Vendicami e il mito della Grande Madre (alè)

Il film inizia con una madre che cucina una cena che nessuno mangerà: suo marito e i suoi figli verranno uccisi mentre gli spaghetti di soia si freddano nelle pentole, e quando altri le scoperchieranno scopriranno che insetti neri dalle lunghe antenne vi hanno fatto il nido.
Il film finisce con una madre che cucina e serve una cena a una nidiata di bambini felici e a un vecchio. Non una madre qualsiasi: “big mama”, la chiamano. Grande madre.
“Vendicami” di Johnnie To incornicia con le immagini di due donne una storia che più maschile non si può: vendetta, amicizia, onore. Morte.
Sono andata a vederlo ieri e mi è piaciuto molto: la trama, credo, è nota. Vecchio killer divenuto chef  (l’attore è Johnny Halliday: occhi azzurri da bombardiere, impermeabile nero, Borsalino. Icona) Frank Costello torna a Macao al capezzale della figlia, unica sopravvissuta alla strage della sua famiglia e omaggio vivente a “Kill Bill” (la Sposa in ospedale, l’esigenza di vendetta, anche se, in questo caso, delegata).
Del resto il film è zeppo di citazioni: da quella iniziale, con il killer che spara ai bambini perchè l’hanno visto in faccia (presa pari pari dal memorabile incipit di “C’era una volta il West”) alla battaglia – davvero epica –  tra le balle di rifiuti fra i mafiosi cattivi e i tre killer che diventano amici di Costello (il cui nome è a sua volta una citazione del supernoir di Melville, Faccia d’angelo).
La vendetta, comunque,  si compie grazie all’incontro del nonno orfano dei propri nipoti con tre killer dotati di  grande senso dell’amicizia e dell’onore. E si compirà definitivamente quando Costello, che sta perdendo la memoria per una pallottola annidata nel suo cervello, rivedrà i suoi morti in riva al mare, sotto la luna piena (momento esbatiano per eccellenza, perdonate l’entusiasmo).
Ora, da “Vendicami” si possono trarre parecchi spunti di riflessione. Per esempio, su come il film epico e di azione sia allo stesso tempo fedele al mito e lo tradisca. Il mito virile del guerriero coraggioso che si oppone al villain pavido e inadeguato al suo ruolo (il mafioso sanguinario e codardo) in nome dell’onore e dell’amicizia: ecco, quello è pienamente rispettato. Apparentemente, anche il mito femminile della maternità che accudisce (dispensa cibo, richiede vendetta quando viene colpita negli affetti) sembra pienamente presente.
Però, riflettevo, il femminile è sempre più complicato di così: come negli I-Ching, dove la linea femminile è mobile, le donne del mito cambiano, non sono mai identiche a se stesse. Non sono, mai, solo materne (o seduttive: c’è una terza donna nel film, l’amante del capomafia, che viene uccisa mentre fa l’amore con un altro: di lei, a lungo, vediamo solo i piedi sollevati durante l’amplesso).
Infine, mi è venuta in mente un’ultima cosa: ho amato questo film perchè in un certo senso, e nel mio piccolo, anche io uso uno sfondo di azione che non viene mai “avanti”, ma resta a una dimensione.  Sparatorie e battaglie, qui, sono “nei canoni”: ma quello che interessa a To è la storia di Costello. Il suo “sentire”. Il suo “smarrirsi”. Il primo piano è tutto suo. Ed è giusto così.

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