La via si divide

Il quarto esempio è, in realtà, una riflessione sul genere e su come si possa intendere almeno in due modi diversi.
Parto dal romanzo di Tabitha King, Come candele che bruciano. In poche parole, è una storia di streghe e di fantasmi.
Al tempo stesso, però, è diversissima da quelle a cui, probabilmente, avete pensato non appena avete letto le parole “streghe” e “fantasmi”.
La trama: Calliope è una bambina di sette anni a cui viene ucciso il padre. In modo barbaro e inutile. Le due assassine, una cuoca e una cameriera, moriranno a loro volta in circostanze inspiegabili. La famiglia di Calliope si sgretola: la madre, la fatua Roberta, perde il proprio patrimonio e il primogenito, e fugge dalla casa della nonna di Calliope, Deirdre.  Per anni,  madre e figlia vivono in una casa sul mare. Calliope cresce, diventa un’adolescente scontrosa, scopre il suo dono, comune a molte altre donne della sua famiglia: parlare con i morti.
Non dico nulla sul finale o sui dettagli, naturalmente. Voglio però sottolineare una cosa: che ci sono due modi possibili per svolgere questa trama. Uno è quello esclusivamente fattuale. Un avvenimento dopo l’altro, descrizioni ambientali e dei personaggi oggettive, colpi di scena. L’altro – che è quello scelto da Tabitha King – è psicologico. La storia di Calliope è raccontata per suggestioni, emozioni, ricordi, dolore.
Ora, non voglio e non posso fare una valutazione sul cosa sia più legittimo: le due strade sono valide allo stesso modo. Ma qui entra in campo il gusto: e io amo la seconda strada. Anche perchè, quasi sempre, il linguaggio diventa più curato, la forma diventa più personale e raffinata.
Ma, appunto, sono gusti. Solo che è importante, secondo me, cominciare a ragionare su questa biforcazione: anche perchè lo stesso discorso si può estendere a tutto il fantastico. Anzi: privilegiare una strada anziché l’altra potrebbe persino essere “il” problema del nostro fantastico.

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15 Risposte to “La via si divide”

  1. Aislinn Says:

    Mi hai molto incuriosito, leggerò questo libro

  2. Lara Manni Says:

    Bene! Aspetto il tuo parere! 🙂

  3. Giobix Says:

    questione interessante, mi viene in mente la serie Hap & leonard di Lansdale, una sorta di Bud Spencer e Terence Hill portati all’estremo.
    Se le loro storie fossero narrate in modo oggettivo e in terza persona, si ridurrebbero a una sequela di cazzotti e sparatorie. A fare la differenza è la voce in prima persona di Hap, che è riflessivo e malinconico, con tutti i suoi problemi e sofferenze.

  4. Lara Manni Says:

    Bingo, Giobix. Infatti la differenza è proprio quella. Che sia prima o terza, è la scelta di partire da un personaggio piuttosto che dall’azione a contare.

  5. Andrea Says:

    E’ un discorso molto interessante. Come pensi che si possa differenziare e caratterizzare il “nostro fantastico” scegliendo una strada piuttosto che l’altra? Quali sono secondo te gli scenari possibili?

  6. Lara Manni Says:

    Be’, non sono in grado di tracciare una via valida per tutti. Dico soltanto che la seconda strada permette anche di uscire dal grande equivoco che vuole il fantastico destinato soltanto ai bambini e ai ragazzi. Lavorare sulla psicologia e sul linguaggio può essere un passo avanti. Ma, ripeto, non pretendo che gli approcci siano uguali per tutti.

  7. Andrea Says:

    Psicologia e linguaggio, quindi un approccio più soggettivo alla storia da raccontare. per dare una connotazione più “adulta” al fantastico. Ho capito bene?

  8. Lara Manni Says:

    Sì, ma secondo me e per me.
    E’ lo stesso motivo per cui amo King: il suo approccio, anche nelle opere più complesse, parte sempre dal soggettivo. It è la trasposizione letteraria delle paure infantili, oltre ad essere il tassello di una complessa e meravigliosa epica che va a costituire la Torre Nera. Ma non si dimentica mai che un personaggio ha un’infanzia, dei ricordi, delle emozioni, che un rumore gli ridesta sensazioni che aveva dimenticato, che una canzone è stata importante. Anche per Roland di Gilead.
    Questa, per me, è la differenza.
    Ma, ripeto, non pretendo in alcun modo di dire che è la via giusta.

  9. Giobix Says:

    si, prima o terza, però con la prima persona è più facile fare queste cose.
    Comunque, mi pare che gli scrittori mainstream difficilmente partano dall’azione con descrizione oggettiva (A parte Verga, che però faceva un discorso particolare di documentazione su certe realtà)
    nel fantastico, partire dall’azione crea facilmente l’effetto fiaba standard

  10. Lara Manni Says:

    Doppio bingo.
    E forse l’effetto fiaba standard – assolutamente apprezzabile in un certo tipo di produzione – può, ripeto, può creare qualche problema.

  11. Andrea Says:

    Evocare i contenuti dell’inconscio (lo so, questa parola non ti piace… :-), quelli che abbiamo relegato lì perché troppo infantili, è una prerogativa del fantastico. Strabingo!

  12. Lara Manni Says:

    🙂
    C’è un motivo per cui non mi piace: ed è in realtà il fatto che troppo spesso l’inconscio va a “sdoganare” il fantastico, che viene accettato solo se “prodotto dell’inconscio”.

  13. Lidia Perfinta Says:

    Ho un pensiero, Lara.
    Io ho scritto una storia fantastica in terza persona. Mmm, e per giunta mi sono proprio ispirata a una fiaba dei Grimm che amo da morire…
    Me banale! 😦
    Sì, ed è pure seriale. Cinque libri, per una vicenda completamente italiana, con miti italiani, e creature italiane (o inventate grazie a giochi di parole italiani -Lewis Carrol insegna). Adoro i racconti, i romanzi autoconclusivi, però anche le saghe. Non è questione di moda, è che vorrei scrivere di tutto! 🙂
    Comunque, in questa storia sono vicina al protagonista, ma, non so, non ho proprio sentito giusto narrare la sua vicenda solo e soltanto attraverso i suoi occhi. In ogni libro, verso la fine, ci sarà un paragrafetto in cui narro la storia, sempre in terza persona, ma stando “vicina” ai pensieri di un altro personaggio (insomma, un po’ come Tolkien che scriveva in terza persona, ma passava da Frodo a Sam).
    E nel libro successivo, vorrei degli interi capitoli “dal punto di vista” di quel personaggio. In breve, vorrei come dare un’anticipazione, un indizio, ogni volta, su quale personaggio approfondirò nel libro successivo.

    Cosa dici; credi che sia una scelta facile e scontata? La terza persona sta diventando obsoleta?

  14. Lara Manni Says:

    Ehi Lidia, ma certo che no. Ho scritto tre libri e tre racconti in terza persona, e non escludo di usarla ancora (forse persino all’interno di questo romanzo, in alcuni punti). Come potrei considerarla obsoleta?
    Scegliere una voce non significa adeguarsi ad una tendenza letteraria, ma ascoltarsi, credo: e comunque ascoltare il modo in cui la storia stessa vuole essere raccontata.
    Vale anche per le saghe: non esiste una regola del mercato, ma solo e unicamente la tua.

  15. Lidia Perfinta Says:

    Grazie Lara! 🙂
    E’ solo che avevo letto altrove di una lettera di Busi che rispondeva a un esordiente, e lo mazzolava già solo perché scriveva al tempo remoto, e per lui era ormai insopportabile, perché i libri li voleva al presente.
    Mi ero quasi cappottata dalla sedia.

    Io guardo sempre la storia, non il tempo o la persona attraverso cui è narrata. Credevo fosse questo il bello… Mah! Gli intellettuali! Ora mi leggo il tuo nuovo post e relative decine di commenti.
    Ciao!

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