C’era una volta: una modesta questione

Once upon a time.
La questione della lingua era faccenda che coinvolgeva tutti gli scrittori. Diciamo dai tempi di Dante ad oggi. Ma forse anche prima.
Once upon a time.
Non posso mica raccontarvela tutta. Diciamo che, nel secolo scorso, c’erano quelli del Gruppo 63 che dicevano: no trama, no personaggi (no future, mi verrebbe da aggiungere). Solo lingua. Un certo tipo di lingua. Che poi se la cantassero e suonassero fra loro, almeno molto spesso, era un fatto. Che poi nel gruppo 63 ci fosse anche Umberto Eco, che scrisse Il nome della rosa (e partì, molto probabilmente, dalla lingua), è un  altro fatto ancora.
Once upon a time.
C’è una frase di Tolkien che giustamente Wu Ming 4 pone in rilievo nei commenti (al post di ieri). E la frase è questa.

“Per me il Signore degli Anelli è essenzialmente un saggio di estetica linguistica”.

Torniamo a noi. Al fantastico di casa nostra, assai attento a mappe, razze, cornici, trame. Giustamente. Cosa manca? Cosa “ci” manca? Forse proprio quel punto di partenza: in quale lingua racconto? Quale voce parlerà nella mia storia?
Per me, vale la pena di pensarci.

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26 Risposte to “C’era una volta: una modesta questione”

  1. Melmoth Says:

    Si ma l’esempio del Signore degli anelli è leggermente fuori fuoco; la lingua che ha creato Tolkien non era una erudita prosa inglese, era l’elfico. Da quella lingua (che non esiste) Tolkien ha poi creato i personaggi che potessero parlarla, che la ‘agissero’. Di fatto – a mio parere- se Tolkien ha un difetto (ne ha diversi ma) è proprio la lingua, che è spesso piatta e talvolta anche goffa, soprattutto nel caraterrizzare i personaggi; almeno nel LotR. Nel Sismarillion e nello Hobbit è migliore, credo per la frequentazione diretta che Tolkien aveva della ‘fairy-tale’ e della ‘prosa-epica’; molto più di quanto frequentasse il romanzo d’avventura dell’ottocento, che è poi (sempre a mio parere) è il vero modello linguistico del Signore degli anelli.

    Ho anche poi una remora personale: non credo che si possa pensare alla lingua a cui si scrive e al racconto da scrivere come due cose scisse. Se lo si fa si rischia di intellettualizzare un processo che dovrebbe essere omogeneo, olistico mi verrebbe da dire. In altre parole lingua/racconto devono venire insieme. Certo, ci può essere una riflessione sulla lingua prima, si possono fare degli ‘esperimenti’, ma io credo che un vero artista non si ponga questi problemi come dilemmi intellettuali; bensì espressivi: ha bisogno di un colore, o di un tipo di matita, e dopo averne provati alcuni sceglie quello che gli è più congeniale. Per farlo ci vuole un grandissimo rigore tecnico, oltre che artistico.

  2. Lara Manni Says:

    Sfondi una porta aperta, Melmoth: lungi da me l’idea che sia necessario pensare alla lingua scindendola dalla storia. Però occorre pur pensarci: è esattamente questo che intendevo nel post. Pensa – tanto per cambiare – a King: storie magnifiche, ma anche un linguaggio non semplicemente curato, ma inventivo, ricco di sfumature e di senso. Wu Ming 1, nel thread su aNobii, ha usato l’espressione “storie zippate” a proposito della lingua di King.
    La mia sensazione è che molto spesso, nel fantastico, si ritenga la faccenda del linguaggio come secondaria: non dico che si scivoli nella sciatteria (anche se in alcuni casi avviene), ma che appunto non si tenga presente come le due cose non sono e non possono essere scisse.
    Su Tolkien, mi sa che non concordiamo: io non trovo affatto goffo il suo linguaggio.

  3. Melmoth Says:

    Goffo: lo è quando descrive i personaggi, particolarmente le loro espressioni e le loro reazioni emotive. Lo è nella prolissità di alcune descrizioni. Lo è in alcuni dialoghi troppo ‘alti’, al limite del ridicolo. Sempre a mio modesto parere. Ma non è così ne Lo Hobbit, che è veramente una meraviglia per l’orecchio e per gli occhi: è di una ‘semplicità’ veramente difficile da raggiungere…

    Avevo già scritto altrove che uno dei miei (cilci) preferiti è Ghormegast.
    Un altro è Grendel di John Gardner. Giusto per capire cosa si può fare con la lingua, e che succede lingua fantastica e storia fantastica sono una cosa sola.

  4. Vocedelsilenzio Says:

    Io concordo abbastanza con l’ultimo intervento di Lara. A mio parere nel fantastico contemporaneo il linguaggio passa in secondo piano, nel senso che, forse, si tende a concentrarsi di più sulla storia. Poi, è logico che non bisogna scindere le due cose ma, come dice Melmoth, prima di inziare bisognerebbe pensarci un po’ sù.
    Credo che linguaggio e storia sia inscindibili e credo anche che l’uno nasca assieme all’altra. Nella mia piccolissima e personalissima esperienza di scrittura ho sempre notato che la lingua da usare era gia contenuta nella storia che avevo in testa. Il problema, però, è che magari, a volte, si tende a non prestarci troopa cura… forse perché è una difficoltà in più? Boh, però io ho quest’impressione, di una lingua più ‘semplicistica’.

  5. Lara Manni Says:

    L’una nasce insieme all’altra. E’ vero. Ed è anche vero, però, che si tende a pensare che il fantastico debba compensare con una lingua “piana” l’implausibilità della storia. Si veda quel che accade quando si tentano strade appena più complesse. Laddove complesso, evidentemente, non significa nè elitario nè incomprensibile.

  6. Vocedelsilenzio Says:

    Mah, io credo semplicemente che una storia, qualsiasi storia, debba avere bisogno di un linguaggio diverso a seconda di quello che deve/vuole raccontare. Non mi sono mai posto il problema della plausibilità o nonplausibilità della storia… dovrei pormelo?

  7. chiara Says:

    Be’, non si può raccontare una storia non plausibile… Vale a dire, la sospensione dell’incredulità, che è elemento fondante di qualsiasi invenzione romanzesca, non può fare a meno di una plausibilità narrativa. Faccio un esempio terra terra: “Marco beve dalle orecchie”.
    Questo sarebbe implausibile narrativamente. Se lo leggiamo, ci mettiamo a ridere – cioè viene a cadere la sospensione dell’incredulità.
    Se però sappiamo che il Marco in questione è un alieno arturiano e la sua razza sorbisce abitualmente i liquidi dalle orecchie allora diventa plausibile narrativamente, non venendo a intaccare la sospensione dell’incredulità.
    E’ chiaro, no?

  8. Lara Manni Says:

    Chiarissimo 🙂 Mi sono espressa male io: intendevo “non plausibilità” secondo i canoni del realismo, non secondo la necessaria coerenza interna.

  9. chiara Says:

    Ma certo Lara, il mio era solo un esempio di scuola. Sul problema della lingua hai perfettamente ragione: una lingua “piana”, nell’opinione dei più, aiuterebbe la fruibilità di una storia fantastica, e quindi irrealistica.
    Il che dimostra, per l’ennesima volta, che il genere fantastico soffre di una condizione di minorità rispetto alla narrativa realistica. Come a dire: scrivete storie assurde? Allora fatelo in un linguaggio banale!
    Una sciocchezza, ovviamente. Però le case editrici sono le prime a incorrere nell’equivoco. E questo non aiuta il genere a crescere, com’è evidente. Non solo in Italia. E ti faccio un esempio che mi riguarda: il mio romanzo “Non mi uccidere” , edito in Spagna, è stato “normalizzato” a livello linguistico (senza che io ne sapessi nulla!). Hanno aggiunto i virgolettati i dialoghi, allungato le frasi e interposti (orridi) punti e virgola, che io non uso mai. Ovviamente ne ho bloccato la diffusione e chiesto il rientro immediato dei diritti.
    Quindi non lamentiamoci solo della situazione italiana. All’estero il genere andrà anche mille volte meglio che da noi, però cercano di tenerlo “basso”, per non dare fastidio al mainstream… lasciamo andare.

  10. Lara Manni Says:

    Oh dannazione! Io mi ero imbattuta in rete nella “normalizzazione” di “Non mi uccidere” fatta da una lettrice, che aveva inserito quella che secondo lei era la doverosa punteggiatura (ahimè): ma non sapevo della Spagna.
    Lo trovo spaventoso e lo trovo preoccupante: e hai perfettamente ragione, temo. Il genere non deve disturbare: deve solo vendere molto e stare buono nella sua nicchia.

  11. chiara Says:

    Non ne ho parlato per lamentarmi, ma solo per fare un esempio concreto. Che mi pare si riallacci anche a quanto dicevi qualche tempo fa, a proposito di Avoledo se non vado errata. Che viene considerato mainstream. Fingendo che non sia uno scrittore di SF – il più grande, in Italia. Praticamente, l’erede di Philip K.Dick.
    Il motivo è evidente – Avoledo scrive “complicato” e non è omologabile. Alla fine, per far tutti scontenti, lo hanno messo nel mainstream e hanno chiuso la questione. Facendogli anche perdere dei lettori, a mio parere.

  12. Lara Manni Says:

    Ah, Avoledo. Io ho letto tutti i suoi libri, a cominciare da “L’elenco telefonico di Atlantide”. E ho notato una cosa buffa (ma neanche troppo): che quello considerato “più maturo” (e se non sbaglio l’unico a essere uscito nei Supercoralli di Einaudi) è “Tre sono le cose misteriose”. Che è anche l’unico mainstream…

  13. chiara Says:

    Magari, anche in questo è proprio l’erede di Dick. Che attribuiva grande importanza ai suoi romanzi mainstream (che andavano sempre malissimo anche perché non valgono nulla) e sottovalutava invece le immense costruzioni narrative a cui ha dato vita, sol perché erano di “genere”!

  14. Lara Manni Says:

    Mah, chissà come la pensa Avoledo. Sicuro che i critici la pensano così. 😦

  15. Melmoth Says:

    Dick è un buon esempio. La sua lingua non mi piace, la trovo veramente troppo piatta. Ma i suoi romanzi migliori sono talmente complessi da un punto di vista immaginativo (non solo di intreccio) che se il linguaggio fosse piu complesso sarebbe assolutamente illeggibile.

    Viceversa la lingua di Marvyn Peake è così densa e movimentata che l’intreccio non può che essere ‘piano’: una scalata al potere piuttosto scontata. L’insieme è meraviglioso proprio per la capacità della lingua di illuminare gli spazi che un intreccio piuttosto lineare lascia scoperti, soprattutto nello spazio psichico dei personaggi.

  16. Melmoth Says:

    Mervyn Peake (tastiera ladra)

  17. Lara Manni Says:

    Peake è Peake, e sia giusta lode. Però fra il (uhm…perdonami il paragone) il Gadda del fantastico e Terry Brook ci potrebbero-dovrebbero-unpo’cenestanno- essere anche buone vie di mezzo. Ecco.

  18. chiara Says:

    Ce ne sono. Lindqvist , ad esempio. Un narratore di razza. E ancora Sarah Waters, con “L’ospite”. Paul Torday. Segnali positivi, a fronte di tanti negativi…

  19. Lara Manni Says:

    Lindqvist! Ho letto che dovrebbe uscire il romanzo nuovo…

  20. chiara Says:

    Restiamo in ansiosa attesa 🙂

  21. Melmoth Says:

    Gadda del fantastico non è male, lo penso anche io!

  22. Alessandro Forlani Says:

    Ho appena ricevuto rifiuti al mio “Tristano” e seguito da due NOTI, INTERESSANTI e STIMATI “piccoli editori” (non farò nomi) in quanto “il livello della lingua e dello stile è troppo alto”. Sic.

    Magari si aprisse una questione linguistica, Lara!…

  23. Lara Manni Says:

    La stiamo aprendo, no?
    🙂

  24. CosinoNero Says:

    Io parlo da totalmente ignorante in materia, e sopratutto vivo di luoghi comuni. Se mi dite “cosa ti viene in mente se ti dico fantasy?” penso subito al fantasy medievale. O forse sono solo io che non faccio altro che imbattermi in saghe e cronache di cavalieri erranti, a cavallo di draghi o cavalli , che errano alla ricerca di qualcosa, con spade magiche, creauture fatate a non finire. Poi sì, ci sono anche gli elfi, con tanto di lingua collaudata (ricordo che una ragazza come saluto mi scrisse qualcosa in elfico, rimasi perplessa). Ma di fantasy col nostro folklore? -Continuo a parlare da ignorante in materia, eh- Non mi sono mai imbattuta in fantasy con mostri nostrani. Per fare un esempio, io sono piemontese e dalle mie parti abbiamo un ricco repertorio di spauracchi, masche e altre creautre fatate. Poi se c’è qualcuno che ci ha provato datemi nome e cognome che vado a stringergli la mano.
    Per quanto riguarda la parentesi linguistica è ovvio che deve essere un libro scritto bene, ma così vale per ogni genere. Poi credo che la coerenza sia necessaria ovunque, giocoforza anche nel fantasy.

  25. Andrea Says:

    Hai ragione CosinoNero, andrebbero frequentati molto di più i miti e le tradizioni locali (non necessariamente quelli italiani, ci mancherebbe altro 😉 altrimenti perdiamo un patrimonio inestimabile di storie e suggestioni che al fantasy farebbero solo bene. E qui aprirei anche una bella riflessione, visto che il post parla di uso della lingua italiana, sul discorso dei dialetti. Di questi tempi (non certo per motivi letterari) è terreno minato, ma forse non sarebbe male rifletterci su. Quelli sì, per noi italiani, sono diventati le “lingue degli antichi”: una prelibatezza per gente tipo Tolkien o Pasolini!

  26. Lara Manni Says:

    Però c’è Zeferina di Riccardo Coltri…:)

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