Il buio non esiste

Il fantastico non è altro che la scelta del lettore – che si identifica con l’autore – fra la spiegazione naturale e sovrannaturale di un fatto insolito.

E’ sempre lui. Sempre Todorov. Ci ritorno perchè la faccenda non è secondaria. Cosa sostiene, in parole molto semplici, il Nostro? Sostiene, guardando però alla produzione dell’Ottocento (Ottocento, ci siete? Due secoli fa), che una storia fantastica deve far oscillare chi legge fra una spiegazione che rientra nelle leggi naturali conosciute e una che si tuffa in quelle ignote. E fin qui ci siamo.
Il problema è quando le leggi ignote vengono date per scontate. Quando, insomma, il fantastico si pone come realtà altra. C’è, esiste, stiamo parlando di quella, è il nostro compito. Ovvero, il fantastico non è un espediente per arrivare alla psicologia dei personaggi, ma è qualcosa che coesiste con il reale conosciuto e, per dirla con King, ci cola dentro.
Perchè insisto su questo punto?
Perchè ho la sensazione che un po’ di  mondo editoriale italiano, incluso quello che fin qui ha guardato al genere con la puzza sotto il naso, lo stia scoprendo. Ma a due condizioni: o è destinato ai ragazzi (leggasi questo post di Gl. E, a proposito, ho il W2 in lettura) , che, poveri cari, credono ancora ai prodigi.
O deve addomesticarsi.
Ovvero, trovare una spiegazione razionale al fantastico medesimo. Renderlo intimo, renderlo equivoco, e non sia mai si ponga sfacciatamente in primo piano come la cupola che cala dal cielo in The Dome.
In poche parole, il fantastico italiano sta correndo un rischio: giallo e noir, quando sono divenuti “d’autore”, sono stati comunque accettati in quanto non spezzavano il vincolo – tutto italiano – del realismo. Ma come la mettiamo con un horror o con un fantasy? Per rientrare nei ranghi, devono essere innocui come gattini. I morti non tornano dalle tombe, è un delirio del personaggio. I mostri non esistono, basta prendere Freud e troviamo una spiegazione.
Pericoloso, e ci tornerò ancora.
Per fortuna, esistono le eccezioni: e tornerò anche su quelle. Presto.

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43 Risposte to “Il buio non esiste”

  1. Vocedelsilenzio Says:

    Beh, questa è un’osservazione molto interessante: perché in Italia non riusciamo ad apprezzare il fantastico in quanto, appunto, fantastico? Perché dobbiamo normalizzarlo?
    Io non saprei prorpio cosa rispondere…

  2. Lara Manni Says:

    Oso un nome: mister Lukàcs e i suoi saggi sul realismo. Anche qui, siamo a metà Novecento, peraltro.

  3. Vocedelsilenzio Says:

    Ma tu dici che questi saggisti abbiano influito così tanto sul mondo editoriale moderno?
    Ma credi che sia un problema solo a livello di chi i libri li fa e li pubblica, o anche di chi li legge?

  4. Lara Manni Says:

    No, a livello di chi li legge non credo. Ci saranno anche lettori prevenuti nei confronti del non realistico, ma quello ci sta. Il problema è nella critica e nel giudizio di molti addetti ai lavori. Se ne può fare a meno, ma a volte ci si impatta.

  5. Melmoth Says:

    …. perchè la critica in Italia è schiava del concetto ottocentesco di realismo? Della triade Flaubert, Zolà, Verga (quanti sanno che tutti e tre hanno scritto splendidi racconti fantastici)?.

    Le risposte sono complesse, concorrono vari fattori. Ma per me la domanda da fare è un’altra.

    Perchè poi negli US, in UK, nel resto del mondo: quanti autori hanno avuto una critica intelligente pro-fantastico (o che capisce, o che cerca di interpretare il Fantastico)?
    Stephen King è sempre stato studiato da attenti esegeti? Ora, forse. In certi ambienti, forse. Ma per quanti anni è stato ignorato dai critici? E P. K. Dick? Per quanti anni (etc etc)… Non che a loro non facesse male (per molti anni Dick si vergognava persino di dire che era uno scrittore); ma alla fine la longevità e la pervicacia del loro pubblico ha vinto. E i critici hanno cambiato idea (il che vuol dire: si sono trovati nuovi modelli critici).

    Secondo me il problema forse è un’altro. E’ che in Italia gli autori del fantastico sono tanto di nicchia rispetto al grande pubblico che sentono di doversi giustificare nei confronti dei critici. Per i quali (sopratutto per quelli di matrice marxista) un autore del fantastico moderno sarà sempre e soltanto un minore; piccola insignificante abberrazione dei grandi modelli del romanzo realista.

    Mi sembra quindi che la rivendicazione di Lara sia innanziututto una rivendicazione alla leggitimità della sua esistenza. Ma una rivendicazione che ha senso soprattutto perchè qui, in Bootland, chi critica ha un potere immenso su quella mercificazione tutta particolare che è il mondo dell’Editoria.

    Su questa io sono piuttosto pessimista. Non ci sarà nessun critico che verrà a salvarci. Nessun “arrivano i nostri ” i piccoli fantasisti italioti. Se un cambio di mentalità ci sarà, verrà dal pubblico, negli anni, come è giusto che sia.

    Tra cinquant’anni, forse.

  6. Ema Says:

    E’ un problema che riscontro da tantissimo. Da quando ero bambino e ci litigavo con mio padre. Molti, tantissimi, quando non riescono a spiegare (perché NON c’è una spiegazione reale, ma una fantastica) storcono il naso o sorridono mestamente e dicono: ecco, è fanta-qualcosa. Ma va’?
    Come quelli che ancora provano a dare spiegazioni razionali a Shining di Kubrick (non parlo del romanzo), perché il protagonista è semplicemente matto e allora “aaaah allora sì che è un capolavoro! perché non c’è niente di STRANOO!”. Peccato che Kubrick ci infili apposta la fotografia a fine film, che i suddetti semplicemente si rifiutano di considerare. Un divertissement.
    Mi monta la rabbia solo a parlarne.
    Perché non ricordarsi sempre che “fantastico” significa anche “meraviglioso” che in fin dei conti significa “stupendo”? Perché suscitare meraviglia (o orrore) è cosa buona e giusta.

  7. Lara Manni Says:

    E bravo Melmoth. Pensavo proprio alla triade. E ci aggiungerei Balzac. Comunque sì: e non è solo un problema di critica. Che pure, per esempio, ha rivalutato Dick senza capirlo e cercando anche qui di normalizzarlo.
    E’ un problema di scrittori mainstream, di alcuni editor, di alcuni editori, specie i “letterari” puri, che aprono al fantastico perchè “tira” ma lo vogliono ridurre ai LORO schemi teorici.
    Un esempio ulteriore è la già sottolineata cecità (oh, Saramago!) di chi non si rende conto che alcuni dei grandissimi non italiani (Saramago, appunto, o Murakami) scrivono fantastico. E di chi interpreta Calvino, per esempio, solo sul versante realistico.
    Ema. Sì, fa rabbia. Forse bisogna solo resistere e aspettare che i tempi ci diano ragione. Perchè ce la daranno.

  8. Roberto Says:

    Ciao, Lara! Da quanto tempo XD

    Premesso che non avevo sentito nominare Torodov fino all’altro ieri, è davvero un problema solo italiano? O meglio, è stato un problema solo italiano? Io ritengo che sia stato un problema molto più diffuso, ma che sia rimasto un problema italiano. Mi verrebbe da dire che la ragione è da ricercare nel monopolio della cultura italiana dal dopoguerra in avanti, ma l’argomento è spinoso …

  9. Lara Manni Says:

    Ciao Saggio 🙂
    Vero. Problema della critica marxista. Alla cui scuola appartengono quegli stessi critici che hanno bollato Tolkien, peraltro.

  10. Elfo Says:

    Ah ah, Lara….ho visto che nel tuo penultimo commento hai scritto praticamente la stessa cosa che ti ho messo su Facebook, quindi inutile dire che siamo d’accordo. XD (E’ sorprendente, abbiamo citato anche quasi i soliti autori 😀 )

  11. Lara Manni Says:

    Peccato che davanti a quegli autori i Nostri (i postodoroviani) siano ciechi.

  12. Roberto Says:

    Che poi, volendo ampliare il discorso, e visto che citiamo opere dell’ottocento e del novecento, mi verrebbe da dire che alla radice sta l’illuminismo razionalista, il quale ha dato la vita a tutta una serie di ideologie nei due secoli successivi e che, a prescindere dal colore d’appartenenza, si portavano tutte appresso l’idea (appunto) di poter spiegare e completare il mondo con i soli strumenti della Ragione (scelgo la lettera maiuscola non a caso, perché Ragione era intesa soprattutto come razionalismo ideologico …). E di fatto nessuno mi toglie dalla testa che il motivo per cui Tolkien era attaccato “da destra” negli USA, per dire, e “da sinistra” qua da noi, sia dovuto al fatto che gli attacchi partissero da una posizione ideologica convinta di poter spiegare il mondo e creare paradisi artificiali in terra con strumenti solo materiali e razional-utilitaristici – il “come”, marxismo o capitalismo spinto, è quasi un aspetto secondario. Da qua l’esigenza di addomesticare il fantastico di cui anche tu ti stai lamentando, e le accuse di “fuga dalla realtà” che venivano portate avanti da posizioni apparentemente (ma forse, solo apparentemente …) contrapposte, quando ci si trovava di fronte a opere che non si lasciavano addomesticare.
    Sono cose a cui Tolkien in fondo accenna nel suo saggio “sulle fiabe”.

    Sul perché qua da noi la cosa ancora oggi sia così persistente, ehhhh, è una domanda alla quale non è così semplice rispondere, mi sa …

  13. Lara Manni Says:

    Perchè la nostra letteratura più di altre si è ancorata al reale. Almeno, nella versione critica ufficiale, che ha bellamente ignorato o sottovalutato gli italiani fantastici, cercando di addomesticarli e di farli rientrare nei ranghi. Perchè la letteratura è stata concepita in funzione di critica sociale in modo dogmatico, senza comprendere che infiniti sono i modi per svolgere quella stessa funzione (e io insisto: ha detto più Tolkien sulla guerra di quanto non si voglia capire).
    Per esempio.

  14. Melmoth Says:

    Volevo dire…

    avete mai letto Storie del Castello di Trezza di Verga? E’ uno splendido racconto di fantasmi (finti e veri) e un gioco Kinghiano tra il presente e il passato, con tanto di brividoso colpo di scena finale.

    Parliamo di Zola: Therese Raquin, suo primo romanzo di successo, fu ricevuto come un romanzo ‘horror’; e ancora lo è adesso se si leggono i passaggi che descrivono le allucinazione di Therese: il marito morto affogato che la abbraccia nel letto, ghigna accanto a lei, le tocca il seno con dite marce…

    Ancora più eclatante il caso di Flaubert. Come prima opera pubblicata scrive una piece onirica e sperimentale tra teatro e ‘iconografia drammatica’:un romanzo a immagini sulle Tentazioni di Sant’Antonio di Bosch, che sfiderei chiunque a chiamare ‘realistiche’ (sfilate di diavoli, battaglie tra dèì egiziani ed etruschi che Gaiman non si sognerebbe nemmeno sotto peyote).

    Insomma, non solo i nostri grandi ‘realisti’ hanno un passato da fantasiste, ma cominciano scrivendo romanzi gotici, romantici quando non dichiaratamente ‘altro’. Questo per dire che -per costoro- la scelta di una certa ‘rappresentazione della realtà’ è tecnica come la scelta di un colore per un pittore; il grosso fraintendimento è di aver visto proprio un valore oggettivo e morale nella scelta dei soggetti e delle tecniche.

    Un po come se in pittura qualcuno elogiasse il valore intrinseco delle pere mature, grande soggetto delle nature morte Caraveggesche.

    Colpa di Auerbach, colpa di Luckacks. colpa di Todorov? Forse. Ma direi sopratutto colpa di chi da questi grandi non ha saputo che prendere un tristissimo formulario da applicare come scolaretti oziosi ai temi di scuola.

    Non provo nessuna simpatia per il ‘fantastico’ come genere, quando non si attua in un’opera riuscita. Personalmente credo che un brutto libro sia un brutto libro; e tanto più mi è più antipatico se è un brutto libro fantastico. Ma trovo intollerabile, inaccetabbile, inammissibile che si debba guardare con condiscendenza un lavoro di alto livello solo perchè appartiene a una categoria che sfugge nella sfocata distanza della loro miopia.

    La letteratura nasce per rispondere ad esigenze e necessità che non possono essere e non saranno MAI soltanto realiste. Amen.

  15. Lara Manni Says:

    Quoto. E aggiungo sommessamente: i post-todoroviani, così giovani e brillanti e inseriti nelle patrie lettere, risponderebbero che certo, lo sanno, ma che quelle esigenze realiste sono quelle della letteratura alta, e che quando l’irrealtà è troppo evidente e poco sfumata…uhm uhm…fa concessioni alla pancia del lettore.

  16. Melmoth Says:

    Vero Lara, ma il guaio è che in questo modo dimostrano di non capire una mazza proprio della letteratura alta. Perchè Kafka è un realista oltransista, e solo così può essere compreso. E Zolà passa da allucinazione visiva ad allucinazione visiva che Burroughs nemmeno se le sogna. E Verga parla di storie e leggende continuamente, ed è quello il fascino dei suoi Malavoglia. E il valore di Flaubert sta propria nel rapporto continuo tra immaginario e reale (Beauvard e Pecucheut anyone) E, e, e.
    Insomma, questi son giganti, mica mezzeseghe, e usano tutto quello che hanno a disposizione, senza scatolette mentali.
    Quindi: perdonali, i posto-todoroviani, perchè non sanno…

  17. Roberto Says:

    [accidenti queste cose son più divertenti che lavorare 😛 vergogna, lazzarone che sono! xD]

    Però in fondo la domanda si sposta, no? Perché la nostra letteratura si è ancorata di più al reale? Ci sono ragioni? E se sì, quali?
    Potrei pensare al nostro boom del dopoguerra. In fondo, l’Italia è uno degli Stati al mondo che è più cresciuto nel dopoguerra (non in termini di ricostruzione come la Germaina, ma proprio di costruzione). Un altro Stato che ha subito analoga “rivoluzione” è il Giappone, però. Il diverso rapporto col fantastico deriva da sole ragioni storiche? Altro?

    Poi io non ritengo che la funzione della critica sociale sia necessaria o così indispensabile al fantastico, o debba essere presente quasi per “giustificarsi”.
    Se si vuol fare di fantastico guardando a questo, ben venga, ma il fantastico è il linguaggio del mito; esso ha l’ambizione di rivolgersi all’uomo, quasi a prescindere dal suo tempo e dal suo luogo. Trovo che in questo stia una delle grandezze della narrativa fantastica, ed è una delle ragioni per cui mi fischiano sempre un po’ le orecchie a sentir di critiche sociali XD
    Ma anche di questo Tolkien parlava ‘al di là della denuncia della bruttezza del mondo contemporaneo’ – sto andando a memoria quindi parafraso le sue parole, ma il concetto era quello … ‘la fiaba parla delle domande che l’uomo si pone da sempre’ a prescindere dal suo contesto storico e sociale, sulla vita, la giustizia, la forza, la pietà, ecc. Era questo che primariamente premeva a Tolkien: questa per me è l’ambizione migliore del narratore fantastico. E sì, ritengo che per Tolkien questo fosse il cardine più importante. Se poi viene altro, ben venga, ma è quasi un “prodotto secondario”, nasce, inevitabilmente, dal fatto che ogni autore, come ogni essere umano, è impasto del suo tempo e del suo luogo. Se è un grande autore, lo farà con tale mano da non farlo avvertire – forse, da non avvertirlo lui stesso, chissà XD

  18. Lara Manni Says:

    Ed ecco il punto. La parola giustificazione, di nuovo. Ma è un espediente dei non addetti al fantastico ma molto addetti ai lavori, questo.
    E, Melmoth, che dire di Horlà? 🙂

  19. Melmoth Says:

    Infatti, Roberto: grazie a dio ci sono altre domande.

  20. Vocedelsilenzio Says:

    Ma che bella discussione! Ho scoperto anche molte cose che non sapero. *me ignorantone*

    Io credo però che se gli addetti ai lavori la pensano così sul fantastico, le possibilità di veder pubblicati bei romanzi fantastici si assottiliano… magari avremo molti Twilight per questioni commerciali, ma pochi libri buoni… o no? Questa è solo una mia idea, eh.

  21. Lara Manni Says:

    Ma no, Voce. Magari non saranno prese in considerazione dalla critica. Magari non usciranno presso editori più culturalmente trendy. Ma ci saranno eccome.

  22. Melmoth Says:

    Ah Lara, uno dei mie preferiti. E che dire della Pelle di Zigrino?
    E di un racconto di Zola in cui un uomo è perseguitato dai suoi mobili, che lo inseguono galoppando imbizzarriti per strada? O della Leggenda di San Giuliano di Flaubert con le sue profezie, gli incantesimi degli animali, le maleizioni? C’è tanto, tanto più del ‘realismo’ dei realisti…

  23. Lara Manni Says:

    Vado in sollucchero. Pelle di Zigrino lo conosco, è splendido.
    E se vogliamo essere perfidi, facciamo come Calvino nelle Lezioni americane e citiamo Dante, Purgatorio:

    O imaginativa che ne rube

    talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge

    perché dintorno suonin mille tube,

    chi move te, se ‘1 senso non ti porge?

    Moveti lume che nel ciel s’informa

    per sé o per voler che giù lo scorge

  24. Athena Says:

    …se non ci fosse il BUIO…non ci sarebbe la LUCE… e io amo LE LUCI 😉

  25. Lara Manni Says:

    Saggia Athena. Saggissima. 🙂

  26. Ema Says:

    Venitemi a dire che la Divina Commedia non è un’opera fantasy.

  27. Ema Says:

    Venitemi a dire che l’Orlando Furioso non è fantasy sopraffino!

  28. Roberto Says:

    Ho postato mentre postava Melmoth, perciò l’ho letto solo ora e non posso che aggiungere anch’io un sonoro ‘amen’. Hai detto quel che volevo dire io e l’hai fatto molto meglio di me xD

  29. Lara Manni Says:

    Oh, ma l’amen è ancora lontano. Preparatevi a luuunghi post sulla questione.

  30. Andrea Says:

    Che dire di Kafka e di tutti quegli scrittori che hanno usato sovrannaturale e fantastico per sviscerare i segreti (altrimenti indicibili) della mente umana? Ma la lezione di Jung sulla nascita degli archetipi, dei miti e compagnia cantante dove la vogliamo mettere? La buttiamo alle ortiche? La letteratura fantastica (anche italiana, perché no. Cosa siamo noi italiani? Diversi da tutti gli altri esseri umani?) serve, anzi è indispensabile: non se ne può proprio fare a meno. E’ una questione di logica… 😉

  31. Lidia Perfinta Says:

    Bell’articolo, Lara, davvero!
    Eh, sì, questa stramaledetta tendenza al realismo a tutti i costi… perché troppa fantasia è per i fannulloni, per i perdigiorno, perché ci sono cose serie nella vita, eh, sì, ma che perdi tempo a pensare ai draghi che ci son le bollette da pagare, eh…
    (Brano da stream of counsciousness del tipico realista -non della corrente letteraria, ma proprio l’uomo comune!)

    Dicevo, ottimo articolo.
    E per dirla come Giovanni (del trio Al John e Jack):
    DI UN’ACUTEZZA PERSPICACIOSA!

    Peccato che quello che dici piazzi il nostro amato fantastico in una situazione da Pozzo e Pendolo. Il fantastico stanno cercando di trascinarlo in una segreta, e le pareti cominciano a stringersi.

  32. Roberto Says:

    Allora per adesso fermiamoci ad “Aaaaa ….” come dal dentista. xD

  33. Lara Manni Says:

    Oh Andrea, ma il punto è: si sta riconoscendo che serve. Ma si intende renderla meno “estranea”.
    Grazie Lidia. Però dal Pozzo e dal Pendolo si può uscire. 🙂

  34. Andrea Says:

    Ma normalizzando i canoni del genere (e quindi disarmandolo) lo si rende del tutto inutile. Una reazione piuttosto infantile, un bisogno di “sicurezza” che è assolutamente controproducente. Non so perché, ma di questi tempi la cosa non mi stupisce….

  35. Lara Manni Says:

    Esatto. Inutile per i lettori, utile per (almeno alcuni) letterati. Ampliamo il discorso? E’ che in Italia soprattutto si tende a partire più dal testo critico che dal testo narrativo. Ed ecco che lo stesso concetto di “reale” impallidisce, per paradosso…

  36. Andrea Says:

    Sorvoliamo poi sul fatto che il concetto di “reale” è abbastanza ambiguo. Non è che lo dica io, lo sosteneva – per esempio – un signore siciliano abbastanza famoso: Luigi Pirandello… Insomma, penso proprio che tu abbia ragione: tutto parte dallo scollamento della critica dal testo narrativo e da una buona dose di snobismo, temo…

  37. Giobix Says:

    riguardo al “reale”, ho visto da poco il dvd di boyz n the hood col commento del regista. in una scena il padre del protagonista spara a un ladro bucando la porta di casa. il regista spiegava di essersi ispirato a un episodio reale della sua infanzia. Nel film poi c’è l’arrivo della polizia, che tratta male padre e figlio perchè sono neri in un quartiere nero. insomma, molto realistico e impegnato.
    in realtà suo padre aveva trovato una scarpa persa dal ladro, l’aveva portata a un tipo losco e questo aveva girato tutto il giorno con la scarpa in mano fino a trovarne il proprietario (si, come cenerentola in da ghetto)…il regista concludeva che a volte nella realtà succedono cose così strane da sembrare inverosimili, e quindi non si possono raccontare in un film realistico 😉

  38. Lara Manni Says:

    Sarà molto lunga e molto difficile, Andrea: ma intanto gli autori aumentano, e questo è il dato positivo.
    Giobix, grazie della dritta 🙂

  39. ziadada Says:

    … forse che l’irruzione dell’indicibile/irriducibile è eversiva?

    La tua riflessione mi ha fatto venire alla mente, per analogia, le difficoltà che il cinema fantastico di Hong Kong deve aggirare da quando ha necessità prendersi il visto ed i finanziamenti mainlander…

  40. Lara Manni Says:

    Ciao ziadada (e grazie, di cuore, per le cose che hai scritto su Esbat).
    Esatto. E’ eversiva e va “piegata” a ciò che si può spiegare e capire. E’ interessante il discorso sul cinema di Hong Kong: mi piacerebbe saperne di più.

  41. Giobix Says:

    sono appassionato di cinema asiatico, il problema è che il cinema di hong kong negli ultimi anni è in crisi e se una volta aveva praticamente il dominio del mercato asiatico adesso soffre la concorrenza dei paesi vicini, come la korea che va fortissimo e anche la thailandia produce molto cinema di genere.
    Per sopravvivere è sempre più costretto a guardare alla repubblica popolare cinese, che però ha un sistema di censura terrificante e un odio ideologico per il soprannaturale. Quindi si producono sempre meno film di questo tipo.
    se vuoi approfondire sul cinema di hk: http://www.fareastfilm.com/easyne2/LYT.aspx?IDLYT=2709&CODE=FEFJ&ST=SQL&SQL=ID_Documento=2175
    e sulla fobia cinese per il fantastico: http://www.unmadeinchina.org/contStd.asp?lang=it&idPag=165

  42. ziadada Says:

    In estremissima sintesi: con la rivoluzione culturale la repubblica popolare cinese bandisce tutto ciò che è ascrivibile a “superstizione”: religione, un folclore ricco di demoni, fantasmi e vampiri (diversi da quelli occidentali), ma anche tutti gli aspetti soprannaturali connessi ad esempio alle arti marziali tradizionali, al cinema ed alla letteratura wuxia, ed altro. Per motivi diversi, queste espressioni di cultura popolare sono, oltre che inconciliabili con la stretta osservanza materialista, declinabili in forme potenzialmente eversive. Una delle conseguenze è il trasferimento nel cinema di Hong Kong dei temi orroristici/fantastici/wuxia, che là verrano sviluppati nelle forme che più o meno conosciamo. Negli anni seguenti il ritorno di Hong Kong alla Cina, si ha da un lato il calare sul cinema isolano della censura sull’irrazionale, dall’altra un incrociarsi di interessi economici reciproci: l’industria del cinema cinese aspira ad avvalersi di quello di Hong Kong come ponte per aprirsi al mercato internazionale, commercializzandosi; l’industria del cinema di Hong Kong si apre alla prospettiva di platee e finanziamenti inimmaginabili prima della riunione. E però la coproduzione mainlander/hongkonghese deve confrontarsi con la censura: niente più fantasmi, se non “razionalizzati” in chiave freudiana, niente più cavalieri erranti giustizieri alternativi ad un potere distante ed indifferente, come niente più poliziotti cattivi e corrotti e niente più male che prevale sul bene…

  43. Lara Manni Says:

    Grazie. Non ne sapevo nulla ma temo che ci riguardi molto, molto da vicino.

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