Aprile è il più crudele dei mesi

E se invece non fossimo che una nicchia?
Essendo sensibile ai cambiamenti climatici, sto scivolando in uno dei miei celebri momenti di cattivo umore. Dunque, penso e ripenso al fatto che, sì, non siamo pochi a tentare la strada di una narrativa fantastica non usa-e-getta e non esclusivamente adolescenziale.
Ma se invece, per quanto riguarda l’Italia, quel tipo di storie fossero guardate con indifferenza dalla maggior parte dei lettori?
Pensavo, stamattina, alla chick-lit, alle storie d’amore. Bene, negli altri paesi è possibile scrivere romanzi sentimentali di alto profilo.  In Italia sono quasi sempre comici o zuccherosi, e generalmente un po’ scemi.
Per il fantastico potrebbe valere lo stesso discorso. Abbiamo grossi calibri, come Valerio Evangelisti o Tullio Avoledo o Chiara Palazzolo, è vero: ma Avoledo continua a essere considerato uno scrittore non di genere (non so bene in base a quale mistero), e gli altri due non appaiono mai, per esempio, nei  festival letterari mainstream, pur essendo due scrittori importantissimi. Anche qui, non si sa bene perchè.
Certo, non è fondamentale essere presenti nei festival o nelle classifiche e nemmeno ultravendere. Però, ogni tanto mi sembra che in questo dannato paese ci sia davvero troppo da fare, per quanto riguarda la narrativa non realista.
Mi passa.

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13 Risposte to “Aprile è il più crudele dei mesi”

  1. Ema Says:

    è più o meno il discorso che si faceva con Melmoth qualche discussione addietro. Lui è molto positivo al riguardo, io insomma. Forse sono più orientato sulla tua attuale visione pessimistica. Sempre sperando di essere smentito in pieno. Però sai… per sdoganare ci vuole purtroppo il consenso della critica. Puoi sdoganare dal punto di vista delle vendite (in parte sta già accadendo) ma se i critici continuano a dire che il fantastico è buono solo per il blockbuster, parafrasando, è difficile farsi strada.
    Davvero ci vorrebbe una sorta di tolkien italiota che sia inattaccabile da tutti i punti di vista. E anche lì, già ce li vedo, col sorriso bonario a dire “eh ma scrive favole, non fa una profonda riflessione sulla mafia”.

  2. Lara Manni Says:

    Se è per questo, anche chi fa le profonde riflessioni sulla mafia viene attaccato dai critici, fin dai tempi di Sciascia 🙂
    Non è una questione di critica, penso: è una questione di “scaffali”. Penso.

  3. Melmoth Says:

    Faccio il pessimista, ma da un altro punto di vista: bene, scrivere fantastico è essere di nicchia.
    Ma molta della (buona) letteratura fantastica in Italia, quando è buona, non viene percepita come ‘fantastica’ e quindi nemmeno come nicchia.
    Ed è (sempre) un male?
    Ricordo un episodio raccontato da Borges, quando giovanissimo chiese a uno scrittore di cui nutriva grande stima se gli piaceveno le favole. L’algida risposta fu: “non ho preclusioni contro i generi”. Come a dire: fiaba, giallo, apologo esistenziale, non mi importa, purchè sia scritto bene, purchè scuota, purchè ci parli.
    Detto questo fossi in Lara mi domanderei: ma nel riconoscersi in un genere, da parte di chi scrive, a che serve?
    (Non è una domanda retorica: me lo chiedo anche io).

    Melmoth

  4. Lara Manni Says:

    Serve a rispettarne i canoni, da una parte. E dall’altra, quando si diventa davvero bravi, a cambiarli. 🙂

  5. Ema Says:

    Bella risposta.

    A parte questo, siamo proprio sicuri che il fatto che un’opera fantastica che sia inequivocabilmente di altissima qualità venga “estraniata dal genere” non sia una diretta conseguenza del fatto che “eh, è bello, quindi NON può essere fantastico?”.
    Diciamocelo: se stessimo parlando di un altro genere (chi ha detto romanzo di formazione che fa tanto figo? 🙂 quando metà dei romanzi fantastici di qualità sono ANCHE romanzi di formazione?) non ci sarebbe bisogno di estraniare un bel nulla.

    Però Melmoth fammi qualche esempio, ti prego. Non vorrei equivocare io.

  6. Melmoth Says:

    Ema, certo che è così. Infatti avevo detto che la mia era una posizione pessimista. Se è fantastico ma scritto bene, non è fantastico. O non è così che costoro pensano? Esempi: i soliti Calvino, Buzzati? Oppure… ehm, Avoledo? Intendevo: qualcosa di positivo però c’è…

    Lara, right. Ma: di quali ‘canoni’ stiamo parlando? La scelta degli argomenti? Io ho il sospetto- se mi permetti una interpretazione- che tu stia parlando dell’indirizzarsi a certi lettori, i lettori del fantastico. Infatti il gioco delle ‘aspettative del genere’ con chi lo si fa se non con quelli che il genere lo leggono e lo capiscono? In altre parole mi pare che tu rivendichi i lettori di genere come palestra di qualità. Mi sbaglio?

    La tragedia, e qui sono d’accordo col pessimismo di entrambi, è che lettori ‘colti’ di fantastico, ci sono: editor, editori, e critici molto meno.
    Sono troppo vago? Il capo redattore della Fanucci non è un amante del genere; nemmeno lo legge o lo ha mai letto, o intende leggerlo: è solo un tecnico. Ma si può essere solo dei tecnici se si gestiscono le linee editoriali di una casa editrice come quella? Lo stesso vale per editori che conosco personalmente, e altri di cui intuisco le logiche dalle loro scelte editoriali.

    Spingere autori del fantastico che in US sarebbero considerati come serie Z dimostra solo che chi pubblica capisce il genere meno bene dei lettori ‘di genere’. Insomma: l’editore che pubblica il fentesi scadente non si rivolge ai lettori (smaliziati) del fantastico, ma proprio a quelli che non lo hanno mai letto. Proprio come loro. In questo modo si ottiene una democratizzazione che il contrario di quello che mi auspico io: raggiungere un pubblico generalista (e non-di-genere)e attraverso l’appiattimento.

    Sarà un caso che tutti questi editori commercializzano i loro capolavori da diarrea come cross-over ‘non per adulti’ / ‘non per bambini’ /’non fantasy’/ ‘non horror’/ ‘semi-mainstream’? No, non è un caso.

    In questo senso sono daccordo con te.
    Non bisogna scrivere SOLO per il pubblico (smaliziato) del fantastico, ma ANCHE per loro: sapendo che non ti lascerebbero passare nemmeno una Strazzullata.
    Amen

    Melmoth

  7. Giobix Says:

    ho appena letto Terra di Nessuno di Baldini, in copertina si parlava di noir, invece è un racconto soprannaturale molto old school. Sulla copertina di Storia di neve di Corona c’era rimarcato il concetto di fantastico “ma soprattutto realistico” (potevano aggiungere che è un delirio splatter, ma forse non è in linea con la strategia di vendita)
    Avoledo è noir pure lui, noir è sinonimo di serietà 🙂

  8. Alessandro Forlani Says:

    Riporto qui di seguito una serie di note al mio romanzo “Tristano” con cui spero di contribuire a questa discussione, che mi preme DAVVERO tanto (grazie per aver proposto il tema, Lara). Alcuni estratti sono stati anche pubblicati su quotidiani (“Il Messaggero”; “Il Resto del Carlino”…); insomma un sassolino l’ho lanciato…

    “Che cosa ho inteso dire con questo romanzo? Rispondo con un estratto dal romanzo stesso. Anzi: un astratto del romanzo, giacché nel romanzo, o in questo almeno, non si trova. E’ un “credo”: una cupa, estrema (perciò romanzesca) preghiera e riflessione che nasce fra le righe di Tristano ma prenderà corpo nel secondo possibile-episodio di questa possibile-saga, nel libro di Agnes:

    “Credo al tornaconto. Credo all’abbrutimento. Credo all’egoismo primitivo quasi. Credo all’ignoranza. Credo alla vigliaccheria. Credo al tradimento. Credo all’ipocrisia. Credo alla meschinità. Credo alla corruzione. Credo tutto ciò sia inestirpabile per sempre. Credo questo sia il lato autentico delle persone. Tutte. Compresi Tu ed Io. Credo, persino, nei propri stessi confronti. Figuriamoci nei confronti del prossimo. Credo non esistano sincere alternative. Credo le alternative siano guaste in partenza. Tutto ciò dal profondo della psiche, nel privato dei caratteri e dei rapporti personali su fino al sociale, al pubblico, al politico. Credo, anzi, sia peggio a ogni passaggio. Credo che tutto ciò che professiamo di buono, dall’intimo amore all’universale solidarietà, sia nient’altro che ridicolo lirismo. Credo, in caso se ne sia dato, che non abbia mai superato l’Inverno. Credo al peggio. Credo alla disillusione. Credo al fallimento. Credo alla morte e la malattia. Credo al sipario che finalmente cala. Credo alla notte. Che viene. E fa freddo.”

    Ammetto purtroppo, con un gioco di parole, che un pò a questo “credo” ci credo. Ovvero: innanzitutto questo è un Paese, l’Italia, le presenti sono generazioni, la mia e le appena precedenti e successive, che vivono schiacciate dal tallone della gerontocrazia.

    “Essere borghese non è avere un capitale e gettar soldi dalla finestra. E’ il tallone dei cadaveri sulla gola dei giovani” (V. Majakovski.)

    Non sono certo l’unico a pensarlo. Anzi è ormai questa una tale evidenza da sconfinare nel luogo comune. Ahimè. Perché vuol dire che è un fatto accettato. Peggio: somatizzato. E non è una questione solo economico/anagrafica, un problema di pensioni e di passaggi in graduatoria; non produce soltanto ottuagenari al potere. E’ un male che ha prostrato il Paese (il nostro come quello del romanzo): la società, le persone… Ci ha ridotti ad avere, già a vent’anni, atteggiamenti senili. Una senile forma mentis. In Italia si assiste ogni giorno ad aberrazioni civili, politiche e sociali assai più mostruose dei Grandi Pesci nel Lago. Qui si aggirano figuri ben più brutali e repellenti degli Uominineri, ben più infidi delle Becere, ben più sottilmente crudeli degli Avvilenti, ben più psicologicamente violati e plagiati degli Studenti e Apprendisti Avvilenti, ben più immeritevoli di Severino Giovanni Chiassi. Ma a questa situazione “le genti” – la maggior parte, un numero che di fatto significa la totalità – non reagiscono. Non rispondono con indignazione vera. Coi fatti. Non spengono le televisioni. Non smettono di comperare. Non smettono di applaudire. Non cacciano a pedate. “Le genti” usano, piuttosto, una meschina accettazione e prostrazione a tutto. Dopo “calciopoli” si tifa ancora negli stadi, dopo “vallettopoli” si appendono ancora calendari e si pagano ai guitti vergognosi cachet; non si impongono/pretendono dimissioni a nessuno e dopo Cogne la signora Franzoni è sempre ospite dei talkshow. Dopo Calipari siamo ancora alleati degli Stati Uniti. Si sopporta, si “sta cheti”: come la nazione sottomessa al Regno. Ormai tanto nel pubblico quanto nell’ambito del privato, del personale, la formazione e il carattere: per esempio lo sanno le donne “si sa” disoccupate perché neomamme (il che è un sopruso sessista poco lontano dallo ius primae noctis barbarico) , o i giovani che si iscrivono all’università e la frequentano – senza interesse e motivazione, sostenendo esami ridicoli e discutendo tesi inconsistenti – perché, “si sa”, in questo modo troveranno “certamente” lavoro.

    Si dirà che il mio è un pessimismo disfattista. Che al contrario chi reagisce c’è sempre. C’è sempre chi si dà da fare. Chi oppone fatti e non chiacchiere. D’accordo, ammettiamolo: sono buoni presupposti. Così come gli Eroi, nel romanzo, si armano contro il Regno, lo affrontano, lo vincono in battaglia.

    Ebbene: una caratteristica degli Eroi che spero di essere riuscito ad esprimere compiutamente, anzi la principale caratteristica, significata nelle allegorie della forza bruta marziale, dell’aspetto avvenente, dell’essere vincitore (parodia del principio ellenico del kalòs kài agatòs; dell’eroe fantasy di infima serie, a livello delle serie televisive Hercules, o Aladdin, o Xena Regina Guerriera), è l’esiziale superficialità. Lo stupido inconsistente ottimismo. Più volgarmente “faciloneria”, il far le cose “alla carlona”; va di moda definirlo “buonismo”. Mi pare oggigiorno che venga considerato intrinsecamente buono e positivo tutto ciò che è semplicemente più nuovo, meno complesso, più veloce, più dinamico, più accattivante, più fresco, più brillante, più giovane, più propositivo, più eversivo, più bello, eccetera, di qualsiasi fatto/idea/cosa/persona lo si metta a confronto. Con paragoni però dello spessore “il detersivo A smacchia meglio del B”, che invece si pretendono seri. La pagina web è più della pagina scritta, l’e.commerce è più della bottega sotto casa, l’equosolidale è più dell’artigianato locale, i co.pro sono più dei “posti fissi” elefantiaci. Fino a confronti potenzialmente pericolosi e antidemocratici come il webguru è più dello statista provato. Senza, in tutto ciò, considerare le possibilissime conseguenze. Che in più settori stiamo già soffrendo. Nei casi suddetti l’analfabetismo di ritorno, il crollo della piccola imprenditoria, l’inselvatichimento dei quartieri e dei centri storici, la crisi dell’occupazione, il populismo alla Colonnello Peron… Sono solo alcuni esempi. E io, mi si dia pure del reazionario, a queste cosiddette, pretese, sedicenti e frizzanti “alternative” non credo. Anzi all’estremo mi fanno un pò rabbrividire. Ci si è liberati della censura televisiva degli anni ’60 per avere i Reality Show? Si è evoluta la chirurgia per sostituire parti sane del proprio corpo con protesi di silicone non per necessità ma per capriccio e vanità? Si pubblica indiscriminatamente di tutto e di più per avere Melissa P. sugli scaffali? Si è attraversata Mani Pulite per avere governi Berlusconi, campagne elettorali Brambilla, deputati Vladimir Luxuria? Per avere per intellettuale Maurizio Costanzo, per coscienza Peppe Grillo? Belle alternative. Belle rivoluzioni. Bel guadagno davvero. Come si può credere in questo genere di Eroi? Ha ragione “quella schifosa” di Agnes: il Regno, almeno, non ci prende per i fondelli.

    Il carattere “mistico”, oltre che pratico, della dittatura del Regno è un riferimento all’ingerenza ormai spudorata della Chiesa Cattolica nella vita politica italiana. Meglio: nella vita italiana. Il Regno, al contempo superiore laico di mediocri funzionari e governatori locali, e più ancora entità divina per i Traghettatori, è quello che potrebbe essere un cattocomunismo reale. Credo che la metafora sia evidente e scopertissima. Che tutti i miei simboli siano subito traducibili.

    Soluzioni? Non ne ho. Non ho certo la statura intellettuale per suggerire strade da percorrere. Però mi concedo il malumore per lamentare che qui si cade dalla padella alla brace. E viceversa. E di nuovo viceversa. “Braci” e “padelle” politiche, morali, etiche, culturali, economiche, religiose e sociali.

    Tristano allora è un romanzo impegnato? E’ un romanzo schifato. E’ un romanzo indignato. E’ un romanzo arrabbiato. E’ un romanzo sfiduciato. E’ un romanzo ingannato. E magari tante altre cose che finiscono per “ato” (malriuscito, per fortuna, non rientra fra i possibili aggettivi!). Forse perciò anche impegnato. E però disimpegnato.

    Ma se è davvero così, perché la matrice del racconto fantasy o fantastico, perché le battaglie, gli episodi da appendice? Innanzi tutto per il puro, semplice, piacere del racconto. Che è e resterà sempre universalmente condiviso. Per il piacere della lettura di iperbole e meraviglie. Per il gusto della fabula latina. Della fiaba di Propp. Perché, se fra cent’anni di Romano Prodi sopravviverà a malapena il nome, il Re Nudo ce lo ri-raccontiamo da secoli. Per il piacere di sorprendersi col libro in mano e voltare pagina, voltare pagina, voltare pagina… Perché ho un debito grande, ho gratitudine e riconoscenza e affetto nei confronti del fantastico e del fantasy. Dei fumetti, dei giochi di ruolo, del cinema di puro intrattenimento. Tutto ciò, ne sono certo, è stato il companatico della mia generazione. Mentre il pane non ho so ancora che sia stato. Anche questa sciocca sciocchissima materia ha formato l’Alessandro Forlani docente universitario e operatore culturale. Eppure troppo spesso, in accademia e nei luoghi della cultura, devo vergognarmi a confessare che non mi sono perso un episodio di Harry Potter, che mi esalta e commuove la carica dei Rohirrim ai Campi Pelennor, che sono un convinto simpatizzante dell’Impero Galattico di Star Wars e che rileggo un milione di volte sia la Wasteland di T.S. Eliot sia “Il ritorno del Cavaliere Oscuro” di Frank Miller. Perché? Per la semplici(otti)tà della lingua, lo stile, la struttura, i topoi fanciulleschi, gli inconsistenti contenuti, l’impegno, il sostrato culturale di quei film, quei libri, quei comics? A parte il fatto che, ormai in molti casi, certi pregiudizi sono smentiti dalle opere (chi avrebbe più il coraggio di tacciare Neil Gaiman, Enki Bilal o Alan Moore di incultura o disimpegno?)… Ma, poiché neppure questo è un argomento che i “professori” e i “lettori seri” accettano, ho cercato di rispondere con una lingua raffinata e letteraria e forse nuova, con tutta la cultura e le Lettere che ho potuto, che mi appartengono, con “lo bello stile” che potrebbe farmi “onore” (parafrasando l’Alighieri) e – riguardo ai temi – di ciò che mi premeva sinceramente e seriamente scrivere. Mi si passi un paragone presuntuoso: Pietro Bembo, prodigio dei latinisti rinascimentali, sorprese negativamente e deluse i colleghi esordendo con Gli Asolani, prosa amorosa, in volgare; spero di far trasalire e deludere allo stesso modo certi miei sodali, e intellettuali, esordendo con un romanzo fantasy. Anche se il genere l’ho un pò messo in discussione, parodiato, snaturato, ne ho rinnegato i dogmi: non il Medioevo ma un secolo XVII; non le spade ma le pistole e gli archibugi, non i Buoni ma i Cattivi, non la vittoria ma la sconfitta, non i Guerrieri ma i Burocrati, non l’amicizia, l’amore, ma l’odio, il rancore. Non l’immedesimazione ma l’ostilità del lettore, non la Magia ma la Sociologia… Perché questo sarà pure un fantasy, ma è – sia chiaro sempre – il mio fantasy. E poi (anzi soprattutto): sarebbe stato opportuno usare quegli argomenti, Tristano dice ad Agnes nel Capitolo 15, “se questo fosse un romanzo. Ma questa è la realtà”.

    Tristano perché rimanda a “triste”: appropriato per un Grande Avvilente. Ma è anche un dileggio, in quanto Tristano resterà forse per sempre uno dei cavalieri più cavallereschi della letteratura romanza e romantica. Da Thomas a Chretien a Wagner. Invece questo Tristano è un “colletto bianco”. Il Tristano originale, inoltre, è un eroe per il quale personalmente ho sempre nutrito una certa antipatia: si innamora di Isotta la Bionda non per sincero trasporto ma a causa di un filtro. Ne è cosciente eppure, una volta accaduto “il fattaccio”, non fa nulla per sottrarsi all’incantesimo. Tradisce d’adulterio il proprio Re. Abbandona Isotta e, in lirico esilio lontano dalla patria, giura amore a un’altra Isotta (Dalle Bianche Mani) solo ed esclusivamente perché anche lei porta quel nome. Ritorna finalmente all’amata dopo mille peripezie ma riesce a rovinarsi la vita (e toglierla per disperazione a lei) per uno stupido scambio di velatura. Insomma: a confronto con cavalieri della statura per esempio di Perceval questo Tristano è, mi si perdoni l’espressione, un pirla. Si meritava un contrappasso del genere… Il modello iconografico sono quegli splendidi, severi, rispettabilissimi signori di fede calvinista che si scorgono nei dipinti fiamminghi del 1600. Uno per tutti: Il collegio dei sindaci dei drappieri di Rembrandt. Tristano, per il resto, sta a metà fra il Don Abbondio e l’Azzeccagarbugli manzoniani e Aleister Crowley: non però l’ammirata “Bestia 666” quanto piuttosto – cito il titolo di un brano dei Queen – il cialtrone Great Pretender.

    Otre per la corporatura, il ventre enorme, le associazioni d’idee che genera il termine ma, anche, per assonanza con l’inglese Ogre: che è l’Orco delle fiabe (l’Uomonero nella tradizione della nostra penisola). In tutto e per tutto.

    Agnes perché è il classico nome abbastanza comune a cui basta togliere una vocale per farlo suonare fantasy. Ecco uno sporco trucco da scribacchino. Ma, soprattutto, perché va letto con la “g” dura… Il che rimanda al greco a privativo + gnosis: conoscenza e… consapevolezza. Agnes dunque è insieme colei che si rifiuta pervicacemente di analizzare in modo critico e costruttivo sé stessa in rapporto alla realtà che la circonda e, in quanto appunto inconsapevole, ignara della propria fondamentale, innegabile dignità di persona, di conseguenza del tutto priva d’amor proprio, è la prima e più facile vittima della violenza psicologica del Regno. E’ lesbica, emarginata, sgradevole, alcolizzata e malata di cirrosi epatica perché mi sono chiesto: quale poteva essere la condizione peggiore in assoluto, più nera del nero, per una adolescente nel XVII secolo? Una condizione tale da incattivirla a tal punto ma, anche, renderla infine assolutamente devota alla pessimistica, fallimentare causa del Regno? Beh, peggio di così… Qualcuno ha osservato che Agnes è un’eroina alla Quentin Tarantino. Il che in parte mi rendo conto che è vero. Il mio autentico modello, tuttavia, è un altro. Né lo rivelo, ché appartiene alla sfera del privato.

    Autorità non ha neppure un nome proprio: a tal punto aggrappato a e identificato col proprio ruolo, al proprio potere, da non essere più, ormai, nient’altro che ciò che rappresenta. In lui non sopravvive residuo d’umanità. E in questo è anche, in effetti, un cadavere. Il modello iconografico e letterario è l’Hamm di Finale di Partita di Samuel Beckett. O, di tre quarti, certi ritratti di Francis Bacon. Il pellicano che lo accompagna è una grottesca, diciamo pure blasfema, “glossa” al personaggio. Nella tradizione alchemica il pellicano che si ferisce il petto per nutrire i pulcini col proprio sangue è un simbolo del Cristo Redentore. Che redenzione si può mai sperare da un simile maestro spirituale e morale?

    Severino Giovanni Chiassi, a parte il nome che fa il verso a quello di compositori sei-settecenteschi che sommavano sempre almeno un Giovanni a Sebastiano, un Giovanni a Battista, un Carlo a Emanuele, un Giorgio a Federico, eccetera; a parte lo scherzo del “Chiassi” – latinorum per “del chiasso” – che è canzonatorio per chi dovrebbe aver talento di musicista e saper comporre melodie… E’ un personaggio per me di così intima e personale corrispondenza che lascio al lettore la libertà di interpretarlo come meglio crede. Tranne gli accenni al malcostume patrio che sono facilmente traducibili (“in quanto suo padre compositore prima di lui” …). Il modello iconografico è un ritratto di Lulli; e Chiassi muore, come Lulli, trafiggendosi la carotide.

    I Grandi Avvilenti citati hanno tutti nomi di sapore barocco. Il loro titolo è semplicemente esplicativo di ciò che fanno. Gli Eroi si commentano da soli. Le Becere, soprattutto se vivete in un piccolo centro di provincia, anche…

    Ierosolima, il nome del villaggio in cui si manifesta il primo Eroe, è il volgare medioevale per “Gerusalemme”. Come Cristo là si rivelò, allo stesso modo il messianico campione, nello stesso paesino, sale alla ribalta del mondo oppresso dal Regno. Una promessa, ovvio, che il romanzo non mantiene; una aspettativa disillusa anzi dal più meschino degli sviluppi, dal più cinico dei plot. Ma questo è, appunto, il Regno-Italia su cui già mi sono espresso. Per gli altri toponimi mi sono inventato un “generatore casuale di nomi di borghi umbri”. Volevo infatti che quelle cittadine, quelle frazioni, suggerissero il più possibile quelli reali del Centro Italia, dell'”interno” di ogni nostra regione. Ovvero il “sale” del nostro urbanesimo.

    Il paese è il Paese, Il lago è il Lago, la scala è la Scala, la scogliera è la Roccia, la fortezza è la Fortezza o il Regno perché appunto il Regno è il Regno. Unico, indiscusso, istituzionale. Il Regno, che è tutt’altro rispetto a un “reame” o allo stesso Paese (siamo piuttosto concettualmente vicini al salmo “poiché Tuoi sono il Regno e la Gloria”; al Malkuth della mistica ebraica…) sta in mezzo a un Lago, lontano, inespugnabile e irraggiungibile e persino invisibile dal Paese (causa nebbie fittissime e perenni) perché tale mi pare oggi l’ambito politico. E’ difeso dai Grandi Pesci perché la nostra classe dirigente si è formata ed insediata al proprio posto a forza di inimmaginabili compromessi e celando alla comunità spaventosi segreti. Di quelle che appunto si dicono “enormità”. L’aspetto e quasi la prosa dei mostri deve tutto all’adorato Howard Phillips Lovecraft, con contaminazioni di anonime xilografie del XVI secolo che raffigurano tutte le impossibili specie di mostri marini.

    Le volte dei tre singoli Collegi (ma prima ancora le Rive, il dedalo di imbarcazioni e la folla ad esse prospicienti) sono edificate su tali e tante pietre d’angolo letterarie, figurative e cinematografiche che probabilmente neppure io le ho tutte consciamente presenti. Dalla morfologia dell’Inferno e Purgatorio danteschi al Carmelo di San Giovanni della Croce; dalle Città Invisibili di Italo Calvino ai Sette Piani di Buzzati; dalla Montagna delle Nozze Chimiche di Valentin Andreae e Guenon ai Misteri delle Cattedrali di Fulcanelli; dal Prospero’s Book e i Giardini di Peter Greeneway alla Metropolis di Fritz Lang al Brazil di Terry Gilliam; dalla “Morte Nera” di George Lucas alle Carceri d’invenzione di Piranesi; dalle tavole di Escher alla Chambre di Balthus; dall’astrocargo “Nostromo” di Ridley Scott alle Rovine la cui perduta grandezza piange l’artista di Fussli alla sommersa e ciclopica R’lyeh … Riassumiamo così: un’infinità di luoghi in cui non vorreste essere. Un grazie soprattutto a Lars Von Trier: chi conosce una sua produzione televisiva degli anni ’90 capirà il perché.

    Anche sui Traghettatori lascio il giudizio ai posteri, perché certi pensieri che li hanno generati sono davvero poco politically correct e molto, molto cattivi… Qualcosa svelerò forse nel libro di Agnes. Ma sono argomenti che spaziano dall’eugenetica alla moda, dal settarismo alla massificazione, dal qualunquismo a certo mio, ammettiamolo, razzismo epistemologico.

    Ed eccoci di nuovo, con tutto ciò, dalle parti del romanzo allegorico. Ma tante e tali allegorie, messe insieme, formano davvero un quadro fantasy e gotico a cui non ho saputo, non si può, resistere!

    Ho usato in Tristano tre differenti stili. E registri. O meglio: poiché l’assoluta padronanza e il perfetto impiego della lingua è propria solo dei grandissimi, credo una delle più ardue discipline letterarie – per non parlare poi dell’eventuale inventare una lingua! – più che “ho usato” dirò “ho cercato di usare”. E spero, posso solo sperare, di aver ottenuto un risultato accettabile. Con “padronanza della lingua” non intendo solo il conoscere l’esatto significato di una parola, definizioni da dizionario, o il riuscire ad esibirsi nei più arditi e però correttissimi virtuosismi grammaticali e sintattici. Intendo anche il controllo etimologico, ritmico e addirittura onomatopeico della lingua, un livello superiore della metrica applicato alla prosa, il riuscire a far vibrare i sensi del lettore scegliendo qui il giusto sinonimo e variando lì una sillaba. Come per esempio Mario Tobino.

    Uno stile che definisco visivo per le parti di vero e proprio narrato. Ho cercato una lingua il più possibile musicale e… fisica. Come immagino debbano essere le voci degli Avvilenti. Musicale per il potere evocativo ovvero di suggestione della stessa; per conferire immediatamente a luoghi e oggetti e personaggi una forma ma anche un “aspetto antico”. La sensazione che si prova per esempio quando si tocca un manufatto d’epoca. Per suggerirne addirittura l’odore, la consistenza, il peso, il sapore. Restituire sensazioni tattili. Ho cercato questa fisicità anche attraverso l’uso della ripetizione, del refrain, della moltiplicazione e elencazione degli oggetti; a volte di un criterio di punteggiatura particolare (per esempio: l’assenza di virgole fra un sostantivo e l’altro, un aggettivo e l’altro, poi all’improvviso un punto e virgola o, addirittura, il punto. Come a scandire il tempo, o il ritmo, di quegli oggetti e luoghi e personaggi medesimi; a definirne – nello spazio di un impossibile periodo tridimensionale – qualità della Chimica e della Fisica quali l’attrito, la durezza e la resistenza). Qui direi che il registro è alto, decisamente (per quel che è in mio potere) letterario.

    Uno stile che definisco parlato, naturalmente per i dialoghi. Qui con criteri quasi da sceneggiatura. Non evito se opportuno il turpiloquio, o per contrasto formule artificialissime “di circostanza” (come negli scambi fra Chiassi e gli Avvilenti). Il registro in questo caso è basso.

    Uno stile che definisco di coscienza, sempre in corsivo, per i pensieri dei protagonisti o per pensieri che all’improvviso erompono nella parola. Oppure per le anonime voci: le grida, gli incitamenti, i commenti a denti stretti. Queste stringhe di pensiero perciò, non di rado, scaturiscono o finiscono nelle stringhe di dialogo. E’ un medio registro. Qui la punteggiatura, i periodi spezzati, le associazioni di vocaboli e i refrain intendono imitare il corso vero delle idee, i pensieri come “ci suonano” in testa. Oppure cogliere i confusi vocii, le parole che rumoreggiano come per esempio in una stanza affollata.

    L’uso del tempo presente indicativo, anche questa una prassi da script cinematografico, serve alla concitazione del ritmo del racconto – tanto che i miei paragrafi sono scene, sequenze – e serve allo scopo dello “stile visivo”.

    Questo lavoro sui registri, sulla lingua e lo stile prosegue una ricerca personale che porto avanti da quando scrivo; ma è, anche, un contributo al dibattito sulla qualità letteraria del romanzo fantasy. Trovo degradante l’asettica prosa del genere, che nella maggior parte delle opere pubblicate si riduce spesso alla formula “periodo breve semplice (soggetto+attributo+verbo+complemento); punteggiatura limitata al punto e alla virgola, rarità dei due punti; a capo da manuale di grammatica; occasionale impiego di pochi, e ovvi, vocaboli colti”. Ciò in traduzione e in lingua. Per tacere di dialoghi dove abbondano formule ormai quasi ridicole quali “Mio Signore!” “Dama” e simili. Gli Orchi del pur immenso J.R.R. Tolkien, il cui inglese è per altro elegantissimo, si esprimono, quando dovrebbero usare un orrendo turpiloquio, con termini da discolo da burletta; i più rudi mercenari da Ursula Le Guin a tutt’oggi, che dovrebbero avere un vocabolario al 90% di sconcezze, non imprecano mai o se lo fanno si esprimono con un “Per tutti gli Dei!”. La signora Rowling non ha neppure provato a raccontarci le avventure di Harry Potter a suon di slang adolescenziale (in questo, per alcuni aspetti, però soprattutto del visivo, sono forse meglio riuscite e più interessanti le riduzioni cinematografiche) . Ciò produce che, quando si parla di autori fantasy, meriti e distinzioni si fondano sull’originalità di episodi, vicende e personaggi e sulla scorrevolezza (meccanica) della lettura; lettori più attenti sondano forse i temi ma il dibattito resta comunque “culinario” (per dirla alla Brecht), senza mai diventare autenticamente letterario. Il difetto a mio parere non sta nell’argomento: anche Ludovico Ariosto scrisse di paladini, battaglie, maghi e ippogrifi… e tuttavia la sua poesia (una definizione, infinite implicazioni) ha meritato il posto che ha nella storia della Letteratura Italiana.

  9. Ema Says:

    Ehm, alla faccia. Interessante e molto, ma secondo me ora dovresti pagare lo spazio alla Manni 😉

  10. Luca Centi Says:

    Lara, concordo. Sui romanzi Chick-Lit in particolare mi sono dovuto ricredere. Molti considerano “Il Diavolo veste Prada” il più rappresentativo, ma non è così. Basta pensare a Sophie Kinsella, che non si limita solamente ad imbastire una storia d’amore, ma a parlare di tematiche diverse. Davvero, dopo aver letto uno dei suoi romanzi non ne ho più potuto fare a meno. Credo siano dei perfetti “libri di transizione”, tra un mattone e l’altro 😀

  11. Andrea Says:

    Probabilmente è vero: la letteratura fantastica italiana, da un punto di vista delle vendite, è una nicchia del mercato dell’editoria. Forse significa soltanto che – a conti fatti – non è un tipo di letteratura adatta alle masse, che è apprezzata solo da un certo tipo di lettori disposti ad accettare in una buona storia anche l’elemento fantastico. Probabilmente gli uffici marketing delle case editrici ritengono che su un prodotto che ha un bacino d’utenza limitato è stupido investire troppo e mandano in lettura ai critici della stampa i libri destinati al pubblico più vasto e su cui puntano (e spendono di più). Dietro questo circolo vizioso c’è molta pigrizia e una buona dose di mancanza di coraggio, ma non bisogna lasciarsi stupire o preoccuparsene troppo. Chi è abbastanza intelligente da capire che un buon romanzo è buono a prescindere dal fatto che sia fantastico o realista (in effetti, non serve una grande dose di intelligenza per capirlo…) ha già in mano la risposta: cos’altro serve per amare la letteratura? Beati quei lettori che non hanno pregiudizi di genere, sono persone molto più felici e soddisfatte! E poi Aprile passerà come gli altri mesi (tieni duro Lara!) e tra poco ci preoccuperemo solamente dell’orario d’apertura delle piscine: lì si che si legge bene! 🙂

  12. Luca Centi Says:

    PS: Oddio, rileggendo noto che non si capisce molto quello che intendevo. Il succo sarebbe: anche nel fantasy, si tende sempre a cercare il romanzo più “rappresentativo”, perdendo così di vista il quadro generale. Vale a dire i libri che pur non essendo “mega super ultra best seller” hanno qualcosa da dire.

  13. Lara Manni Says:

    In realtà avete ragione un po’ tutti.
    L’unica cosa che mi sento di aggiungere è la particolarità del mondo letterario italiano, che da molti anni si radica saldamente nel realismo e guarda con sospetto alle deviazioni dal medesimo. Un modo per dire che lavorare su questa strada in Italia è più difficile rispetto ad altri paesi. Ma ci rimbocchiamo le maniche.

    (Alessandro, ti mando via mail il tariffario del blog: puoi pagare in comode rate mensili)
    🙂

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