Manque (se ricordate)

Mi piacciono i colpi di scena. Anzi, mi piace – e qualcuno lo sospetta – il ribaltamento della scena. Ho amato film come Il sesto senso. Ho amato ancor di più Shutter Island, divorato in una notte. Dennis Lehane è magnifico: capovolge almeno due volte il senso della storia. E, come già in Mystic River, è uno degli scrittori che riesce a descrivere con forza e delicatezza il dolore maschile. Ha un sesso il dolore? Non so rispondere. So che molto spesso capita di leggere della sofferenza delle donne: più raramente di quella degli uomini. Sofferenza d’amore. Mancanza. Manque. Bellissimo.

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12 Risposte to “Manque (se ricordate)”

  1. Fabio Says:

    Io ho dovuto abbandonare Shutter Island… Nel punto in cui qualcuno fa un volo da una scogliera 😉
    Il motivo? Mi annoiava… Mah forse quando trovo un po’ di tempo lo riprendo…
    Su “Il sesto senso” sono d’accordo, che film geniale… E ancor più The Others…
    Ieri ho visto Stephen King Desperation, bellissimo anche quello anche se con pochi colpi di scena…

  2. Andrea Says:

    A dire il vero a me capita spesso di leggere e vedere al cinema personaggi maschili tormentati, che magari hanno un trauma mai risolto alle spalle (figli morti in incidenti d’auto, mogli ammazzate, fallimenti professionali…). Al cinema, per esempio, i film di genere sono zeppi di antieroi che offrono il proprio dolore come pegno per poter salvare questo o quello (generalmente l’umanità). Però è altrettanto vero che ci sono alcuni ridicoli tabù maschili riguardanti la gestione del dolore che sono duri a morire. In primis il pianto, poi ci sarebbe il discorso della malattia e dell’invalidità…

  3. Laurie Says:

    Strano, in letteratura almeno mi ricordo più facilmente i dolori maschili, sopratutto sul tema amore ce ne sono di esempi famosi. Se penso ad una donna che soffre per amore in un libro… non mi viene in mente nulla.
    Non sapevo che Mystic river fosse anche un romanzo, io avevo visto il film di Eastwood ed era straziante.

  4. Roberto Says:

    Mmmm. Credo però che quello a cui ti riferisci, Andrea, sia più il sacrificio che il dolore. Al limite, il sacrificio del dolore, ma non il dolore in sé. E mi vien da dire che l’epica sul sacrificio sia prettamente maschile (un archetipo del maschile). Invece, mi par di capire che Lara si riferisse proprio alla descrizione (del) e alla penetrazione (nel) dolore maschile, prima e a prescindere dalle conseguenze e i frutti che questo dolore porta.
    Almeno, così l’ho intesa io. ^^

  5. Andrea Says:

    @Roberto: Sì, hai ragione, l’epica del sacrificio è sicuramente un archetipo maschile. E in effetti in questa accezione “epica” si differenza molto dal sacrificio della madre (intesa come figura archetipica) che è disposta a qualsiasi cosa per il bene dei propri figli (anche questi intesi come figure archetipiche). Lara si riferiva alla descrizione del dolore, dici? Può darsi, forse ho capito male io: chi mi conosce sa quanto sono pasticcione! 😉

  6. Lara Manni Says:

    Intendevo questo, in effetti: ma non sei pasticcione: è che il saggio Roberto mi conosce bene 🙂

  7. Andrea Says:

    @Lara: ora mi è tutto più chiaro, grazie! Fidati, se esistesse un campionato del mondo per pasticcioni, io lì sarei imbattibile: altro che pentacampeon! 😉

  8. Lara Manni Says:

    Smentisco. 🙂

  9. Roberto Says:

    Ma essere pasticcioni non è un difetto! E’ l’indice che si è pieni di curiosità e interessi e a volte… bof… può capitare di distrarsi un po’, tutto qua 😀
    [eh? a me? no-no, giammai, mai capitat… ops! scusate… ]

    No, a parte… mi è venuto in mente or ora (parlando proprio della testa che se ne va a spasso in autonomia per i fatti propri mentre dovrebbe stare sulle “sudate carte” a fare altro) mi sorge con forza il pensiero che per uno scrittore-uomo (e se parliamo della letteratura nel passato parliamo in maggioranza schiacciante di scrittori+maschi) sia molto più facile far passare la conoscenza del dolore attraverso personaggi femminili piuttosto che maschili. O no? Dite che sto prendendo un abbaglio?

  10. Andrea Says:

    Eh, sai: il caldo, l’estate, ecc… 😉 Sì, probabilmente hai ragione: deve essere più facile – forse per motivi culturali – mostrare il dolore attraverso personaggi femminili.

  11. Roberto Says:

    Mmm-mmm. Infatti. Intanto, come dicevi anche tu, c’è l’associazione tra il femminile e gli affetti. Il maschile preferisce non esternare il dolore per gli affetti perduti e calpestati, ma consente (chiede?) al femminile di farlo anche per sé. Il legame tra la madre e i figli, e in genere tutte le figure archetipe familiari che vengono legate da fili… “femminili”.

    C’è poi, direi, quel diverso tipo di dolore legato al maschile, il dolore “storico” che sta nella gestione del potere, dell’educazione di quella maggior carica di aggressività che il maschile ha in sé, nell’interrogarsi sulla necessità dell’esercizio della violenza.
    Insomma, se il “dolore femminile” inteso in quest’ottica astratta è un dolore che, comunque, è accettato venga esternato senza particolari remore, il dolore maschile che si accompagna storicamente all’esercizio del potere e alla solitudine e l’incomprensione che ne deriva… è dolore che non è “accettabile” (?) venga esternato. Perché dolore legato in modi più o meno diretti all’uso della forza. Quindi viene più facilmente sublimato per altre strade. E’ un po’ l’assonanza, di cui forse Lara si ricorderà, ci era già capitato di parlarne parecchio tempo fa, del “mal” francese, parola usata sia per definire “maschio” che “male”.
    Ohhh, tematiche affascinanti *__* ma molto complesse, a parte qualche “puntura di spillo” non ho certo la competenza per parlarne! Oltre a non avere più davvero tempo(!!!) per oggi.

  12. Andrea Says:

    Nello stereotipo dell’eroe tormentato – introverso, burbero, solitario e asociale – che soffre “virilmente” per un dolore passato frenando qualsiasi esternazione “inopportuna per un maschio” possiamo anche rintracciare anche una fortissima volontà di potenza (intesa in termini psicanalitici). Sappiamo che questa pulsione inconscia – in soldoni: l’ego dell’eroe pretende attenzione perché si ritiene in qualche modo superiore – pretende di essere soddisfatta a qualsiasi costo e attraverso qualunque sotterfugio. Una pulsione moralmente inaccettabile per un tipo tutto d’un pezzo come il nostro “eroe tormentato” ed è qui che entra in gioco il dolore come espediente: “Io ho sofferto e soffro, dunque merito una ricompensa”. La ricompensa è l’affermazione violenta, condivisa, compresa e giustificata da chi lo circonda, della propria superiorità con la distruzione o l’autodistruzione. E’ vero, è un discorso molto affascinante, da riprendere in futuro… ^_^

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