We can run up the wall

Sono andata a vedere Cats e già che ci sono mi sono riletta Eliot. Spettacolo bellissimo, con l’eccezion fatta dell’interprete di Grizabella, la vecchia gatta con un passato di splendore. Ci ho messo un poco a capire perchè non è piaciuta, dal momento che  la voce era bella, ma c’era qualcosa che non mi convinceva. Forse perchè la formazione dell’attrice è quella di Amici: e non per essere snob a tutti i costi, ma la sensazione che ho avuto è quella di una mancanza di profondità, dell’assenza di interiorizzazione del personaggio. E Grizabella è solo una canzone, ovvero la strafamosa Memory: ma in quella canzone c’è un’intera, sia pur gattesca, esistenza.
Cosa c’entra Cats con uno splendido romanzo che si chiama The Giver? C’entra, perchè The Giver, che nasce come libro per ragazzi, è un gioiello di semplicità apparente, ma nei fatti spalanca, l’una dopo l’altra, porte sugli abissi. Non dico nulla perchè mi ha davvero mozzato il fiato: ma l’abilità con cui si arriva a trattare temi profondissimi come la morte, la memoria, l’amore, il dolore sta anche nella linearità (apparente, sempre) con cui vengono narrati. Perchè sono stati introiettati. A differenza della Grizabella che ho visto.
Per il resto. Non scriverò il racconto mainstream. Non è la mia strada. Tanti saluti e ognuno per sè.

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9 Risposte to “We can run up the wall”

  1. Lidia Perfinta Says:

    Mi spiace davvero che non scriverai il racconto mainstream. E’ pur sempre una storia che si abbandona.
    Spero di non infastidirti chiedendoti come hai capito che non era per te. Quale situazione ti ha frenato, quale intreccio non hai sentito tuo (non dico di raccontar la trama, magari quel dettaglio che ti ha fatto desistere). Credo che la bellezza dei narratori stia proprio in questo equilibrio precario e sempre in mutamento: si muovono tra storie che “sentono” proprie, ma s’imbattono anche, e spesso, in storie che invece non gli appartengono. E’ vero? Io l’ho pensato spesso… così, volevo chiedere a te… Se vuoi rispondere a questa domanda un po’ delicata.
    (Già, perché è difficile parlare di ispirazioni e di come nasce una storia, ma per citare Stephen King, anche “screare” una storia, è un processo tortuoso e difficile, e dal finale agrodolce).

    Buona giornata, Lara

  2. Lara Manni Says:

    Dunque Lidia. Le storie non si abbandonano mai del tutto, secondo me. Non mi infastidisci affatto, anzi: il punto è che mi è stato chiesto di “piegare” completamente il racconto alle intenzioni del curatore dell’antologia. Ovvero, di modificare la trama secondo quello che lui aveva in mente. Ora, io penso che questo, almeno per me, non sia accettabile. Se mi si chiede una ghost story e poi mi si chiede di trasformarla in una storia di violenza psicologica, c’è un impianto intero che si sgretola. Ci ho provato, ma non “teneva”. Oltretutto, ero piuttosto sicura che comunque mi sarebbe stata chiesta un’ulteriore modifica (passaggio dalla terza persona alla prima e via così).
    Io non ho mai detto una sola parola contro l’editing: però mi riesce davvero difficile scrivere una storia “sotto dettatura”.
    Screare, è vero…ma non si screa fino in fondo. Quel racconto, che metterò più avanti on line, diventerà parte integrante del romanzo. Anzi. Mi aiuta a risolvere un punto che non avevo ancora chiarito 🙂

  3. Lidia Perfinta Says:

    Sai, immaginavo esattamente che ci fossero stati dei tentativi (piccoli o grandi non sapevo) di “forzare” la tua trama verso una direzione che ne avrebbe stravolto il senso. E, infatti, mi chiedevo: “Ma una ghost story, quanto deve perdere e mutare nel profondo per diventare mainstream?” Perché si tratta proprio di cose diverse!
    Hai fatto bene. E concordo con te anche sul fatto che le storie non ti abbandonano mai del tutto (soprattutto se ci credevi). Anche a me, poi, capita spessissimo che una storia che non si rivela utile in un senso, finisce per risollevare le sorti… addirittura di un’altra, che magari non avevo nemmeno collegato!

  4. Lara Manni Says:

    Sono cose diversissime: e soprattutto c’è una questione da sottolineare. Ovvero, i racconti fantastici hanno una struttura. Hanno regole di plausibilità da rispettare pur nella violazione di quello che viene considerato come “reale”. A me non piacciono le interpretazioni a-tutti-i-costi psicologiche, per cui tutto può essere spiegato da una disfunzione psichica e non dall’irruzione di un mondo altro in quello umano. Per questo ho detto no.

  5. Andrea Says:

    Il “mondo altro” di cui parli è quindi indipendente dalla volontà umana, ho capito bene? E’ un fattore esterno (spesso irrazionale) che irrompe nella vita dei tuoi protagonisti ed ha una propria autonomia. Penso al protagonista di Esbat: era contemporaneamente una creatura mitologica con una volontà autonoma, ma anche il prodotto della fantasia di una donna. Per tutto il romanzo cercava disperatamente di emanciparsi dalla donna che determinava il suo destino (disegnandolo) ma, una volta diventato carne e ossa, finiva per incarnare l’oggetto del desiderio (finalmente concretizzabile) della donna stessa. Freud, ridacchiando, si sarebbe sfregato le mani! Cara Lara, come ogni bravo scrittore di fantastico, anche tu sei una discreta psicologa: te la cavi benissimo con la stessa materia di cui sono fatti i sogni!

  6. Lidia Perfinta Says:

    Ancora una volta mi trovo in perfetta sintonia col tuo pensiero sul fantastico.
    E’ proprio quello che penso anch’io. Questo voler fare entrare a forza considerazioni psicologiche in una vicenda che si pone su ben altre basi (immaginavo che avessero escogitato un trucco simile) invece di lasciare semplicemente scorrere e confluire fra le pagine la semplice, pura e MAGNIFICA forza della fantasia e di milioni di possibili realtà che ogni essere umano può e ha il diritto di immaginare!
    Non era poi il discorso che avevi fatto qualche post fa? Quello del tentativo di “istituzionalizzare”, ma diciamo pure giustificare il fantastico e il suo successo in Italia (e per me per sedare quell’ incomprensibile vergogna che provano milioni di persone all’idea di leggere storie nata da pura immaginazione, e che si sentono invece rassicurati solo dalla trasposizione della realtà, una realtà conosciuta e quindi più facile da comprendere).

    Ah, cavoli! Quanto mi rode tutto questo!

  7. Lara Manni Says:

    Il mondo altro esiste nel momento in cui c’è un uomo o una donna che lo sta sognando (zio Platone si sfrega le mani insieme a zio Freud). Questo sì. E penso che la psicologia sia fondamentale per chiunque scriva, non solo di fantastico. Quel che volevo dire è che io non concordo con chi vuole a tutti i costi trovare una spiegazione razionale ad una storia che deve essere coerente ma non necessariamente corrispondente alle leggi della fisica, della biologia, del “reale” inteso come tangibile. Tipo: non è un fantasma quello che vedi ma il trauma infantile che riaffiora. 🙂

    Ps. Lidia, sì. Il discorso di qualche post fa derivava proprio dai miei rimuginii su questo argomento…

  8. Andrea Says:

    Mi hai fatto tornare in mente un bel saggio di Jung dedicato alla psicologia dei fenomeni occulti (trattava di vari casi di suoi pazienti le cui nevrosi erano legate al sovrannaturale e all’occulto, lo dico per quei lettori che si dedicano a lettura un po’ meno noiose :-). Più o meno (mi perdonino gli junghiani), si poteva riassumere con “non è un fantasma quello che vedi ma il trauma infantile che riaffiora” 🙂 Tu e Jung (che si unisce alla coppia Platone/Freud nello sfregarsi le mani salvo poi litigare con Freud per la storia della libido… ma questa è un’altra faccenda…) andreste molto d’accordo: anche lui metteva in guardia sulla pericolosità del voler ridurre tutto al razionale perché – diceva – sarebbe come amputare un’importante parte della nostra psiche (che si vendicherebbe in maniera tremenda…). Ci tengo a dirti che sono d’accordo con te (e con Platone/Freud/Jung): guai a voler imbrigliare la fantasia con le leggi della razionalità! E chi si ostina su questa strada peste lo colga! 🙂

  9. Lara Manni Says:

    Con un grande sfregamento di mani, concordo. Il dualismo razionalità/fantasia non porta molto lontano, temo. E non solo in narrativa.

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