La sciarpa verde e la circassa

Discorso, se non difficile, complicato: anzi, questo post saltellerà da un argomento all’altro senza una vera e propria direzione. Prendetelo come una serie di appunti di lettura e sulla scrittura.
Incrociavo due libri, ieri.
Uno è Il guardiano degli innocenti di Andrzej Sapkovski, l’altro è Gli incendiati di Antonio Moresco.
Sono romanzi che hanno il famoso sguardo lungo di cui parlavo? Sì e no. O meglio, no e sì. Provo a spiegare perchè.
Sapkovski, in apparenza, sceglie una strada semplice: crea un eroe, uno strigo dai candidi capelli, e gli fa vivere una serie di avventure. Le quest a cui accennavo ieri, nei commenti. Lo strigo vince sempre, ha un suo “codice etico”, sufficiente cinismo, molto orgoglio,  abbastanza carnalità da intrattenersi con fanciulle di passaggio e pensare al suo amore perduto. Sì, somiglia anche a Roland, e Roland somiglia a sua volta a qualche centinaio di cavalieri erranti del mito.
Ecco, mito.
Sapkovski riempie la storia di miti e di fiabe: c’è la rivisitazione al nero di Biancaneve, si accenna alla fuga di Cenerentola dal ballo,  Raperonzolo diviene l’emblema di un culto femminile proibito (la fanciulla nella torre: lettori di Bleach, vi siete resi conto, vero, che buona parte del manga è giocata sulla salvezza di due fanciulle in altrettante torri?). E poi, in uno dei capitoli determinanti, c’è addirittura la dama dalla sciarpa verde, quella che sir Gawain incontrò nella sua indimenticata avventura.
Tutto questo ci aiuta, però, a dare la famosa cornice? Lo strigo racconta qualcosa sul suo mondo e sul nostro? Ci fa capire perchè quella sciarpa verde è importante? Ahimè, no. Chi conosce i miti dice “eureka” mentre legge, ma al di là di quello scintillio di riconoscimento non avviene nulla.

Gli incendiati di Moresco ha quasi il problema opposto. Nel secondo paragrafo avverte il lettore che la storia ha un intento morale molto forte:

“Il paese dove vivevo era fottuto, tutto il mondo era fottuto. C’erano solo delle strutture che lottavano le une contro le altre per succhiare ciò che restava del midollo del mondo. Tutta la vita era sotto la cappa della morte. Uomini e donne perpetuavano la menzogna dell’amore. Andavano in giro inalberando i vessilli dei loro volti morti”.

Andando più avanti, quando il protagonista si ritrova nella spaventosa villa del cacciatore di schiavi, pullulante di vecchi miliardari che copulano con giovanissime in cerca di gloria,  la morale si fa ancora più evidente.
Troppo, ecco il punto: secondo me questa è la parte debole di un romanzo sorprendente per follia. Perchè nessun limite viene rispettato: nè quello della coerenza, tanto meno quello, presunto, dei generi.
Qui c’è dunque lo sguardo lungo? Sì e no. Perchè io ho avuto la sensazione che lo sguardo dell’autore fosse troppo esplicitamente predicatorio per riuscire a colpire quel bersaglio. Per riuscire a comunicare al lettore che si sta parlando di noi, di qui, di ora. Anche se è quello che Moresco afferma in più punti. Ma forse è proprio l’affermazione a negarsi da sola. Chissà.
Invece, c’è una frase di Moresco, non so se voluta o meno, che mi ha riportato di colpo ad un romanzo che, sì, racconta molto bene la famosa cornice, e la racconta scegliendo in apparenza un’ambientazione claustrofobica. E’ La montagna incantata di Thomas Mann. Leggetelo di corsa, se dovesse mancarvi: qui l’odore della prima guerra mondiale arriva tardi, ma è l’incredibile “prima” a insinuarsi in ogni pagina e a far capire perchè ci si arriva.
Cosa c’entra con Moresco? Nulla, se non in una parola. Quando la misteriosa protagonista de Gli incendiati  svela la sua nazionalità all’amato, dice: “Sono circassa”. E Claudia Chauchat, che sarà la dannazione e l’incendio di Hans Castorp ne La montagna incantata, ha una caratterisica fisica che viene ripetuta fino alla nausea: occhi da circassa.
Tanto per dire che i vecchi miti, abbiano o no una sciarpa verde, non sono eludibili, quando si scrive.
E che è meglio esserne consapevoli.
Tutto qui. O forse no.

Ps. Leggere i commenti a Gli incendiati su aNobii è deprimente. Ci sono lettrici che non si fanno problemi a dare a Moresco del “vecchio con problemi di prostata”, e ne sono fiere. Ahi.

Advertisements

Tag: , , , , , ,

5 Risposte to “La sciarpa verde e la circassa”

  1. Andrea Says:

    Mio nonno, che amava raccontare ai suoi nipoti i vecchi miti, ripeteva fino alla nausea che “in ogni mito c’è sempre un fondo di verità”. Ora, io che non sono proprio una cima, mi domandavo cosa ci potesse essere di vero nella storia di Ulisse che acceca il ciclope: sarà successo veramente? chissà, forse un giorno troveranno in qualche isola del mediterraneo lo scheletro del ciclope! 🙂 Fossi stato più perspicace avrei capito che la verità a cui alludeva non era riferita alle storie in sé, ma ai lodo contenuti, ai loro insegnamenti che avevano un valore universale (ecco la grande cornice :-)). Ora, i miti – grazie anche al lavoro degli scrittori – si rinnovano col tempo nella forma, ma i contenuti rimangono invariati dalla notte dei tempi. Perché? Forse perché in ogni mito c’è sempre un fondo di verità che è bello e giusto raccontare. Quindi, per come la vedo io, Lara hai ragione da vendere: i vecchi miti, quando si scrive, non sono eludibili.

    PS: oltre al mito di “salva la principessa nella torre del castello” in Bleach è anche una bellissima storia di tradimenti e di confronti col proprio lato oscuro.

  2. Lara Manni Says:

    Proprio vero: se ci pensi, la storia dell’astuto antagonista che batte la creatura mostruosa e torpida si ritrova in tanti miti, al di là di quelle che sembrano essere le spiegazioni più recenti sulla verità storica dei ciclopi (pare fabbri emigrati nelle Eolie da oriente). Il mito e gli eroi ci sono necessari: credo che chi scrive debba soltanto sapersi confrontare con i medesimi (oltre che amarli, va da sè).
    Bleach: assolutamente sì. Mi colpiva però il fatto che due delle saghe avessero la stessa andatura: la liberazione prima di Rukia e poi di Orihime da altrettante torri. Mito, appunto.

  3. Andrea Says:

    Ecco, i due miti che citi – che sono la chiave di volta delle due serie di Bleach – forniscono nel loro piccolo un’ulteriore prova dell’universalità dei miti. Un prodotto giapponese è perfettamente fruibile e comprensibile anche in Italia: due culture così lontane hanno quindi qualcosa in comune…

  4. Lara Manni Says:

    E’ che i giapponesi sono tanto permeabili alla mitologia altrui quanto fedeli alla propria: dimostrano, nella narrazione, di essere davvero “aperti”. Pensa a come hanno trasposto in manga la mitologia greca e quella norrena, i libri di Dumas e quelli di Goethe…

  5. Andrea Says:

    Quanto è vero! Sono capaci di adottare elementi delle altre culture rimanendo comunque fedeli alla propria: nel mondo globalizzato in cui viviamo è una qualità invidiabile!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: