Pubblicità acchiappapolli

In giro per Roma ci sono tabelloni invitanti:  soprattutto in metropolitana. Sono di un famoso Editore A Pagamento che invita ad inviargli i propri testi, perchè, va da sè, se hai scritto devi pubblicare e bisogna approfittare dei Gran Concorsi.

Pensavo a questo leggendo il nuovo post di Anonimo Informato, che riguarda proprio gli EAP. Ora, Anonimo ha molta ragione a strapazzare gli autori e il loro narcisismo, spesso ingiustificato. Prudono le mani anche a me quando leggo commenti tipo “bisogna comprarsi i critici per avere successo” (sì, certo: come se le critiche fossero determinanti nella vendita di un libro, ah ah).

Però: non so di quale città sia Anonimo, ma se è romano e dà uno sguardo alle pubblicità di cui sopra forse capirà perchè mi puzzano di imbroglio. Perchè in nessun punto è scritto che ai selezionati verrà richiesto un contributo economico. Non si chiama pubblicità ingannevole?

Ps. In ritardo: articolo imprescindibile di Elvezio Sciallis. Qui.

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12 Risposte to “Pubblicità acchiappapolli”

  1. Ema Says:

    guarda volevo scrivere qualcosa io al riguardo, la metro e gli autobus sono letteralmente tappezzati. Per chi non frequenta Roma: immaginatevi tutti i vagoni con pubblicità a senso unico, in piccolo, e in grande sulle banchine di attesa. E hanno messo pure le fotone di giovini bellocci (maschietti e femminucce, per tutti i gusti) a supporto. “Hai scritto un libro?” dice il messaggio. E allora vieni da noi, suggerisce.
    Vedo che non fai il nome e non lo farò nemmeno io, ma sbaglio se dico che fino a un po’ di tempo fa aveva un altro nome?

  2. Andrea Says:

    L’editoria (e non solo quella a pagamento) è un’industria marcia dove, salvo rarissimi casi, dominano raccomandazioni e giochi di potere. Questo, correggetemi se sbaglio, mi pare sia il succo del blog dell’Anonimo Informato. Ma ci siamo dati un’occhiata intorno? In questo paese esistono settori in cui non dominano raccomandazioni e giochi di potere? Dalla grande distribuzione all’edilizia, dal giornalismo alla logistica: l’Italia va avanti così da sempre e chissà per quanto ancora potrà resistere. Per poco verrebbe da dire leggendo i dati sulla disoccupazione giovanile. Cosa voglio dire? Voglio dire che intere generazioni di italiani, i giovani, non avranno un futuro lavorativo in nessun settore, non solo nell’editoria (hai voglia a parlare di narcisismo degli scrittori…). Mal comune mezzo gaudio, quindi? Col cavolo, perlomeno questo è quello che penso io ma giudicate voi. Ognuno guarda in casa propria (gli editor si lamentano dell’editoria, i giornalisti del giornalismo, i camalli della movimentazione merci…), cerca di spazzare la polvere sotto il tappeto e non vede il disastro che sta succedendo fuori dalla finestra. Se vogliamo, restringiamo pure il campo all’editoria, ci mancherebbe altro. Io non credo, e forse mi sbaglio, che risolveremo questo casino generale limitandoci a guardare sconsolati un piccolo orticello, ma è anche vero da qualche parte bisognerà cominciare. Scusate lo sfogo e la digressione ingiustificata (su questo blog si scrive di libri ed è logico rimanere nel seminato), ma di fronte allo sfacelo dell’economia di un’intera nazione a volte è difficile parlare solo di libri e letteratura. Se già non lo state facendo vorrei invitarvi a riflettere su queste cose. Parentesi chiusa. Grazie Lara per l’ospitalità 🙂

  3. chiara Says:

    Ecco qui la tavola rotonda sull’editoria a pagamento svoltasi nell’ambito della Fiera del libro di Torino. L’ha organizzata la gloriosa Zero91 Edizioni, che ha avuto tra l’altro la correttezza (inusuale a mio parere) di invitare anche l’editore a pagamento in questione. Che ha accettato l’invito:

  4. imp.bianco Says:

    L’editoria a pagamento è… beh definirla già editoria è un insulto agli altri editori. Diciamo che sono stamperie che ti fanno pagare fior di quattrini. Immagino quale sia la famosa stamperia a pagamento a cui ti riferisci. Presto, spero, avrò un’intervista di Mad Dog sull’argomento.

    Comunque a prescindere da tutto, non so questo anonimo editor forse dice cose giuste o forse no, non le ho lette, ma non fido molto di chi è anonimo, a prescindere XD

    X-Bye

  5. Melmoth Says:

    Il cortocircuito è semplice.
    In un editore normale il cliente= è il lettore.
    In un editore a pagamento il cliente = è lo scrittore.
    Tutto qui.

  6. Lara Manni Says:

    Grazie Chiara per il video e grazie Andrea per la digressione, che è fondamentale secondo me. Perchè il fenomeno EAP non si spiega se non si tiene presente la faccenda di cui parlavo ieri. Ovvero, il famoso quarto d’ora di Andy Warhol che è diventato 24 ore su 24.
    Famosi. Attraverso un libro, la televisione o quel che vi pare. Purchè si sia “famosi”. Allora, qui bisogna ragionare un momento. Che cosa significa tutto questo? Cosa, o chi, ci ha portato a pensare che la nostra certificazione di esistenza in vita viene dall’essere riconosciuti dal panettiere?
    Anonimo Informato dice che l’editoria non gode di buona salute. Non sono altrettanto informata, ovviamente (chi scrive dà solo uno sguardo sul meccanismo, e non basta). Penso che, anche qui, vadano fatti dei distinguo. Penso proprio ai piccolissimi Zero91 citati da Chiara, che ci hanno regalato un gioiello come Eudeamon, e piccoli sono e restano. Oltre a questo, penso che Andrea abbia assolutamente ragione. Occorre cambiare i meccanismi GENERALI, o almeno ambire a farlo.
    Far entrare nella testolina nostra (e dei nostri fratelli-sorelle più piccoli, soprattutto) che il successo farà anche comodo-forse- ma che…ehm…dura poco, nel 99% dei casi. E, soprattutto, non sostituisce il piacere di fare le cose che si amano.

    Ps. Occhio a queste argomentazioni:
    http://laveraeditoria.splinder.com/post/22781152/editoria-a-pagamento/comment/61864399#cid-61864399
    Sono tipiche: siccome quello là lo fa, lo faccio anche io. Questa sì è la logica dei furbetti del quartierino. E, per favore, NON E’ VERO che Ungaretti, Montale, Proust e chi volete voi oggi pubblicherebbero a pagamento. Dannazione!

  7. chiara Says:

    Gli editori a pagamento sono sempre esistiti, e Proust pubblicò il primo libro della Recherche a pagamento – ma non è questo il punto. Il punto è l’industrializzazione dell’editoria a pagamento, che è fenomeno assolutamente attuale, con tanto di manifesti a tappezzare le città, pubblicità martellante su internet, e mille – dico MILLE – titoli all’anno (a tale cifra ammontano le nuove uscite di Albatros), come spiegato nel video dalla stessa redattrice della casa editrice che ha partecipato alla tavola rotonda.
    Tutto ciò è illegale? Assolutamente no, come ha precisato anche Costantino Margiotta dela Zero91. Il problema è un altro. Quel che tu, io, la Zero91 e tanti altri stanno facendo, è di mettere in guardia gli aspiranti autori dicendo: attenzione, ragazzi. Questa casa editrice vi chiede soldi per stampare il libro e basta. Non ve lo distribuisce, non ve lo promuove, non fa nulla di tutto quello che voi pensiate farà… insomma, vi fa pagare a caro prezzo un sogno – e poi ve lo corrompe.
    Ecco cosa dobbiamo fare, Lara. Non arrabbiarci o perderci in divagazioni sul prezzo del successo eccetera. Solo dare una utile comunicazione di servizio a quanti vogliono pubblicare seriamente, senza sprecare il loro tempo e i loro soldi.

  8. Elfo Says:

    Beh, c’è una cosa agghiacciante che viene detta dalla redatrice di “Il filo” e cioè che “loro intendono democraticizzare la pubblicazione.”
    Che presa in giro infinita, da parte di una stamperia che non discrimina chi ha talento e chi no, ma chi ha soldi e chi non può pagare! Questa è democraticizzazione?
    Inoltre, questo lo dico in veste di persona ” a cui piacerebbe” e mi do la zappa sui piedi da sola, non è assolutamente vero che tutti devono avere il diritto di pubblicare. Tutti possono stampare. Ok. Ma la pubblicazione, che è parte della diffusione della cultura, non è per tutti. Quindi se io scrivo come un cane (il che è probabile) e non trovo nessun editore che desidera investire su di me, posso continuare a provare e cercare di migliorarmi. Ma se proprio non trovo alcuno sbocco, forse potrei considerare di cambiare mestiere. Vanity Press. Non c’è nome più appropriato.

  9. Lara Manni Says:

    Aspetta aspetta, elfo.
    C’è un distinguo da fare, secondo me. Tutti hanno il sacrosanto diritto di scrivere e hanno anche la possibilità di diffondere le loro storie. Su Internet, se vogliono, o anche – perchè no – a pagamento. Su questo non ci piove.
    Altra cosa è la scrittura “professionale”, che secondo me è un lavoro a tutti gli effetti, più o meno pagato (meno, in genere). E non è un problema di talento, o non solo, è un problema di studio, di applicazione, di allenamento.
    Secondo me è questo che occorrerebbe tener presente, quando si parla di Vanity Press. 🙂

  10. Elfo Says:

    Sì, è questo che intendevo.Ed è anche un altro dei motivi per cui pubblicare a pagamento è una sciocchezza: c’è la rete, che tra l’altro favorisce una visibilità maggiore rispetto alle 150 copie garantite da un EAP da appiopare a nonni, zii, parenti et cugini tutti! 😀

  11. Laurie Says:

    Ma non è neppure il problema di pubblicare “in proprio”, pagando, per quanto sia più conveniente allora stamparsi da sole le copie; il problema è che queste case editrici, da quanto ho letto in Writer’s dream, raramente fanno editing, promozione, cura della parte fisica del libro… cosa ci stanno a fare? Dove investono i soldi?
    A questo punto conviene davvero stampare il proprio libro da sè, solo che bisogna essere consapevoli di quel che si avrà e che mancherà tutta quella parte che dovrebbe essere appannaggio di una casa editrice seria: la selezione e la cura del romanzo. Nel mondo amatoriale trovi sempre gente motivata, qualche volta anche preparata; ma un aiuto professionale non ha prezzo. Forse sarà anche colpa delle case editrici che non offrono più quella professionalità, forse sarà colpa degli aspiranti autori che non si vogliono inchinare di fronte ad un giudizio di chi con i libri ci lavora tutti i giorni e dunque saprà bene distinguere un buon romanzo, forse sarà tutto questo e altro ancora.

  12. Elfo Says:

    Esattamente, Laurie.
    Il brutto delle case editrici a pagamento è che quasi nessuna dice le cose come stanno. Far pagare un autore per pubblicare non è fuori legge, ma è un controsenso. E’ come se io dovessi pagare per andare in ufficio tutte le mattine. Ma scherziamo? Chi pubblica libri, verosimilmente, dovrebbe scrivere a livello professionale. E quindi – si spera – il prodotto pubblicato non potrà mai essere un’accozzaglia di parole messe a caso.
    Ora, che io sappia, in due occasioni questa famosa casa editrice a pagamento (Il Filo – Albatros) è stata pubblicamente sbugiardata per aver pubblicato raccolte PRIVE DI SENSO di poesie, canzoni,, pezzi di articoli. Secondo voi cosa significa? E’ pubblicare quello?
    E, come postilla, aggiungo che il discorso medio che un editore a pagamento fa a un aspirante è che “molti grandi hanno iniziato così, che il mercato è duro, gli italiani leggono poco…”
    MA. PER. FAVORE!
    Se faccio stampare 1000 libri l’anno per una cifra che va tra i 1000 e i 3000 (!!!) euro l’anno, avete presente il giro di affari?

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