DFW

Per un certo periodo andava di moda citarlo, farne scivolare il nome, con noncuranza, nelle conversazioni colte. Parlo di David Foster Wallace. In un giorno di settembre di due anni fa, s’impiccò. Seguirono molte amare e a volte amene considerazioni sulla solitudine e la disperazione del genio.
Perchè ne parlo? Un po’ per invitarvi a leggerlo (Infinite Jest, intanto). Un po’ per usare le sue parole invece delle mie, che sono miliardi di volte più povere e meno efficaci. Wallace è stato definito uno scrittore ironico. Addirittura i necrologi ne celebrarono l‘ironia cupa.  Wallace, invece, era uno scrittore che per tutta la sua vita si è interrogato sulla sincerità e sulla responsabilità della scrittura. Non solo della scrittura professionale, vorrei dire. “Toccare il cuore del lettore” era il centro della sua vita. Toccarlo con sincerità era il suo imperativo. Riscoprire quella sincerità, chiamare le cose con il proprio nome, porre fine agli egotismi e ai narcisismi è, peraltro, uno degli imperativi del nostro tempo. Non solo per chi scrive.
Così, vi regalo un po’ di DFW. E’ uno scritto del 1993.  Segnare la data. Anni in cui era blasfemo sostenere quel che DFW sosteneva.

“Se ho un vero nemico, un patriarca contro cui effettuare il mio parricidio, sono probabilmente Barth e Coover e Burroughs, e perfino Nabokov e Pynchon. Perché, anche se la loro consapevolezza, la loro ironia e la loro anarchia avevano scopi validi, l’assorbimento della loro estetica nella cultura consumistica americana ha avuto conseguenze terribili per gli scrittori e per tutti gli altri. Il mio saggio sulla TV in realtà parla di quanto sia diventata velenosa l’ironia postmoderna. Lo vedi in David Letterman, in Gary Shandling e nel rap, ma lo vedi anche in quella merda di Rush Limbaugh, che potrebbe pure essere l’Anticristo. Lo vedi in T. C. Boyle e William Vollmann e Lorrie Moore. E’ più o meno tutto quel che c’è da vedere nel tuo compare Mark Leyner. Leyner e Limbaugh sono le torri gemelle dell’ironia postmoderna degli anni Novanta, il loro è un cinismo “hip”, un odio che strizza l’occhio e ti dà di gomito e finge che sia tutto uno scherzo.
L’ironia e il cinismo erano quel che ci voleva contro l’ipocrisia americana degli anni Cinquanta e Sessanta. La cosa grandiosa dell’ironia è che seziona ogni cosa e poi la guarda dall’alto per mostrarne le tare, le ipocrisie, le scopiazzature […] Il sarcasmo, la parodia, l’assurdo e l’ironia sono modi efficaci di smascherare la realtà e mostrarne la sgradevolezza, ma il problema è: una volta che abbiamo fatto saltare le regole dell’arte, e dopo che l’ironia ha svelato e diagnosticato le brutture del reale, a quel punto che facciamo? L’ironia è utile per sfatare le illusioni, ma in America le illusioni le abbiamo già sfatate e ri-sfatate […] L’ironia e il cinismo postmoderni sono ormai fini a se stessi, sono il parametro della sofisticatezza hip e dell’abilità letteraria. Pochi artisti osano parlare di altri modi di porsi per risolvere ciò che non va, perché temono di sembrare sentimentali e ingenui agli occhi degli ironisti stanchi di tutto. L’ironia è stata liberatoria, oggi è schiavizzante. In un saggio ho letto una bella frase, diceva che l’ironia è il canto dell’uccellino che ha imparato ad amare la propria gabbia. Non c’è dubbio che i primi postmodernisti e ironisti e anarchici e assurdisti abbiano prodotto cose egregie, ma il guizzo non si passa da una generazione all’altra come il testimone della staffetta, il guizzo è personale, idiosincratico […] Dai giorni di gloria del postmoderno abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni […] Devi capire che questa roba ha permeato la nostra cultura, è diventata il nostro linguaggio, ci siamo dentro a tal punto da non capire più che è solo una prospettiva, una tra le tante possibili. L’ironia postmoderna è diventata il nostro ambiente.
[…] Tutta l’attenzione e l’impegno e lo sforzo che come scrittore richiedi al lettore non possono essere a tuo vantaggio, devono essere a suo vantaggio […] Un’opera davvero grande nasce probabilmente da una volontà di svelarci, di aprirci a livello spirituale ed emotivo in un modo che rischia di farci provare davvero qualcosa nel farlo. Significa essere pronti a morire, in un certo senso, pur di riuscire a toccare il cuore del lettore”.

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7 Risposte to “DFW”

  1. Roberto Natalini Says:

    Cara Lara Manni, hai ragione a far parlare Wallace che diceva sempre delle cose belle e interessanti. Ho appena finito di leggere la lunga intervista che gli fece David Lipsky nel 1996 e ora pubblicata in versione integrale “Although of Course You End Up Becoming Yourself : A Road Trip With David Foster Wallace”, in cui si ritrova (espansa) tutta l’intensità dei brani da te citati. E’ anche disponibile per l’ascolto su Audible (a pagamento http://www.audible.com/adbl/site/products/ProductDetail.jsp?productID=BK_HACH_000457&BV_UseBVCookie=Yes) il Kenyon Commencement Speech. Qui il testo inglese:
    http://web.archive.org/web/20070914041834/http://www.marginalia.org/dfw_kenyon_commencement.html
    qui la mia traduzione:
    http://www.nazioneindiana.com/2008/10/08/kenyon-college-and-me/
    (Non sopporto quella di einaudi). Molto emozionante. Ciao e grazie del post! r

  2. elvezio Says:

    Quanto condivido.

    Non mi capita mai o quasi mai di condividere virgola per virgola le parole di altre persone ma questo è il caso.

    “abbiamo ereditato sarcasmo, cinismo, una posa annoiata maniaco-depressiva, sospetto nei confronti di ogni autorità, sospetto di ogni limite posto alle nostre azioni […] Devi capire che questa roba ha permeato la nostra cultura, è diventata il nostro linguaggio, ci siamo dentro a tal punto da non capire più che è solo una prospettiva, una tra le tante possibili. L’ironia postmoderna è diventata il nostro ambiente.”

    Madonna quanto è vero e quanto è vero ancora più “forte” in Rete e quanto tutto ciò nasconde una povertà di cultura, pensiero, capacità critica e di esame impressionante, impressionante…

    Il cinismo ha sradicato una attività ben più indispensabile, ovvero lo scetticismo continuo, martellante.
    Ora tutti possono sparare mucchi di cazzate, offese, leggerezze e poi scambiarsi pacche sulle loro spalle post moderne (di solito spalle ben graciline, da Rupe, mi si perdoni l’eccesso eh) e al massimo se qualcuno si offende e viene a suonargliele beh, “scherzavamo”, no? Non hai capito che scherzavamo? Why so serious?”…

    The nerve of these people…

    Grazie Lara.

  3. Lara Manni Says:

    Grazie a tutti e due.
    Roberto, link preziosissimi. Questo passaggio è da conservare e rileggere:
    “vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti.

    Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.”

    Elvezio, grazie a te per la “risonanza”. Anche io pensavo alla Rete, e pensavo anche a quanta acqua di pozzo sia stata avvelenata in questi anni. Riflettevo sulla cultura – malintesa – del “comico” che ci ha invaso e martellato, e che si è sempre fermata alla superficie, o quasi sempre. E che ha giustificato e giustifica ogni possibile comportamento. Chi non lo segue, è noioso. E’ come se si fosse persa ogni sfumatura, come se si dovesse essere di un unico segno e parola. Come se Oscar Wilde non avesse scritto anche quello straordinario libro che è De Profundis, ma solo battutine al vetriolo (oltretutto decontestualizzate).

    Cambierà.

  4. Roberto Natalini Says:

    Riporto un altro pezzo testuale da Wallace, che credo riprenda bene (andando oltre) il tuo punto di partenza sull’ironia. E’ lungo (ma è Wallace!), ma esprime in modo lucido il suo manifesto letterario (che qualcuno chiama post-post-moderno), che aveva cominciato a teorizzare gia nel saggio “E unibus pluram” (da noi apparso in Tennis, tv trigonometria e tornado).
    L’ironia è stata importante, ma ci deve essere qualche cosa dietro che è poi lo scopo della letteratura. Buona lettura!

    Due domande tratte da un’intervsta a DFW di Laura Miller, “The Salon Interview: David Foster Wallace.” Salon 9 (1996).
    Testo inglese: http://archive.salon.com/09/features/wallace1.html

    ————————————————————–
    D.: Cosa vuol dire essere un giovane scrittore oggi, nel senso di iniziare, farsi una carriera e cosi via?

    R.: Personalmente, credo che sia veramente un momento eccellente. Alcuni tra i miei amici non sono d’accordo. E’ vero che oggi la narrativa e la poesia sono molto marginalizzate, Alcuni dei miei amici cadono nel vecchio errore di dire “Il pubblico è stupido. ll pubblico vuole soltanto continuare così. Poveri noi. siamo marginalizzati dalla TV, dal grande blabla ipnotico.” Puoi stare lì e tenerti questa posizione patetica. Ma naturalmente sono solo stupidaggini. Se una forma d’arte è marginalizzata è solo perché non riesce più a parlare alla gente. Una possibile ragione è che la gente a cui dovrebbe parlare è diventata troppo stupida per apprezzarla. Ma a me sembra troppo semplicistico.

    Se tu, come scrittore, soccombi all’idea che il pubblico è troppo stupido, allora ci sono due pericoli. Il pericolo numero uno è l’avanguardia, dove decidi che stai scrivendo per gli altri scrittori. e non ti preoccupi di essere accessibile o influente. Ti preoccupi di essere strutturalmente e tecnicamente al livello più avanzato: involuto nel giusto modo, facendo gli appropriati riferimenti intertestuali, cercando di sembrare intelligente. Non curandoti se stai o no comunicando con un lettore che si interessa di quei sentimenti elementari, “di pancia”, che sono la ragione per cui noi tutti in realtà leggiamo. Dal lato opposto ci sono quei crassi, cinici, pezzi commerciali di narrativa che sono fatti con lo stampino – essenzialmente sono televisione su pagina — che manipolano il lettore, utilizzando un materiale grottescamente semplificato, ma così profondamente avvincente in un modo spesso infantile.

    Quello che è buffo, è che io vedo questi due approcci che lottano l’uno contro l’altro, e che poi in realtà ottengono entrambi lo stesso risultato, che è il disinteresse per il lettore, e l’idea che l’attuale marginalizzazione della letteratura sia una colpa del lettore. Un progetto che credo sia più interessante da esplorare, è quello di scrivere testi che abbiano qualche cosa della ricchezza, della sfida e della difficoltà intellettuale ed emotiva delle opere dell’avanguardia letteraria, opere che obbligano il lettore a confrontarsi con le cose, piuttosto che ad ignorarle, ma anche fare in modo che questi testi siano anche piacevoli da leggere. Il lettore sente che qualcuno sta parlando proprio a lui, piuttosto che producendosi in un certo numero di pose.

    Una parte di tutto ciò ha a che fare con il fatto di vivere in un mondo in cui c’è cosi tanto intrattenimento disponibile, vero intrattenimento, e con il cercare di immaginare come la narrativa possa evadere dai suoi territori in questo tipo di mondo. E allora puoi cercare di capire che cosa rende la narrativa magica in un modo che altri tipi di arte e di intrattenimento non sono. E allora cerchi di immaginare come la narrativa possa coinvolgere un lettore, la cui sensibilità si è formata principalmente sulla cultura pop(olare), senza far peggio della stessa macchina della cultura pop. Questo è incredibilmente difficile e disorientante e scoraggiante, ma è qualcosa di veramente significativo. C’è cosi tanto intrattenimento commerciale di massa, che è cosi buono e fatto bene, che non credo che nessun’altra generazione ci si possa essere confrontata. Questo è quello che vuol dire essere uno scrittore oggi. Penso che sia l’epoca migliore per essere vivi da sempre e anche probabilmente l’epoca migliore per essere uno scrittore. Non sono sicuro che sia l’epoca più facile

    D.: Cosa crede che renda la narrativa magica in un modo unico?

    R.: Oddio, questo potrebbe prenderci un giorno intero! Beh, la prima linea di attacco per questa domanda è questa solitudine esistenziale che esiste nel mondo reale. Io non so cosa tu stia pensando o come sei dentro di te e tu non sai come sono dentro di me. Con la narrativa credo che noi possiamo saltare sopra questo muro in un certo senso. Ma questo è solo il primo livello, perché l’idea di intimità mentale o emotiva con un personaggio è una delusione o meglio un artificio che è posto ad arte dallo scrittore. C’è però un altro livello in cui un pezzo di narrativa può diventare come una conversazione. C’è una relazione che si stabilisce tra il lettore e lo scrittore che è molto strana e molto complicata e difficile da spiegare. Per me un grande brano di narrativa può riuscire o meno a trascinarmi e farmi dimenticare che sto qui, seduto in poltrona. Ci sono opere commerciali che possono farlo, e una trama avvincente può farlo, ma questo non mi farà sentire una minore solitudine.
    C’è però poi a volte una specie di “Ah-ha!” Qualcuno almeno per un momento, sente o vede qualche cosa nel mio stesso modo. Non sempre succede. Sono dei lampi o brevi fiammate, ma a me ogni tanto succede. Ma mi sento non più solo — intellettualmente, emotivamente, spiritualmente. Mi sento umano e non più in solitudine e in una profonda conversazione piena di significato e con un’altra coscienza in narrativa e in poesia, in un modo che non credo sia possibile con altre arti.

  5. Lara Manni Says:

    Porto su. 🙂

  6. abo Says:

    Interessante, è in parte assimilabile a quello che dice Johnathan Coe a proposito della satira in una recente intervista:

    “Pertanto, quando scriviamo libri di satira, possiamo tentare di credere che facciamo qualcosa che sconvolgerà l’ordine prestabilito: possiamo tentare di credere che, quando la gente leggerà le nostre parole, i nostri nemici politici (e personali) tremeranno come delle foglie, ripiegheranno in un angolo a riesaminare il loro sistema di valori e riemergeranno come persone migliori; ma, in realtà, questo non succederà mai. La satira non funziona così.
    Al contrario, fa scaturire proprio l’opposto di ciò che l’autore si era prefisso. Crea uno spazio – uno spazio ospitale, sicuro e accogliente – in cui i lettori che la pensano allo stesso modo possono riunirsi e condividere una confortevole risata. La collera, il senso di ingiustizia che possono aver provato prima, vengono raccolti, compressi e trasformati in scoppi di risa squisite ed esilaranti, e dopo aver dato sfogo a essi si sentono sollevati, paghi e soddisfatti. Un impulso che poteva tradursi in azione diventa neutrale e innocuo. Non c’è da stupirsi che i ricchi e i potenti non abbiano nulla in contrario a venire canzonati. Perlomeno, loro capiscono il paradosso della satira. Scriviamo nella speranza di cambiare il mondo. Ma in realtà, è una delle armi in nostro possesso più potenti per preservare lo status quo.”

    Aggiungerei che il passaggio sui potenti che non hanno nulla in contrario a venire canzonati perché capiscono il paradosso della satira non può che far sorridere, in questa Italietta d’oggi.

  7. Satira « MondoBalordo Says:

    […] Manni, che ringrazio per la segnalazione, ha recentemente pubblicato stralci di un’intervista David Foster Wallace del 1993. Parlando di postmodernismo e dintorni, Wallace sembra nutrire seri dubbi sulla […]

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