Anita Sue?

Su aNobii si sta discutendo di personaggi femminili nel fantasy. Sì, a volte ritornano.  La figura di partenza è quella di Anita Blake, prototipo di inverosimiglianza. Mi viene in mente, per affinità, la Kay Scarpetta di Patricia Cornwell. Mi chiedo se sia proprio vero, però, che i personaggi femminili sono più complessi da delineare. Sicuramente, risulta meno semplice non cadere nello stereotipo. Anche perché, come verificherete, i lettori, anche i più affezionati, se ne accorgono.
(Ho finito Il canto di Kali, ma necessito di un post molto lungo. Arriverà. Che libro).

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7 Risposte to “Anita Sue?”

  1. Caska Says:

    Secondo me sono ugualmente complessi, solo che sì, è più facile cadere nello stereotipo. Mi viene in mente la regola che una donna, per essere originale, deve essere praticamente un uomo. Sennò deve essere un concentrato di perfezione, ma sempre in modo politicamente corretto tipo che non si può dire che è bella, no, bisogna metterci un difettuccio paraculo che *però* la rende ancora più sexy. O, ancora, c’è la pausa che dandole un certo tipo di difetti verrà giudicata duramente di anti-femminismo (mi è capitato un paio di volte che per aver ritratto dei personaggi femminili con difetti tipicamente femminili, come una forte dipendenza dagli uomini, sia stata tacciata di maschilismo – quando fra l’altro il senso della storia era il contrario). E poi, purtroppo, come le donne sono più severe tra loro che con gli uomini, lo sono anche coi personaggi femminili.

  2. Narelen Says:

    Questione molto interessante.
    In effetti, c’é una tendenza o a strafare nel cercare di rendere atipico un personaggio femminile dandole caratteristiche prettamente maschili, e che per questo dovrebbero risultare insolite e apprezzabili in una rappresentante del ‘sesso debole’ (penso ad Anita Blake della Hamilton, o a Vicki Nelson di Tanya Huff). Oppure si rendono le protagoniste falsamente sciape (Bella di Twilight) per una sorta di strizzata d’occhio quasi di riscatto nel presentare una donna sottomessa che tuttavia ha qualcosa di speciale e corona i suoi sogni più reconditi (che invariabilmente comprendono degli uomini incredibili).
    Penso che in effetti i personaggi femminili siano più difficili da rendere di quelli maschili. Perché le donne sono costantemente oggetto di pregiudizio e di letture distorte, anche nella vita reale (sia in senso positivo che negativo). E anche nella letteratura a volte si tende ad idealizzare una figura femminile rischiando di renderla proprio per questo poco reale.
    Davvero un problema interessante.

  3. Jessica Says:

    Concordo con Narelen: i personaggi femminili sono difficili da ritrarre (o almeno farli risultare credibili) proprio perchè, a seconda di una parola, l’ago della bilancia interpretativa può pendere più da una parte che dall’altra.
    A volte penso che gli stereotipi usati per descrivere la donna non siano altro che proiezioni (ideali?) della scrittrice o scrittore stesso.

  4. Lara Manni Says:

    Vero. Difficili anche perchè le donne scrittrici, per dimostrare di essere brave, vogliono essere lucide e perfette. Pensate al gelo cristallino di Marguerite Yourcenar. O alle costruzioni mozzafiato della Byatt. Vale anche per il livello artigianale della scrittura: protagoniste inumane o soavi creature. Urge normalità. La normalità – terribile – che uno scrittore maschio riuscì a infondere in Emma Bovary.

  5. Andrea Says:

    A rigor di logica caratterizzare la psicologia di un personaggio in modo che risulti verosimile dovrebbe essere ugualmente difficile, sia nel caso di un personaggio maschile che di un personaggio femminile. Se, per esempio, pensiamo alla complessità che c’è dietro qualsiasi nostro conoscente e immaginiamo di doverla sintetizzare e inserire in un contesto (una storia) condiviso con altri personaggi (anch’essi da caratterizzare…) è facile capire che razza di lavoraccio deve essere scrivere un romanzo! A me capita leggendo di trovare, in certi personaggi un po’ stonati, l’assoluta mancanza di incoerenza. Molti – i peggiori – dicono sempre quello che pensano oppure mentono così scopertamente che al tavolo da poker perderebbero pure le mutande 🙂 Ecco queste sono cose abbastanza “inumane”. Voglio dire, un personaggio così forte, determinato e inflessibile come Anita Blake (lo confesso, non ho mai letto nulla della Hamilton, prendo per buono quanto leggo nella discussione su Anobii citata da Lara) per “convincermi” dovrebbe avere – perlomeno inconsciamente – almeno una spinta (percepibile anche dal lettore) equivalente e contraria verso la fragilità, l’indecisione e la comprensione. In fondo è proprio da questo contrasto che dovrebbero nascere i desideri e le paure (spesso fusi in un unica cosa) che muovono le storie (e anche gli uomini…), no?

  6. Laurie Says:

    Ma perché hanno preso come pietra di paragone le protagoniste degli urban fantasy americani? Da quel che ho letto sono imbarazzanti per il genere femminile. Neppure per il loro essere più o meno stereotipizzate, ma per il rapporto con l’altro sesso che mi sconvolge. Sembra che tutte le donne siano come loro: gelose, possessive ma pronte a concedersi al primo maschio (bellissimo) che passa se il loro unico e vero amore commette il minimo errore (di solite sono inezie).
    E sono scritte da donne queste storie qui…
    Le donne si vedono in maniera così distorta? Secondo me un po’ sì.

  7. Lara Manni Says:

    Anche secondo me, Lau. Ahimé.

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