Euridice e le storie

L’unica alternativa per non subire una storia è raccontare mille storie alternative.

Sì, lo so, mea culpa. Mai citare solo una frase di un intervento,  specie se è la frase conclusiva. La colpa è di J.. Colpa benefica, naturalmente. Perchè J. è intervenuto a gamba tesa nel famoso thread su aNobii, rovesciando il tavolo (e le liste di autori) e dimostrando cosa dovrebbe essere la discussione sul fantastico. In più, ha linkato un saggio di Wu Ming 2, La salvezza di Euridice. Che è una vera, importante scoperta. A voi.

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9 Risposte to “Euridice e le storie”

  1. Wu Ming 4 Says:

    Mea culpa, appunto. Non dovrei intervenire in una discussione che su questo blog e altrove (Anobii, Lipperatura, etc.) viene portata avanti da parecchio tempo e da persone che si occupano e scrivono di fantastico con maggior cognizione di causa del sottoscritto. Non sono un grande lettore di fantastico, infatti, non ho mai letto narrativa per generi, solo per interesse istintivo, seguendo l’odore delle pagine. Percepisco la letteratura come tale: la forma scritta, più o meno strutturata, attraverso cui gli esseri umani veicolano storie. Storie fantastiche, realistiche, mitiche, quotidiane, etc.
    Mea culpa. Per un motivo o per l’altro non ho ancora letto Esbat, e per un lettore di Graves come me è davvero una mancanza (intendo rimediare a breve), anche perché capita di leggere qui per mano della gestrice di questo blog alcune delle riflessioni più lucide, condivisibili e facilmente traslabili a questioni che riguardano la narrazione tutta, non solo il genere. Lo so che potrà sembrare piaggeria, ma, con tutto il rispetto, me ne fotto. Io e Lara Manni non ci dobbiamo niente (e, a scanso di equivoci, sono pure troppo sciancato e troppo felicemente sposato per corteggiarla).
    Mea culpa. Forse non dovrei nemmeno intervenire in un thread dedicato a un saggio prodotto dal collettivo di scrittori di cui faccio parte, se non altro per sventare il rischio di apparire più narcisista di quello che non sono. Però – mi si perdoni l’autoindulgenza – sono sottoposto a una reclusione post-operatoria, ed è una di quelle situazioni che lascia fin troppo margine alla tentazione di dire qualcosa e comunicare con l’esterno. Va da sé che questo mio sarà un post lungo.
    E allora ecco. Nell’epoca in cui la commistione dei generi sembra ormai cosa assodata, è un fatto apparentemente paradossale che il fantastico venga recluso e si autorecluda nel ghetto. Qui è stato già detto più volte, quindi i miei non saranno argomenti nuovi, ma soltanto ribaditi, nella convinzione che le cose ripetute, anche senza pretesa di sistematicità, giovino. La reclusione di cui sopra è dovuta a due fattori a mio avviso ben identificabili.
    Il vecchio professor Tolkien – di cui mi fregio d’essere un lettore attento – porta su di sé una colpa grave, ben riassunta dalle sue stesse parole, in una lettera di tanti anni fa: “Penso che la cosiddetta ‘storia fantastica’ sia una delle più alte forme di letteratura, e che sia del tutto sbagliato associarla ai bambini” (1955).
    L’epoca della supposta autoconsapevolezza borghese ha maturato l’associazione tra il fantastico e l’infanzia contro la quale Tolkien si scagliava. In tempi più recenti si è aggiunta all’infanzia l’adolescenza, o la giovane adultità.
    Va da sé che la letteratura non funziona così, se non nelle logiche forzose della targetizzazione commerciale. E questo è il secondo fattore limitante, quello più greve (non è un refuso) e imbecille, dell’editoria contemporanea. Si pretende che gli autori di fantastico – già vincolati e segregati nel recinto del genere – si autoimpongano canoni estetici e stili di scrittura finalizzati a una fascia anagrafica ben precisa. E’ il mercato a richiederlo, il mercato librario che pretende appunto di individuare un target d’acquisto su cui finalizzare la promozione e il packaging. Basta un’occhiata alle copertine della narrativa fantastica (con l’eccezione di Tolkien, però, guarda caso, considerato un classico) per rendersene conto. Copertine acchiappagonzi, a prova (o a favore) di stupido, che la dicono lunga sulla considerazione che gli editori stessi hanno per quei lettori. Ho il presentimento che questo stato di cose non dispiaccia troppo proprio agli stessi autori di genere. C’è chi dentro a certi recinti ci si trova bene, sono case sicure, magari piccole, ma comode. Eppure credo che proprio dagli scrittori di fantastico (qualsiasi cosa questo significhi) dovrebbe partire la presa di coscienza e il tentativo di superare il gap della critica nato dal pregiudizio e di forzare le gabbie editoriali.
    Scriveva ancora il vecchio professore, pochi anni prima di morire: “Applicare etichette agli scrittori, morti o viventi, è una procedura inopportuna in qualsiasi circostanza; un divertimento infantile per persone limitate; e molto fuorviante, dato che nella migliore delle ipotesi sottolinea quello che hanno in comune gli scrittori di un gruppo selezionato, e distrae l’attenzione da quello che di individuale (e non classificabile) c’è in ognuno di loro, ed è l’elemento che dà loro la vita (se ne hanno una)” (1971).
    O si riparte da qui o c’è poco da fare.
    Cosa c’entra tutto questo con “La salvezza di Euridice”? C’entra, secondo me. Ma per spiegarlo devo fare un passo indietro.
    Quando nel 2009 venne pubblicato in cartaceo il saggio “New Italian Epic”, si scatenò un dibattito tra scrittori e critici, che ha tutt’ora diversi strascichi. Senza entrare nel merito delle posizioni sostenute in quel dibattito, la cosa che più saltava agli occhi è che quasi tutti i commentatori si soffermavano a criticare il primo saggio, quello appunto sul NIE, e ignoravano del tutto il secondo saggio incluso nel volume, quello scritto da Wu Ming 2, che invece a mio avviso è il più importante. Si tratta appunto de “La salvezza di Euridice”, quello che contiene non già una teoria della letteratura, ma una teoria della narrazione. Contro chi lamenta che troppe storie fanno male, in quel saggio si argomenta sostenendo che invece il problema è casomai riappropriarsene, agire le storie invece di farsi agire da esse. Ovvero si sostiene un’idea della narrazione come attività comunitaria, rivolta a una collettività leggente e scrivente, più o meno consapevole, comunque appassionata. Si ripropone cioè un’idea della narrazione arcaica, quasi primordiale, che pone le storie in relazione con il mondo.
    I miti, le fiabe, e di conseguenza i generi letterari come il fantastico e la fantascienza, che ad essi attingono, costruiscono mondi alternativi, chiedono al lettore di entrare in un universo immaginario e percorrerlo insieme allo scrittore.
    Il regime letterario borghese ha tacciato questa attitudine di “escapismo”, supponendo che la fuga in un’altro mondo porti lontano dalla cruda realtà di “questo” mondo. E’ la menzogna più grande e grave che sia mai stata spacciata in letteratura, quella contro cui si scagliava già Tolkien sessant’anni fa. Niente più dell’apparente alterità di quei mondi può parlare di noi, perché miti e fiabe, così come le storie fantastiche, lavorano sugli archetipi narrativi, sull’universalità e quindi anche e soprattutto sul qui e ora di ogni tempo.
    Questa consapevolezza però – ed è qui che sorge il problema – deve essere forte proprio negli scrittori. Se non sono loro i primi a rendersi conto delle potenzialità del genere, a conoscerne i modelli prima di imitarli (a metabolizzare cioè quello che scrivevano Tolkien e soci non solo come fonte di ispirazione, ma anche per negarlo e superarlo) e si adagiano invece sugli allori dei propri limiti, il pregiudizio troverà sempre e soltanto conferme. Si troveranno sempre editori disposti a fare avere successo all’ennesima saga “fantasy” o “urban fantasy”, ma alle condizioni draconiane da essi stessi imposte, con il sorrisetto compiaciuto di chi pubblica quelle storie perché “tirano”, a prescindere dal valore che hanno.
    Su questo blog Lara Manni ha lanciato una proposta fattiva: “realizzare l’utopia”. Creare un blog tematico che metta il fantastico in relazione agli altri generi letterari, che lo faccia uscire dal ghetto. E’ un’idea, rispetto alla quale io non saprei dire se esistono le energie necessarie. Però so che prima di tutto deve essere la qualità della narrativa, delle opere, a imporsi, altrimenti non ci sarà meta-discorso che tenga.
    Mea culpa. Indulgerò in un esempio tratto dalla mia esperienza personale, con l’unica scusante che a mio avviso dimostra come le cose, col tempo possano anche solo parzialmente cambiare.
    Quando ho letto “Bambini nel bosco” di Beatrice Masini mi sono ricordato di un episodio risalente a dieci anni fa. All’epoca lavoravo per una casa editrice per ragazzi piuttosto nota. Non come autore, ma come redattore/correttore bozze/factotum. Un giorno un collega mi chiese se avessi voglia di scrivere un romanzo per ragazzi. Io dissi ok, ci provo, vi mando un paio di capitoli e mi dite cosa ne pensate. Così scrissi quei due capitoli. Era la storia di una piccola colonia di ragazzini, isolati dal mondo e senza adulti. Vivevano in una specie di casa ipogea comune, circondati da un paesaggio semi-desertico. A un certo punto – non ricordo più per quale fattore scatenante, ma credo fosse la scarsità di cibo – decidevano con molti dubbi e patemi d’animo di lasciare la tana per intraprendere un viaggio verso la salvezza. A qualcuno ricorda niente?
    La risposta dell’editore, all’epoca, fu che una storia così non era certo per ragazzi. Troppo cupa, troppo greve, bambini senza genitori, senso di spaesamento, ansia per il futuro… I tempi non erano maturi, evidentemente. Lasciai perdere. Quando ho letto il romanzo della Masini, il mio primo istinto è stato chiamare quell’editore e dirgli: “Visto? E ti meravigli che non lavoro più per te?” (in realtà me ne andai per tutt’altri motivi, ovviamente, ma vogliamo mettere la soddisfazione?).
    Fine dell’aneddoto. Ecco, “Bambini nel bosco” è un romanzo fantastico/fantascientifico scritto in una lingua piana e semplice che lo identifica come un romanzo per ragazzi, ma è anche una delle più belle riflessioni narrative sul potere costituente delle storie che mi sia capitato di leggere ultimamente, e che quindi può aspirare a piegare le sbarre della gabbia.
    Infinite scuse per la prolissità, dovuta senz’altro all’immobilità forzata.

  2. Lara Manni Says:

    Infinite grazie, Wu Ming 4. Per tutto.

  3. Fabrizio Valenza Says:

    Wu Ming 4, mi trovi perfettamente d’accordo con le tue riflessioni.
    A questo punto faccio una domanda: la proposta di nuove storie, che spezzino per l’appunto le sbarre della gabbia, richiede l’attenzione di un lettore scevro da ogni pregiudizio, attento al senso della storia e non alla forma con la quale viene presentata. Il cuore della questione (e qui mi rivolgo anche a Lara e a tutti coloro che hanno scritto finora in risposta alle riflessioni suscitate da Lara) non è, perciò, cosa viene raccontato e non, piuttosto, il modo in cui si giunge al racconto?
    Sospendiamo per un momento la diatriba su EAP e self-marketing (o supposto tale): la prima cosa da fare, da parte di ogni serio autore che voglia poi riflettere, non è leggere ciò che viene proposto?

  4. Paolo E. Says:

    Fabrizio: dipende.
    Se il lettore deve diventare uno dei cardini su cui si impernia il discorso letterario, l’oggetto della comunicazione non può passare in secondo piano. Questo perchè secondo me il lettore in quanto destinatario dell’opera scritta, a quello si rivolge per primo. Poi ovviamente non è affatto detto che il messaggio che deve arrivare sia contenuto necessariamente nella trama; può tranquillamente accadere che sia nascosto all’interno del meccanismo che sta dietro la scrittura, o altro.

    Un esempio magnifico, che non mi stanco mai di consigliare a chiunque, è “se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino. E’ un romanzo sul piacere di leggere romanzi, sui meccanismi che ci stanno dietro, e sul dramma dell’incomunicabilità che affligge ogni messaggio, incluso quello letterario.

  5. Fabrizio Valenza Says:

    Esattamente. Ma se si vogliono spezzare le sbarre della gabbia, bisogna conoscere bene cosa contiene la gabbia stessa. Non si tratta solo di teoria, a mio avviso, ma di contenuto reale dei romanzi. Più si conosce la letteratura fantastica italiana (e in vari thread, anche su aNobii, si è fatto notare come di solito si parli solo dei soliti autori noti, mentre altri vengono ignorati, anche se non dal mercato), e più si è consapevoli di ciò che si sta proponendo.
    Consapevolezza. Grande parola, secondo me.

  6. demonio pellegrino Says:

    Innanzitutto, auguri per la convalescenza di Wu Ming4.

    Poi: Lara, ma lo sai che leggendo quel thread su anobii (mi sono cancellato da quasi tutti i gruppi, perche’ a me queste discussioni mi mettono tristezza) mi e’ balzato agli occhi un parallelismo molto forte con la discussione sul blog di Loredana Lipperini? Mi e’ venuto da sorridere: perche’ quelli che su Lipperatudine accusavano i critici di spocchia e atteggiamento agghiacciante, erano attaccati esattamente per gli stessi motivi dai lettori su anobii. Questo si’, tutto molto ironico.

    Tutte queste belle discussioni su apparati teorici sono benvenute se poi portano a belle storie, godibili dal lettore, senza avere un manuale accanto. Paolo cita Calvino: perche’ Calvino era un genio? Perche’ faceva apprezzare libri come se una notte d’inverno un viaggiatore o le citta’ invisibili anche da lettori che non avevano idea degli strumenti utilizzati in quei libri. Oppure: Marcovaldo e’ davvero un libro per bambini?

  7. Paolo E. Says:

    Avete centrato in pieno il punto. Se la stragrande maggioranza delle persone devono essere riavvicinate alla lettura, c’è bisogno di due cose.

    1)Di testi che siano comprensibili anche a livello superficiale ( da parte di chi non ha i mezzi per arrivare a fondo, intendo)

    2) Che quegli stessi testi possano essere apprezzati. Secondo me nella chilometrica discussione su lipperatura non si dava abbastanza importanza che non solo la mente, ma anche il gusto della gente per la lettura deve essre rigenerato.

    Il lettore medio non solo deve essere in grado di puntare più in alto, ma deve anche essere motivato a farlo. E deve provare piacere nel farlo. In tutto questo, come in tanto altro di cui non parlo perchè non abbastanza competente, Calvino era un maestro.

  8. Lara Manni Says:

    Demonio, verissimo. Quella discussione su aNobii, però, dimostra anche altre cose: che una discussione sui testi non può limitarsi al mi piace/non mi piace (o meglio, si può: ma non nella discussione che ho in mente). Il che non significa cortellessizzarsi, naturalmente. L’obiettivo di tutti noi è narrare: e significa fornirci vicendevolmente, e fornire ai lettori, strumenti per narrare meglio, e per essere motivati, come diceva Paolo, a leggere meglio.

  9. demonio pellegrino Says:

    Concordo. E aggiungo che quella discussione dimostra anche che anobii non e’ questo paradiso degli illuminati, ma un covo dove ci sono anche tanti bimbiminkia.

    Non mi fraintendere: non stavo suggerendo che fosse in atto un processo di gildapolicastrizzazione in te o J o altri autori intervenuti. Ma notavo il parallelismo dei meccanismi.

    Sul leggere meglio: si’ e si’. Faccio un esempio del mi oorticello. Ho appena finito di leggere Ilium, di Dan Simmons. E sono strasicuro che avro’ perso una buona parte dei riferimenti letterari non tanto all’Iliade, quanto a Shakespeare e a Proust. Ho avvertito pienamente alcune delle mie molte lacune culturali, ma non mi e’ venuto in mente di dire “e’ colpa di dan simmons”. (Anche se secondo me in Ilium Simmons ha messo troppa carne al fuoco, tra Caleban, Prospero e dei greci).

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