Scrivere come Ulisse

L’isola si chiama Eeana. In una vallata c’è un palazzo, e nel palazzo risuona una voce piena di incanti. Una voce di donna. Solo voce. La voce di Circe.
Ulisse passa un anno con lei. Le darà due figli e lei gli darà la conoscenza del mito. Di più: gli fornirà la chiave per aprire le porte del regno dei morti, e parlare con loro.
L’altra isola si chiama Ogigia e fra i suoi boschi c’è una grotta, e nella grotta c’è una creatura che canta. Una ninfa. Si chiama Calipso.  A differenza di Circe, non offre a Ulisse le storie ma l’immortalità. Ulisse rifiuta, mentre accoglie il dono della maga.
Come ha scritto ieri Giovanni Nucci su “L’Unità”, Circe inventa la letteratura: perchè per un anno la coppia di amanti ha “ricostruito il mito, sciogliendolo delle loro voci, ricostruendo ogni storia compresa tra la creazione del mondo, le vicende degli dei e la conquista di Ilio”.
E’ un dono velenoso. Da quel momento, Ulisse è diverso dagli altri. Nell’Odissea, Circe gli dice: “Sei solo, perchè sai ciò che loro non sanno”.
Non è del tutto vero: molti, nei poemi del ritorno, hanno diffuso la voce del mito dopo che Ulisse l’aveva raccolta dalle labbra di una donna. Circe è nota come maga pericolosa: eppure è come Dea Bianca che dovrebbe essere ricordata. Come colei che inizia il racconto, e da quel momento l’uomo che lo prosegue, e tutti gli altri, non saranno più gli stessi.
La strada del mito è, per chi non intende scrivere per una comunità ristretta e asfittica e autoreferenziale, l’unica possibile. Altrimenti, non resta che ascoltare le sirene, e gratificarsi della gloria che soffiano nelle orecchie dell’incauto, pochi istanti prima che la nave si infranga sugli scogli.

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11 Risposte to “Scrivere come Ulisse”

  1. Andrea Says:

    Ma la maga Circe non trasformava gli uomini in maiali? Sarà stata una “Dea Bianca” per Ulisse, ma per il resto dell’equipaggio non era tanto meglio delle sirene! E’ sempre così con voi donne: uno vede una bella isoletta tranquilla, la esplora, fa conoscenza e poi si ritrovo a mangiare dallo stesso trogolo coi disgraziati che l’hanno preceduto 😉
    Verissimo il discorso sul valore universale del mito: è una lingua compresa da chiunque, è la lingua dei sogni.

  2. Lara Manni Says:

    Solo perchè i marinai non hanno sciolto l’erba di Ermes nel vino di Circe. 🙂 Detta in un altro modo, perchè cercavano la conoscenza della carne e non della parola, o almeno così la interpreto io, essendo Ermes il dio delle parole (e delle menzogne).

  3. Andrea Says:

    Eh, certo perché Ulisse i due figli li ha fatti cercando la conoscenza della parola… Mmmm, bocca mia taci! 🙂 Scherzo naturalmente: hai ragione e, del resto, il maiale è una animale inequivocabile, no?

  4. Lara Manni Says:

    Non solo maiali, sai? Se non ricordo male nell’originale gli animali sono svariati.
    Be’, diciamo che Ulisse ha unito due tipi di conoscenza, rendendo quella della parola ancora più forte. 🙂

  5. Andrea Says:

    E’ vero, se non mi sbaglio ognuno si trasforma a seconda della propria “inclinazione naturale”. Pensa che lo stesso mito – gli uomini che, diventando animali, rivelano la propria vera natura – lo riprende Moravia in un delizioso racconto surreale. I miti che ritornano e ritornano e ritornano all’infinito 😀

    PS: Quel gran filibustiere di Ulisse! 😉

  6. Lara Manni Says:

    Racconto che devo procurarmi.
    (Ulisse è un gran bastardo. Anche)

  7. Andrea Says:

    Si intitola “Le metamorfosi”, lo puoi trovare nella raccolta “Racconti surrealisti e satirici” (Bompiani). Nella stessa raccolta troverai anche un racconto sul fallimentare allevamento di uomini (Ulisse compreso) avviato da Polifemo! 🙂

    PS: Diciamo che tra gli eroi omerici quello più pulito aveva la rogna! E forse è proprio per questo sono così “umani”.

  8. Melmoth Says:

    Scusa Lara, ma qui faccio il bastian contrario. Dire la strada del mito è l’unica possibile è esattamente come dire, la strada del realismo è l’unica possibile. Chiudi, invece di aprire. In realtà dipende, da molte cose. Innanzitutto da quello che si intende per mito. Sto rileggendo Pavese, che era un attento lettore del suddetto, eppure i suoi racconti e romanzi sono di impianto realista. Per lui il mito doveva essere sempre lo scheletro, mai la carne o la pelle del racconto (con l’eccezione dei Dialoghi). Anche quella è una strada. E poi mi dispiace ma ci sono autori che con il mito non hanno proprio nulla a che spartire (Carver, Bukowski, per citarne due stra-noti) e che pure sono grandi scrittori, e parlano a una comunità tutt’altro che chiusa e asfittica. Non bisogna chiuderle le finestre delle possibilità: bisogna aprirle.

  9. Lara Manni Says:

    Ma avere il mito come scheletro significa seguirlo, Melmoth. E non sono affatto sicura che i grandi scrittori (sì, inclusi Carver e Bukowski) non abbiano qualcosa a che spartire con il mito medesimo.

  10. Melmoth Says:

    Sono piuttosto certo che Bukowski non amasse i miti da nessun punto di vista possibile. Su Carver non così certo (difatti, a volte crea miti in senso Pavesiano). Il punto è: non diventiamo assolutisti se no cominciamo ad assomigliare a quegli altri (la letteratura è, la poesia è, la strada giusta è).

    In effetti Pavese non è amato dgli oltransisti del prosaico perché sentono che c’è qualcosa )d’altro) sotto. Detto questo io lo amo soprattutto come poeta e teorico, meno come romanziere. Aspetto di sapere cosa ne pensi tu.

  11. Lara Manni Says:

    Vero, poteva essere letto in chiave oltranzista e occorreva aggiungere un “per me”. Lo faccio ora.

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