Posso, e ancora posso

I discorsi sul fantastico, ormai lo sapete, sono come il miele: mi piace infilare le dita nel barattolo come gli orsi golosi. Ordunque, con la mia copia di Danse Macabre alla mano, rilancio con un’altra affermazione di King. Che il medesimo definisce, non a torto, “azzardata”:

“Tutta la letteratura fantastica riguarda essenzialmente il concetto di potere; la grande letteratura fantastica racconta di persone che lo trovano a caro prezzo o che lo perdono tragicamente; la mediocre letteratura parla di chi ha il potere e non lo perde mai, anzi lo adopera. Quest’ultimo tipo di letteratura in genere piace alla gente che ha ben poco potere nella vita, e cerca di ottenerne una dose vicariamente, leggendo storie di barbari dai muscoli d’acciaio, le cui grandi imprese in battaglia sono eguagliate solo dai loro straordinari meriti a letto; in queste storie capita di incontrare un eroe di due metri e dieci che si apre la strada combattendo sulle scale di alabastro di un tempio in rovina, con una spada lampeggiante in mano e una bellezza poco vestita appoggiata al braccio libero. Questo tipo di letteratura, comunemente chiamata sword and sorcery dagli appassionati, non è il punto più basso della fantasy, ma esprime comunque un senso di volgarità. I racconti e i romanzi di spada e stregoneria sono racconti di potere per chi non ne ha”.

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14 Risposte to “Posso, e ancora posso”

  1. Andrea Says:

    Prima Kinga da una definizione generale: “tutta la letteratura fantastica riguarda essenzialmente il concetto di potere”. Perfetto, è piuttosto tranchant, ma per me è condivisibile. Poi però King parla di “grande letteratura fantastica” e dice che è quella che “racconta di persone che trovano [il potere] a caro prezzo o che lo perdono tragicamente”, poi dice che la mediocre letteratura parla “di chi ha il potere e non lo perde mai, anzi lo adopera”. Fa un esempio di quest’ultimo genere di letteratura (la mediocre) parlando di barbari dai muscoli d’acciaio, ecc. (Conan il barbaro di Howard, suppongo?). Per me ci potrebbe anche stare (non sono un grande fan di barbari palestrati e piacioni che spaccano teste a colpi di spada…), ma nel passaggio dalla definizione generale a questa seconda classificazione diciamo di merito mi è sfuggito qualcosa. Se nel genere “grande letteratura fantastica” facciamo rientrare, per esempio, alcuni capolavori della fantascienza, come la mettiamo con romanzi tipo “1984” o “La svastica sul Sole”? In questi due casi si parla di dittatura, i protagonisti tentano di sfuggire al potere, vorrebbero solo una vita normale e libera, e pagano a caro prezzo la loro ribellione…

  2. elvezio Says:

    King, forse con certa malizia, non nomina mai Howard in questo passo ma è lecito supporre che si riferisse (anche) a questo autore e spiace che lo consideri “mediocre”, ci sono (alcune) pagine di Howard che toccano vette molto alte, imho.

    Ed è curioso anche come, praticamente in contemporanea e quindi è da escludersi reciproca influenza, anche Dimitri oggi sfiori l’argomento barbari.
    Non avendo mai avuto bisogno di evadere o desiderio di potere non saprei proprio cosa pensare né delle affermazioni di King né di quelle di Dimitri, ma trovo notevole la sincronicità e l’uso, come termine di esempio, dei termini “barbaro” e “potere”…
    Forse siamo tutti condizionati dalle terribili foto apparse di recente riguardanti l’imminente film su Conan! 🙂

    Anyway, stralcio un pezzo dal post di Dimitri per evidenziare:

    “C’è un mondo intero, là fuori, che costruisce sbarre per te. E il fantastico ti permette di piegarle. Di creare e visitare altri mondi, di viaggiare altrove. Di evadere, appunto, dalla prigione di cemento e cravatte e acconciature e buone maniere in cui viviamo ogni giorno, tutti i giorni. Tu forse non puoi mandare affanculo il tuo capo, ma Conan può, con un gesto possente, falciare il suo nemico. Soltanto un palliativo? Per niente. Perché Conan è dentro di te, Conan sei tu. Ecco perché il fantastico fa paura.

    Perché risveglia i barbari.”

    Il resto potete leggerlo sul blog dell’autore.

  3. Lara Manni Says:

    Ah ah. Non è la prima volta che Francesco e io, senza saperlo, siamo “sincronici”, e trovo la cosa piacevolissima. 🙂
    Dunque. Credo però che King non intendesse la parola “barbaro” nella stessa accezione di Francesco, anche se il suo bersaglio era, anche, Howard. Ma ancor di più, credo, i soliti epigoni. Perchè qui rientriamo nel discorso figli e nipoti di Tolkien. Una cosa è l’originale, un’altra chi si infila scondinzolando nella scia.
    E poi c’è il discorso sul potere. Che è, a ben vedere, un discorso sul tragico, che Andrea ha ben colto. Potere o chi si oppone al medesimo (che è, a pensarci benissimo, un’altra forma di potere: quella dell’eroe ribelle). King, come dicevo da Elvezio, coglie magnificamente il secondo tipo di potere (l’eroe che si oppone), molto meno quello di chi lo detiene. Perchè i suoi villain sono, almeno nella maggioranza dei casi, a tutto tondo. Non si riesce a stare dalla parte oscura della Forza, in King: quasi mai, almeno.
    E qui rientriamo in uno dei discorsi che mi sono cari: stare dalla parte oscura senza tradire il desiderio di redenzione del lettore. E forse dello scrittore.

  4. elvezio Says:

    King ha prodotto in realtà un villain che secondo me regge quasi fino alla fine, ovvero Leland di Cose Preziose, ma quel romanzo è un caso a parte in quanto agisce su piani morali di solito estranei al Nostro, davvero apprezzabile…

    Siccome io tifo apertamente per l’estinzione della razza umana hai stimolato l’hooligan che è in me e ti chiedo, tanto per indossarne le magliette, almeno tre casi letterari nei quali sei stata, senza se e senza ma, con o senza vergogna, dalla parte oscura.

  5. Lara Manni Says:

    Leland. Verissimo. Ma, come dici giustamente, Cose preziose è decisamente anomalo nella narrativa di King.
    Dunque (si frega le mani).
    – In “The Dream-Quest of Unknown Kadath” ero dalla parte di Nyarlatothep, senza se e senza ma. Lo so, lo so, sono strana. Però come non condividere la sua incazzatura verso quegli dei pigrissimi e apatici?
    – Ne “L’ombra dello scorpione” votavo per Randall Flagg. E anche per Harold: ecco, Harold è un buon esempio di villain empatico, a ben vedere. E detestavo Frances.
    – Infine, ammetto che non riesco a detestare del tutto Sauron. Saruman sì, perchè è un ibrido, è seduttivo, è codardo. L’oscuro signore, a ben vedere, ha qualche buona ragione dalla sua.

    Il cattivo kinghiano, per la cronaca, per la cui morte ho tifato come una ragazzina, è Norman in Rose Madder.

  6. Melmoth Says:

    Interessante perché la definizione di “power to the powerless” è quella che, in diverse scuole di sceneggiatura, viene data normalmente per il melodramma (o ‘drama’). Esempio: Dickens. E’ evidente che in questo caso il tipo di potere di cui parla King è diverso: deve essere un potere impossibile da ottenere nel nostro paradigma di realtà. Cioè deve dare sfogo a quello che Freud chiama l’onnipotenza del pensiero.

    A ben guardare è lo stesso discorso che fa Tolkien sulla desiderabilità nelle fiabe. Purtroppo non sono per niente d’accordo con Dimitri; ovvero, il risveglio del cimmero che è in noi è in realtà un ottimo strumento di repressione. Detta in termini barbari (sic): proprio perchè sfogo la mia pulsione di rivolta leggendo Conan non mi vendicherò mai del mio capo, non cambierò mai la mia realtà. Messa in questi termini chi pensa che l’escapismo fantastico sia solo un surrogato di bisogni reali, per me ha ragione.

  7. Ema Says:

    Però, Melmoth, detta come la dici tu sembrerebbe che sia “meglio” non avere proprio questo tipo di prosa, in modo che se uno si deve sfogare non può che andare di là e scassare il cranio al capo con la stampante.
    Non penso che sia corretto associare l’evasione ad una sorta di “oppio dei popoli” stile Colosseo. Anche perché se la via non la indica la letteratura, allora chi? Poi sta a chi legge farsi “ispirare” o lasciare che rimanga nel suo immaginario.
    Su King. Forse è un po’ troppo “interpretativo” assumere che si riferisca solo, o principalmente, agli epigoni, Lara?
    Il pezzo che ci hai citato in realtà mi sembra molto chiaro. Volgare è parlare di Conan che va in giro sulla scalinata di alabastro con lo spadone in una mano e la “valletta” di turno nell’altra. Ora, è pur vero che Howard non è solo questo e l’idea descritta da King è più ciò che è diventato Conan nei fumetti e nel cinema (nei racconti è tutt’altro che invincibile). Però, anche togliendo di mezzo Conan e Howard, non mi sento di condividere appieno.
    Anche lì, spesso la volgarità è nell’occhio di chi legge.

  8. Andrea Says:

    @Melmoth: rimanendo in termini psicanalitici (perdonaci Lara!), la letteratura (ma direi l’Arte in generale) può servire anche a fare emergere quella pulsione di rivolta di cui scrivi e portarla all’attenzione della coscienza in termini e forme accettabili, elaborabili e quindi traducibili in azione. In questo senso che si tratti di letteratura fantastica o meno per me ha poca importanza, l’importante è che sia letteratura abbastanza potente da scatenare un risveglio della coscienza e forzare il lettore ad accettare una nuova consapevolezza. Quanti libri hanno questo potere deflagrante (attenzione però non si tratta di una caratteristica oggettiva: quel che colpisce allo stomaco me, può lasciare indifferente te)? Penso pochissimi, eppure ci sono anche nella “letteratura fantastica”. Perlomeno così la vedo io.

  9. Lara Manni Says:

    Se rimaniamo a King, il seguito di quel brano è anche più duro: parla del tizio con la pancetta sbeffeggiato da una banda di ragazzotti che sogna di essere il Barbaro e di rimetterli a posto. E poi continua la sua strada.
    Potremmo fare un discorso simile anche per molto paranormal romance, però: la protagonista bella-forte-dolce-intelligente che si unisce al vampiro/licantropo/altro bello-forte-protettivo. Proiezione non incrinata da dubbi.
    Il discorso sul potere corre parallelamente al discorso sulle scelte: in una buona storia, credo, ci sono scelte da compiere. E non è banale come sembra. Purtroppo.

  10. Melmoth Says:

    Indubbiamente colpire il capo con la stampante può fare solo bene…

    @Ema e Andrea: avevo infatti detto “in questi termini”. Sono appunto i termini del discorso ad essere sbagliati. Mi spiego. Lo stesso King –da cui ho ripreso l’opinione su Conan– parla di power to the powerless in termini troppo generici. Infatti gli si potrebbe obiettare che quello che dice degli scrittori di Sword & Sorcery si possa applicare anche ai libri di Ian Flaming. Strafighe al braccio, e invece della spada la pistola col silenziatore. Invece di Conan, James Bond. Per quello dicevo che era interessante come la sua definizione si applichi -in certi seminari di sceneggiatura- a tutto il genere ‘drama’, il nostro melodramma. Perché in effetti i desideri che soddisfa Howard e quelli che soddisfa Fleming, per quanto simili, non sono affatto uguali.

    La differenza sta in questo: la cornice nella quale si realizzano i desideri del fantastico è una cornice di irrealtà: un mondo che non esiste e nemmeno potrebbe mai esistere. Perciò, la letteratura fantastica non parla solo a frustrati che non hanno potere, ma da sfogo a insoddisfazioni metafisiche ché nella realtà non potrebbero essere soddisfatte da nessuno e in nessun caso (per esempio, nessuno per quanto potente è immortale; ma su questo punto torno tra un attimo).

    Quindi, non solo non sto dicendo che la letteratura fantastica può essere solo una valvola di sfogo alle frustrazioni degli impotenti, affermo che essa è molto di più e ciò proprio in quanto fantastica. Io credo che ogni forma letteraria che offra una genuina soddisfazione estetica sia in qualche modo consolatoria. E in questo non ci vedo nulla di male. Il problema nasce quando diventa SOLO consolatoria, quando cioè il “potere ai senza potere” è la sua sola attrattiva, soprattutto se lo è in modo subdolo. Che quindi il fantastico soddisfi questi desideri di potenza all’interno di una gerarchia –il piccolo contro il grande– è per me innegabile. Ne soddisfa anche altri però. Difficilmente James Bond potrà divenire immortale, estendere la sua mente oltre il corpo, diventare invisibile, trasformarsi in un animale, parlare con il mare e farsi rispondere dal vento. Questi desideri parlano solo e unicamente la lingua del fantastico (e quella della poesia). Ed eccoci tornati all’impotenza del piccolo impiegato frustrato: il quale però qui non rivaleggia più con il capo stronzo bensì, permettetemi, con il Capo Stronzo: e tutti gli angeli alla sua destra.

    (e con la struttura del creato, e l’identità, e il tempo, e lo spazio, e la morte…)

  11. Andrea Says:

    @Melmoth: Scusami, sarà perché è venerdì pomeriggio o perché io sono un po’ lento di comprendonio ma faccio un po’ fatica a seguirti… Ti chiedo qualche precisazione. Tu sostieni la letteratura fantastica, oltre alle normali frustrazioni, è in grado di dare sfogo alle “insoddisfazioni metafisiche”, ho capito bene? Metafisiche in quanto legate all’impossibilità di contraddire le leggi che regolano la nostra realtà, giusto?

  12. Lara Manni Says:

    In un certo senso penso sia vero. Per me la cosa più avvincente del fantastico è il famoso discorso degli apriporta: che dietro la medesima ci sia l’uomo nero, i Grandi Antichi, Gilead o la Terra di Mezzo potrebbe persino essere ininfluente. E’ la conferma di una possibilità. Almeno narrativamente.

  13. Melmoth Says:

    Sì Andrea. E la vera ragione per cui la letteratura fantastica è in fondo legata all’infanzia (ma non all’essere infantili come lettori), è perchè nell’età dai 2 ai 12 anni ci si fanno tutte le domande sul mondo: è vero che devo morire? davvero ho solo un io? il tempo esiste veramente? ma i colori sono nei nostri occhi o esistono veramente? il sole non potrebbe esser verde? I sogni si possono toccare?

    Non so, personalmente sono sempre stato attratto da questo genere di domande. Come tutti credo, solo che gli altri a un certo punto hanno smesso, io no, Uno dei miei problemi con il cinema italiano è che da trent’anni sembra vietato porsele: al massimo posso chiedermi perché ho problemi a trovare lavoro, non se di notte la mia ombra si stacca e parla con i morti.

    Il fantastico attrae perchè impossibile, e da soddisfazioni ai desideri più nobili, ovvero quelli che non possono trovare alcuno sfogo nella realtà. In altre parole, i desideri soddisfatti dal fantastico non possono essere dei surrogati di bisogni, perché i bisogni che soddisfa non possono essere alcun modo soddisfatti nella realtà come la concepiamo adesso in occidente (se non dalla religione, il che spiega perchè spesso i due siano in conflitto).

    Se poi sia leggittimo chiedersi se si è immortali o meno, se sia giusto e sacrosanto dare soddisfazioni alle nostre limitatezze di spazio, tempo, identità, questo è un altro paio di maniche: ma sta di fatto che la letteratura mimetica questo fa. E certo non mi si può dire che il fantastico in quanto fantastico realizza desideri triviali di rivalsa nei confronti dei nostri simili.

  14. Melmoth Says:

    letteratura NON mimetica

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