Scrivere come Daphne

Lei è stata scambiata per una scrittrice borghese e sentimentale. Una classica “scrittrice per signore”. Scrittrice da best- seller, da borsona della spiaggia. Consolatoria e rassicurante. Lei scriveva cose del genere:

“Una volta gli assassini venivano impiccati a Four Turnings. Ora non più. Ora un assassino paga il fio del suo delitto a Bodmin, dopo aver subito il suo bravo processo  alle Assise. Vale a dire che, se la legge lo dichiara colpevole, è la sua coscienza per prima a ucciderlo. Meglio così. È come un’operazione chirurgica. E il corpo, benché venga sepolto nella fossa comune, ha un funerale, modesto. Quando ero ragazzo le cose andavano diversamente. Ricordo di aver visto un impiccato all’incrocio delle quattro strade. Aveva tutto il corpo spalmato di catrame perché si conservasse. Penzolava dalla forca tra terra e cielo o, per usare un’espressione di mio cugino Ambrose, tra Paradiso e Inferno. Mi pare ancora di vederlo oscillare, come uno spaventapasseri appeso a un palo. La pioggia aveva fatto marcire i suoi calzoni e sfilacciature di stoffa gli pendevano alle gambe, gonfie come fossero di carta inzuppate”.

E’ l’inizio di “Mia cugina Rachele”, uno dei romanzi di Daphne Du Maurier, che mi è tornata alla mente e fra le mani dopo aver rintracciato – complice il mio spacciatore di vecchi libri – una raccolta di racconti che si chiama “Il punto di rottura”,  e che è decisamente impressionante per come riesce a individuare, a sviscerare e raccontare senza una parola di troppo il momento culminante di una crisi (esistenziale, sentimentale, altro).
Daphne Du Maurier ha scritto il racconto da cui Hitchcock ha tratto “Gli uccelli”. Ha scritto un grande romanzo gotico a tutti gli effetti che è “Rebecca, la prima moglie”. Ha intrattenuto controversi  rapporti con Barrie (sì, l’autore di “Peter Pan”).
E’ una scrittrice terribile: nel senso che finge di portare il lettore in una dimensione rassicurante e poi lo scaglia contro una parete. C’è un racconto, “Le lenti azzurre”,  dove una donna si sveglia da un’operazione agli occhi e vede tutti coloro che la circondano con una testa di animale: una gatta per l’infermiera gentile, un serpente per quella che dovrebbe venire ad assisterla a casa, in accordo col marito, un avvoltoio per l’amato consorte. Finale non rivelabile.
Mi chiedo, leggendo contemporaneamente “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” di Audrey Niffenegger, quanto esercizio ci voglia per essere così affilati nella scelta delle parole -non una di troppo – e impeccabili nella narrazione.
Giornate di dubbi.

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5 Risposte to “Scrivere come Daphne”

  1. Matteo Says:

    Mi hai fatto venir voglia di leggerla. 🙂

  2. Lara Manni Says:

    E’ questo è bellissimo. Grazie. 🙂

  3. Laurie Says:

    Ma perché venne giudicata così se era palese tutto il contrario?

  4. Andrea Says:

    @Lara: “quanto esercizio ci voglia per essere così affilati nella scelta delle parole -non una di troppo”… Hai mai scritto poesie? Magari come quelle di Poe 😉 Per quel che ne so io la poesia, proprio per i suoi vincoli, dovrebbe essere un ottimo esercizio per affinare questa capacità di scegliere le parole esatte e di metterle al posto giusto.

  5. Lara Manni Says:

    Lau, forse perchè era una scrittrice e non uno scrittore. Non voglio buttarla sul femminismo, ma temo sia esattamente così.
    Andrea. No, mai provato. Però…

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