Letterarietà e tradizione

Sono quasi seicento commenti e mi rendo conto che è difficilissimo leggerli tutti. Eppure la megadiscussione sulla “letterarietà” in corso su Lipperatura va seguita: tra l’altro nei prossimi giorni sarà disponibile anche in formato pdf. Sono intervenuta molto tardi, a seguito di un commento di Wu Ming 1 che trovo importante e che riporto qui:

“essere pubblicati nel catalogo di un editore grosso, avere una superiorità (relativa e contingente) nella distribuzione in libreria, conseguire un buon successo di vendite (almeno rispetto a chi esce per un editore più piccolo), tutto questo non è in alcun modo una garanzia contro il dimenticatoio.
Di libri che escono per grossi editori e, pur meritevoli, non vengono più ristampati e finiscono fuori catalogo sono piene la storia e la cronaca delle uscite editoriali. Capita che dopo anni l’autore torni in possesso dei diritti ma nel frattempo sia “uscito dal giro”. Il suo nome è finito ai margini del discorso letterario, e un romanzo come il suo non è più ritenuto interessante perché in apparenza appartenente a un genere “superato”. Così non riuscirà a rientrare nel circuito della grande editoria, e forse sconterà anche la diffidenza di quella “di qualità”.
Quante pregiate opere “popolari” sono finite nel dimenticatoio, e se riscoperte potrebbero dire e dare molto ai lettori?

C’è anche il discorso dei “libri da edicola”, di collane come “Urania”, che non hanno un catalogo perchè sono tutte uscite “one shot”. Finiti gli arretrati, finite per sempre le copie.
Nel corso dei decenni, “Urania” ha pubblicato autentici capolavori, opere anche molto “letterarie”, persino nell’accezione tua, come i racconti di Thomas M. Disch. Oggi le trovi solo sulle bancarelle. Oblio.

Quello della tradizione (nel senso del tramandare) e della battaglia contro il dimenticatoio è un discorso che riguarda la lunga durata, non il presente, e potenzialmente riguarda tutti quanti, altro che “fascia A” e “fascia B” etc.”

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9 Risposte to “Letterarietà e tradizione”

  1. G.L. Says:

    Grosso editore = buona esposizione, eh? Mi viene da piangere… Inizio a pensare che questo tipo di discussione avrà un solo scopo: quello di cementare i gruppi. E visto che il “loro” è già bello che cementato… vuoi vedere che ci stanno facendo un favore? Come diresti tu: rifletto 🙂

  2. elvezio Says:

    Sì, anche io ho trovato la discussione molto valida e interessante, a prescindere da certe cadute di tono fisiologiche e comprensibili in quasi 600 commenti.

    Piacerebbe anche a me meno oblio “cartaceo”, per fortuna esistono bancarelle e biblioteche, ma non bastano e temo che in futuro basteranno ancora meno.

    Volenti o nolenti bisognerà affidare la memoria al digitale, con i risaputi pro e contro, non credo sia cosa cui ci si possa opporre con facilità (e te lo dice uno che per abitudine quando passa dalle bancarelle se avvista copie di libri che già possiede le prende comunque per regalarle, Disch e Smmons in testa), tanto vale sfruttare questa memoria digitale.
    Meglio una diffusione di questo tipo piuttosto che l’ignoranza totale.

    E quindi:

    Dan Simmons, Song of Kali: http://gigapedia.com/items:links?id=277880
    Thomas Disch, Camp COncentration: http://gigapedia.com/items:links?id=23207

  3. Ema Says:

    Scusate, la discussione su Lipperatura è assolutamente ingestibile, bisognerebbe ristrutturarla ad albero con tutti i riferimenti e le risposte incrociate che ci sono. Albero n-ario a radice multipla, per gli informatici 🙂
    Inoltre da quel che ho letto mi sembra ci siano degli astii di vecchia data che inacidiscono un po’ i toni e deviano i contenuti.
    Al di là dei battibecchi, alcuni commenti sono davvero interessanti – ad esempio il rilievo di WM1 sul fatto che il ruolo reale della critica letteraria abbiano cominciato a sostenerlo gli scrittori stessi, perché i “critici” di mestiere hanno preso strade diverse, forse meno costruttive.
    Però mi pare che molto si riconduca sempre alla ormai secolare discussione sui monnezzoni. Cortellessa candidamente afferma di non aver mai cagato un autore incensato da critici di tutto il mondo (e non specificamente critici di fantastico, ecco). Però ha pure detto di essere disponibile alla lettura: speriamo senza pregiudizi.
    Tornando a Simmons e alla sua scarsa fortuna in Italia, su anobii c’è fior di discussioni che parlano di Hyperion fuori stampa, Hyperion che non si trova più nemmeno in negozietti tipo quello de “La storia infinita”, e di gente che si prostituirebbe per un prestito o similia. E’ un problema tangibile, a cui la pirateria (che brutta parola) pone rimedio nella maggior parte dei casi. Non sarebbe sensato a questo punto, nel momento che un testo va fuori stampa, renderlo pubblico in formato elettronico?
    (Sì, lo so. E se poi tra tre anni torna in voga? e se decidiamo di ristamparlo? etc etc)

  4. Lara Manni Says:

    La discussione non solo è stata importante, ma va a sottolineare di nuovo (sì, analogamente ai monnezzoni) che esiste una distanza fra testo e critica. O meglio, fra molti testi e alcuni critici. O meglio ancora, che parte della critica sembra ragionare su un canone fisso e immutabile.
    In parole poverissime: se “Il canto di Kali” fosse stato scritto da Antonio Di Ruscio – contro cui non ho nulla, ma è stato usato come un’arma contundente in quella discussione – sarebbe un capolavoro. Tutto qui (tutto?).

  5. Paolo E. Says:

    C’è anche un’altra cosa importante da dire, come ho provato a sottolineare all’inizio della discussione (e solo WM4 si è preso la briga di rispondermi). Che nel guazzabuglio dell’editoria di oggi il lettore medio rischia di perdere l’orientamento, e di trovarsi con una ciofeca in mano presentata come un capolavoro. Il che in un paese fatto di gente che raramente legge più di 4-5 libri l’anno è veramente un problema.

    Ancora più importante, nella visione del panorama letterario di alcuni critici, trovano posto gli editori, gli scrittori, i critici.
    I lettori no.

    Noi siamo degradati al rango di “aquirenti” (questo termine è stato usato più volte), l’unico nostro compito è quello di prelevare il tomo di turno dallo scaffale e cacciar fuori la pila per salvare il testo e lo scrittore. Se poi l’opera non ci piace perchè non siamo in grado di capirla e perchè nessuno ha perso tempo per fornire al lettore medio gli strumenti per goderne al meglio, è solo colpa nostra. Alla prossima tavola rotonda della Policastro, prosciutto cotto e pomodori.

  6. Lara Manni Says:

    Paolo, discorso molto interessante. I lettori hanno uno spazio. Hanno la rete, per esempio: e potrebbe e dovrebbe essere utilizzata al meglio. Ma questo avviene? Un giretto su aNobii dice esattamente il contrario: uno strumento straordinario che si sta trasformando in luogo di zuffe e autopromozioni (io non riesco quasi più a leggere i thread di FantasyItalia, che stanno diventando una grancassa per libri spesso pubblicati a pagamento, e poco altro). Quel che dici sugli strumenti è verissimo: ma gli strumenti vanno anche accettati, e le occasioni colte. C’è un problema, secondo me, che è anche a monte del lettore e della lettura. L’isolamento. Il rifiuto di far parte di una comunità, sia pure di lettori. Ahi.

  7. Paolo E. Says:

    Esatto, gli strumenti vanno utilizzati e le occasioni colte. Perchè questo non accade? Perchè i lettori sono tutti cattivi o perchè sono culturalmente non più abituati a farlo, nell’Italia delle risse mediatiche e delle escort?

    Perchè il problema non è solo di informazione e di reperibilità (come sembra sostenere Cortellessa, che invece devo dire ha sempre avuto un atteggiamento più decoroso rispetto alla sua disprezzabile collega). Il punto è che ci vogliono una radicale rieducazione al gusto della lettura (che è stato sistematicamente distrutto dalla televisione), ed uno sforzo notevole per rendere il prodotto letterario più fruibile a persone che non hanno avuto una educazione universitaria. Come facciamo a fare in modo che l’italiano medio possa leggere godendole appieno opere più consistenti di Moccia?

    Faccio un esempio. A nessun cittadino comune ( che sia la lavandaia di Porto Recanati (MC) che non l’operaio metalmeccanico di Carpi (MO)) verrebbe mai in mente di leggere Dante invece che vedere Fabrizio Frizzi la sera dopo cena. Eppure quando Beppe Grillo ha portato la Divina Commedia in piazza il successo è stato formidabile sia dal vivo che in televisione. Non dico che Grillo si sia prodotto in una meraviglia di critica dantesca: semplicemente ha fatto in modo che, sia pure in maniera offuscata e poco corretta, milioni di persone abbiano avuto l’impressione di cosa davvero renda quell’opera il più grande capolavoro della civiltà occidentale. Non penso che Petrocchi o De Sanctis o Chimenz o Getto o chi per loro avrebbero mai potuto ottenere lo stesso risultato.

    Con grande soddisfazione di mia zia, anni cinquantanove, lavandaia di Porto Recanati (MC) titolo di studio terza media.
    “Anche io che sono ignorante capisco quanto è bello ‘sto libro!”

  8. Lara Manni Says:

    Bingo. E’ un gatto che si morde la coda (o un cane, a piacimento): perchè finchè si tirano anatemi contro la letteratura che diviene “popolare” e amata da larghe fasce di pubblico e le si contrappone una letteratura di squisitissima élite, non se ne esce. Non è certo un atteggiamento nuovo, nella storia della critica italiana, e sicuramente l’ombra sdegnosa di Gramsci pesa su moltissima parte della medesima.
    In realtà le vie di fuga sono difficili da individuare. A parte quella che citavi (Benigni e non Grillo?).

  9. Paolo E. Says:

    AH SI CERTO BENIGNI SCUSATE UN LAPSUS 🙂

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