: l’investigazione con sensitiva non mi convince molto. Ma è trascurabile, direi.
Ora ho iniziato Blood di Anne Rice. Con un po’ di paura. Un po’ tanta.

Due parole sull’editing

marzo 11, 2010

Dunque, l’editing.
Visto che mi rendo conto di aver intrapreso un discorso decisamente impopolare nel post di ieri, tengo per me le preoccupazioni e mi faccio gli affaracci miei, come mi è stato caldamente consigliato in privato.
Ma sull’editing ho un paio di cose da dire.
Leggendo qua e là, noto che l’editor è visto come un mostro invasivo che cambia i romanzi dalla prima all’ultima parola per omologarli (oh oh!) al Verbo Dominante. Ovvero, secondo la percezione diffusa, trasformerebbe il Puro Genio dell’autore in una lingua di plastica, che rende tutto uguale a tutto.
Bene, non è così.
Comunque, per me non è così, e anche per qualche altro autore (compreso Zio Stevie) che agli editor deve  dire solo grazie. E King lo fa, in ogni romanzo sceso sulla terra e dotato di codice ISBN.
L’editor è uno sguardo terzo e imparziale. Non è il tuo fidanzato, non la tua migliore amica, non  la mamma. Non ti fa i complimenti per farti contenta. Ti aiuta. Ti fa capire dove ci sono incongruenze, dove hai esagerato, dove hai scritto distrattamente, dove puoi migliorare.
E l’ultima parola spetta, sempre, a te.
A volte un editor può chiederti di riscrivere, è vero. E’ sempre un male? Vi faccio un esempio. Quando l’editor di una raccolta di storie fantastiche ha letto il mio racconto di fantasmi, mi ha fatto non una, ma molte osservazioni. Pur apprezzandolo. Mi ha detto, infine: “riscrivilo”.
Sul momento ci sono rimasta molto male, perchè a me il racconto piaceva e piace molto.
Poi ci ho pensato. E, sì, lo riscriverò da capo. Per un semplice motivo: perchè può venire MEGLIO. E perchè accoccolarsi su un risultato, per uno scrittore così come per un pasticcere, è sempre stupido. Sempre.
A meno di non cercare, nella scrittura, solo un atto di autogratificazione: in questo caso, non parlo più.

Su Silvana De Mari

marzo 10, 2010

Invece, leggendo il suo post di lunedì, e leggendolo bene, su Silvana De Mari mi sono venuti i dubbi.
Il riassunto della faccenda lo conoscete già, credo: Salani le contesta alcuni passi del suo prossimo libro, lei rompe con l’editore, lo pubblica in rete, trova un altro editore.
Molti, moltissimi, dicono “brava bene bis”.
Bene.
Però ho letto con attenzione il suo post di lunedì, e mi sono venuti i brividi. Molti. Moltissimi. Certo, il blog è suo e può scriverci quel che vuole: ma quel post trasuda odio. Personalmente, credo che si possa parlare tranquillamente di incitamento all’odio razziale. Affari suoi? Affari suoi.
Ma.
Io non ho letto le parti del libro contestate da Salani. Ma mi pongo e vi pongo un problema: la signora De Mari è una scrittrice per ragazzi. Il suo pubblico non è quello di Dan Simmons (che quanto a incitamento all’odio non è secondo a nessuno). Parliamo di preadolescenti.
E io ammetto che proverei qualche brivido  se io fossi un genitore e mi trovassi a leggere, magari messo in bocca a un orco o a qualche creatura fatata, un discorso tipo:

“La ricchezza sono dei semi buttati in un solco fatto con fatica e poi accuditi. Chi odia la ricchezza odia l’umanità. La vita e l’evoluzione sono ingiuste. Chi ha il mito della giustizia ha solo un odio isterico per l’umanità e per i vivi, e cerca una giustificazione nel suo sadismo”.

O anche, dai post precedenti:

“L’evoluzione è basata sulla ferocia. L’evoluzione è basata sul coraggio.”

O, ancora, contro i rom:

“Perché Famiglia Cristiana in testa, un immenso branco di persone corrette e perbene sta difendendo il tuo diritto di essere venduta, comprata, sfruttata a mendicare e stuprata. Perché un branco di individui assolutamente perbene paragona chi vuole a tutti i costi mandarti a scuola a chi ha messo i bambini ebrei in una camera a gas”.

Oppure,  in risposta a commenti che contestavano il suo pensiero:

“Primo: io sono buona.

Secondo: combatto con quello che ho e combatto per vincere: voi siete la mia armata, voi siete i miei ragazzi. Oltre che buona io sono straordinaria, e voi avete il destino di superarmi. Siete voi che andrete avanti dopo che io avrò finito, se io cado andrete avanti voi al posto mio. Ma dovete imparare a pensare. E a firmare.

Terzo: non è colpa vostra. Siete cresciuti immersi nella ferocia e nella barbarie della sottocultura marxista leninista. È vostro malgrado che siete violenti e squadristi.

Per vostra fortuna avete incontrato me sulla vostra strada, e, quindi, tutti qui a leggere. Perché le idiozie che mi avete scritto sono un disonore e voi siete gente perbene che ha solo bisogno di qualcuno che spacchi il muro di conformismo e menzogne in cui, vostro malgrado e nonostante le lacrime e il sangue versati per portare la democrazia, in questo paese, siete cresciuti”.

Sì, lo avrei, il brivido. Il discorso è delicatissimo, me ne rendo conto: ma è molto facile pestare i pugni contro la censura senza analizzare anche questo aspetto. Il pubblico della De Mari non è un pubblico adulto. Non coincide con i lettori del suo idolo, Oriana Fallaci.
Ferma Lara, cosa stai dicendo? Starai mica sostenendo che uno scrittore deve essere un pedagogo? Che deve diffondere una morale? Che questa morale è persino politica?
No. Dico però che ogni scrittore, essendo una persona che racconta storie a un pubblico, ha un’etica. O dovrebbe averla. E se Pippi Calzelunghe affermasse che Mein Kampf e Corano sono la stessa cosa, io salterei sulla sedia.
E a questo punto vorrei, onestamente, sentire la campana di Salani, prima di scendere in campo per difendere la De Mari.
Io non me la sento, perdonate. Essere scrittori non coincide con l’essere belle persone: ma non assolve, per questo, dalle proprie responsabilità quando si parla agli altri.

Ps. E tanto per chiarire sulle motivazioni, la faccenda non era un’incomprensione sull’editing come fin qui è stato detto. Lo afferma Silvana De Mari nel post del 14 dicembre:

“Mi scuso per lo scrivere poco. Sto terminando L’Ultima profezia, che sarà pubblicata solo sul sito, perchè non condivido le scelte politiche della casa editrice e non voglio che mettano le mani sul mio libro.
Chi è l’editore di Travaglio, chi sta mettendo la democrazia del mio paese sotto i piedi, chi sta favorendo il colpo di stato giudiziario o fisico non pubblica me. Io sono un moralmente inferiore. E i moralmente superiori mi fanno ogni istante più orrore”.

Un acchiappapolli non fa primavera

marzo 9, 2010

Torno sugli acchiappapolli perchè mi rendo conto che c’è parecchia disinformazione sulla questione. Uno degli argomenti che vengono citati a favore della pubblicazione a pagamento è “se pubblico in rete mi fregano l’idea”.
Bene, giova ricordare che esiste una faccenduola nominata creative commons: trovate un bel ripasso sul sito. E funzionano: nel senso che se qualcuno davvero dovesse appropriarsi di un vostro testo, potete usare le famigerate vie legali esattamente come se il plagio fosse avvenuto da carta a carta.
Per dire, ha scelto di pubblicare sul web anche Silvana De Mari dopo la rottura con Salani (GL racconta in modo assolutamente condivisibile tutta la faccenda): non parliamo di una signora spuntata sotto un fungo, ma di una delle più vendute autrici italiane di fantastico.
Per dire ancora, ha usato NON gli editori a pagamento ma il self publishing uno scrittore famosissimo come Giuseppe Genna.
Bella forza, dirà qualcuno, ma lui è uno già pubblicato, ma anche la De Mari è una già pubblicata: e io che ho il mio romanzo nel cassettino? E tu insisti, rispondo. Non c’è nessuna altra via: anche perchè il web costituisce un titolo sicuramente più autorevole di un acchiappapolli. Mettetevelo in testa.
A proposito di web: il Duca ha ideato un concorso per racconti steampunk. Per chi vuole divertirsi, qui ci sono tutti i dettagli.

Contro gli acchiappapolli

marzo 8, 2010

Dunque, gli editori a pagamento: se n’è parlato su Lipperatura e ne parla oggi GL. Ayame ne parla da tempo.
Perfettamente d’accordo con tutti: occorre stroncarli, ora, subito. Aggiungo solo che appena ho messo piede su Facebook, oltre un anno fa, e appena ho scritto sul mio profilo che leggevo e scrivevo, sono stata subissata di richieste di amicizia da persone che ho poi scoperto essere coinvolte con l’editoria a pagamento. Acchiappapolli mi sembra la definizione più benevola.
Non c’è nessuna differenza fra questi individui e le cricche gelatinose di cui si legge nelle cronache politiche. Nessuna. Vendono sogni e ci si arricchiscono sopra, senza dare in cambio che libri pieni di refusi che, ben che vada, giaceranno sul fondo di qualche magazzino.
Non cadeteci, per nessun motivo al mondo: non si diventa scrittori perchè c’è il proprio nome su un pezzo di carta, ma perchè si ha voglia di raccontare.  E le alternative sono due: o pubblicate gratis, per il web. O, se arrivate alla carta, qualcuno deve pagare voi. Non viceversa.

Lara parla ancora

marzo 5, 2010

Già che c’ero, ho parlato anche con un demone. Non vedo l’ora che pubblichi il risultato. Mai divertita tanto.

Ps. Intervista on line: che grazioso demone, vero?

All you need is goth

marzo 4, 2010

Posso avanzare un dubbio piccolo piccolo?
Insomma, ho letto Lullaby, la ninna nanna della morte, di Barbara Baraldi. Sul retro c’era una frase di Massimo Carlotto, lo scrittore di noir: “Vero e fighissimo gotico: me lo sono bevuto”.
Ecco, io non sono nessuno rispetto a Carlotto, però non credo che sia vero. Lullaby è un noir, non un gotico. E’ una storia di delitti e di intrighi, di personali infelicità e di fallimenti. E’ vero che il noir deriva dal gotico: ma quando fa a meno del sovrannaturale o del fantastico si chiama noir, e punto.
Dopo di che, va tutto benissimo: puntualizzo un po’ perchè cinque minuti di saccenteria non li nega neanche Andy Warhol. E un po’ perchè, se proprio bisogna usare le benedette etichette, forse si rischia un pochino di confusione nel dire “tutto è gotico viva il gotico”.
O no?