Piccoli equivoci fantasy

Mi ha molto colpito l’intervista al fondatore dei Campi Hobbit, Marco Tarchi, su Repubblica. In particolare,  questo punto:

Perché proprio Tolkien divenne il vostro vessillo?
“Il suo mondo fantastico delineava un universo ideale che avversava gli aspetti materialisti e egoisti della società in cui eravamo costretti a vivere. Fu una scoperta genuina che conservò, malgrado i suoi limiti, una carica emotiva forte”.

Anzi, per essere ancora più precisa,  sono le parole “universo ideale” a darmi da pensare. Dunque la parola fantasy equivale a utopia? A me non sembra affatto: né in Tolkien, né in coloro che sono venuti dopo. Per me chi sceglie la strada del fantastico cerca di raccontare il mondo reale non tanto con i colori più forti per cui il Male diventa Malissimo e il Bene è Benissimo. Chi scrive buone storie fantastiche indaga le sfumature, credo, per cui gli eroi non sono perfetti ma ambigui. Come il già citato Roland di Gilead, per esempio, che di pessime azioni ne compie a bizzeffe.

Dunque, non “universo ideale”, ma “universo mascherato”: parliamo sempre di uomini e di donne, sia pure trasfigurati e dotati di armi e poteri che non ci appartengono.
L’idea di una narrativa che racconti l’Eden mi turba, e mi spaventa anche un po’. Non so voi.

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19 Risposte to “Piccoli equivoci fantasy”

  1. Laurie Says:

    Mmm, ma questa motivazione non suona troppo come una cosa hippie? Sono certa che quelli che se ne andavano a Woodstock spacciandosi per Gandalf la pensavano così, il che è INDISCUTIBILMENTE LOL X°D
    L’unico aspetto anti-moderno in Tolkien è il rifiuto per le macchine e l’industria, abbastanza simile a quello di Miyazaki, dovessi dirti.

  2. Lara Manni Says:

    Vero. Oltretutto penso che quel rifiuto sia anche motivato dagli orrori ANCHE dovuti alle macchine che Tolkien vide nella prima guerra mondiale. Però non l’ho mai letto come elemento di spicco, magari sbagliando.
    Dopodiche, leggere una storia evocando gli ideali non mi pare proprio la cosa giusta: ma ho il sospetto che avvenga anche oggi, a volte.

  3. Giobix Says:

    ho discusso varie volte con persone ideologicamente di estrema destra che amano i fantasy alla tolkien perchè evocano molte cose che a loro arrapano parecchio: coraggio, onore, fedeltà, e soprattutto società di tipo medievale dove ognuno sta al proprio posto.
    questo genere di nostalgici le sfumature non le vedono, se ci sono le dimenticano. il lettore ideologico deforma tutto con l’occhio della sua ideologia. la realtà delle cose o lo scoprirne di nuove, non gli interessa.

  4. Paolo Evangelisti Says:

    Io direi che nella media le ambientazioni fantasy abbiano un manicheismo abbastanza spinto. La personificazione del male, il gruppo di buoni troppo buoni, ecc.. D’altronde mi sembra di ricordare che proprio Tolkien disse che il genere fantastico abbia un forte debito verso la favola.

    La terra di mezzo può essere accusata di un utopistico idealismo? Non credo. Sicuramente paga il suo tributo al genere letterario dal quale discende, ma la maestria dell’autore secondo me fa si che l’opera non appaia mai troppo favolistica.

  5. Lara Manni Says:

    Paolo, il manicheismo secondo me è legato ad una scrittura non buona infatti. E’ molto più facile scrivere una storia con i Tanto Cattivi e i Tanto Buoni. E le favole sono molto più sfumate di quel ceh non si creda, appunto.
    E, sì, Giobix, temo che il problema, per quanto riguarda Tolkien, stia nei lettori.

  6. Mele Says:

    Beh, “ideale” riferito a Tolkien ha un significato molto ampio… E non penso che Tarchi intendesse “irreale”. O “piatto”. In LotR ci sono “uomini” che combattono fino alla morte credendo in quello che fanno, sia dalla parte dei buoni che da quella dei cattivi. Eroi per la patria, diciamo. E per se stessi.
    E il fatto che non siano eroi quadrati come i semidei, con un destino unico di gloria, ma siano costantemente tentati (e alcune volte perdono contro la tentazione) e costretti spesso a scegliere tra una via vigliacca di fuga (ehm… viene in mente qualcosa, riguardo gli intellettuali?…) e una dolorosa di battaglia… beh, aggiunge amore nei loro confronti.

  7. Lara Manni Says:

    Tolkien quegli uomini li ha visti morire davvero, in una guerra vera. Io penso che più che al patriottismo abbia pensato, o almeno pensato anche, all’insensatezza del morire.
    E Tolkien, Mele, era un intellettuale. 🙂

  8. Mele Says:

    Certo, ci sono intellettuali e intellettuali. E quelli che piacciono a noi non sono quelli che scappano.

  9. Lara Manni Says:

    Mele, ti prego. Non ho intenzione di fare discorsi partitici sul mio blog. Politici sì, di partito no, nel modo più assoluto. Ok?

  10. Melmoth Says:

    Il vero aspetto antimoderno di Tolkien non è -a mio parere- l’ido per le macchine MA l’idea far rivivere vivere l’epica, oggi, e in una prosa accessibile a tutti.

    In altre parole Tolkien è innanzitutto anti-moderno da un punto di vista letterario. Come lo era C.S. Lewis. Le loro convinzioni politiche non hanno alcuna importanza. Conta invece che fossero tutti e due ossessionati da forme più antiche del romanzo.

    Detto questo, avete letto l’articolo su Repubblica? E’ interessante perchè difatto spiega come attraverso la cultura Tolkieniana gli organizzatori dei campi Hobbit si resero conto che fare contro-cultura in un partito post-fascista era assurdo, o quanto meno poco producente. E molti si distaccarono da quella corrente.

    Punto altrettanto interessante: l’establishment del MSI si tenne ben lontano dai campi Hobbit. Sinceramente credo che se fossero stati a Sinistra il risultato sarebbe stato identico.

    @Palo Evangelisti: manicheismo spinto = un zoroastrismo pornografico?

    @Giobix: il lettore ideologico deforma tutto, a sinistra come a destra; ma sono fatti suoi. Tolkien resta Tolkien.

  11. Melmoth Says:

    l’ido = l’odio

  12. Skeight Says:

    Forse la chiave di tutto è l’elemento individuato da Wu Ming 4 nel saggio dei cohabiter: la “profondità” dell’universo tolkeniano. Che è una profondità narrativa perché ai margini delle storie principali ci sono spazi immensi per sviluppare altre storie (cosa che ad esempio, nell’universo della Torre Nera, non è possibile; e infatti la saga è un mirabile esempio di fallimento di King, ormai ne sono sicuro); però è anche profondità ideologica, nel senso che ognuno può leggervi le proprie idee, e interpretare i comportamenti dei personaggi secondo i propri schemi. Questo non vuol dire che Tolkien è un autore per tutte le stagioni, ma che il suo mondo fantastico è tanto più reale quanto più riesce ad essere inquadrato in più schemi teorici (esattamente come il mondo reale, che è stato interpretato in senso religioso, moderno, marxista, ecc… ma è sempre lo stesso mondo). Non è così facile fare una cosa così: Evangelisti, che tra gli italiani è il migliore, crea storie in cui lo schema interpretativo è uno solo, quello marxista. Poi lui confonde le acque giocando con i ruoli dei personaggi, ma è una bravura diversa da quella del Professore.
    Quindi l’interpretazione di Tarchi, per quanto limitante, non è scorretta, nel senso che in Tolkien c’è spazio anche per quella. Il problema semmai è quando lui e gli altri “pensatori” fascisti cercano di imporre la loro lettura come l’unica giusta, e, ancora peggio, quando sull’altra sponda ci credono e mettono all’indice le opere lette dal nemico, ma è appunto un problema dei lettori e non dell’autore, come si diceva prima…

  13. Lara Manni Says:

    Bell’intervento, Skeight! Solo un piccolo disaccordo sulla Torre Nera, come prevedibile: secondo me nell’universo della Torre c’è spazio eccome, per altre storie. E non solo per il “prequel” costituito dalla serie a fumetti, ma anche per tutti gli spin-off che sono, poi, i romanzi di King medesimo fuori dalla saga…
    Melmoth: ma far rivivere l’epica è cosa antimoderna? Se penso a tutta la discussione su New Italian Epic, a me sembra di no…

  14. Melmoth Says:

    Non lo è pur Wu Ming (e per noi, se siamo del loro parere).
    Ma lo era per Tolkien e C S Lewis, che non a caso erano medievalisti.
    Poi, antimoderno: che rifiuta alcune ‘abitudini’ della modernità (letteraria).

  15. Murasaki Says:

    E’ che non vi ricordate la letteratura (italiana, ma non solo) dei primi anni 70 – perché da noi Tolkien arrivò nel 1971.
    Erano tutti molto depressi e deprimenti e il romanzo era morto e l’individuo era in crisi, molto molto in crisi. Due palle che non ci sono aggettivi per quantificarle.

    Tolkien era diverso, e ti ricordava che l’individuo non era obbligatoriamente avvolto in un bozzolo di perenne grigiore esistenziale e silenziosamente rassegnato alla gran disgrazia di vivere. Poteva anche provare entusiasmo, sofferenza o piacere, impegnarsi in cause apparentemente perse, vincere, cambiare il destino suo e degli altri, disperarsi, morire eroicamente, farsi divorare dal Male, mangiare e bere a quattro palmenti, coltivare rigogliosi giardini, entusiasmarsi per i vari tipi di bosco e via dicendo.
    (Era la stessa molla che lo faceva apprezzare anche dai lettori di sinistra, tra l’altro)

  16. Giobix Says:

    Ma Scerbanenco non direi che era deprimente, piuttosto era crudo e avvincente. A fine anni 60 sdoganò il giallo italiano, e degli anni 70 mi viene in mente soprattutto la violenza delle storie che raccontavano la criminalità e la follia metropolitana. Il noir francese e l’adrenalina incredibile dei romanzi di Manchette, i film dell’ispettore callaghan, giustizieri, serial killer, dario argento, il poliziesco italiano ecc. calcavano la mano sugli aspetti più inquietanti della società di allora.Forse chi trovava troppo disturbanti queste cose può aver preso i mondi fantasy come qualcosa di idilliaco in cui rifugiarsi.

  17. Lara Manni Says:

    Quoto Giobix: Scerbanenco è stato un grandissimo, e poi c’erano ancora, vivi e vegeti, i grandi del fantastico (Lovecraft, per dire), e di lì a poco zio Stevie avrebbe mosso i primi passi.
    Penso, semplicemente, che in quella fase si sia potuto leggere Tolkien come cantore di un mondo altro che poteva essere possibile. E questo sul fantasy ha pesato e pesa ancora: perchè secondo me il fantasy non è evasione, è specchio, sia pure con molti fumi intorno…

  18. Tenger Says:

    Mi fanno sempre ridere i neofasci che si aggrappano a roba medievaloide senza avere la minima idea di cosa significhi. Tolkien non è un becero “Buoni VS Cattivi” è una storia molto complessa di Fato e riscatto. E’ un “poema in prosa” e NON un romanzo moderno. Oh beh, almeno che alla Sorbona non siano tutti fresconi…

    Sul perché scrivere fantastico, ognuno ha motivazioni sue. Personalmente amo il fantastico per il gusto dell’esotico. A me piace vedere come ragiona gente che vive in un contesto totalmente diverso e che pensa e sente in modo totalmente diverso. Scrivere metaforicamente del mondo attuale ha senza dubbio i suoi lati interessanti, ma mi vengono in mente solo un paio di esempi riusciti. Per il resto, credo che raccontare una storia sia semplicemente raccontare una storia: fare un viaggio lontano e tornare. “E basta”. Il che è molto più di quello che la maggior parte degli scrittori è in grado di fare.

  19. Lara Manni Says:

    Tenger, mi sto cucendo la bocca. Non perchè non sia d’accordo, anzi. Ma sto sperimentando con mano che idea balzana di fantastico ci si faccia al di fuori del fantastico. Vabbè.

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