Scrivere di balene o di pulci

La serie di post intrapresa da G.L., con premesse che intuisco condivisibili (ma basta con la faccenda che in Italia non ci sono narratori! Ma basta col fatto che bisogna cominciare la propria vita di lettori con testi “educativi e istruttivi”), tocca oggi Moby Dick. Molto, molto bene.
Ho una frase di Herman Melville che tenevo in serbo per questa occasione. E mi piacerebbe farla masticare a chi sostiene che il vero artista si dedica (solo) alle squisitezze linguistiche, e non alla storia. Eccola:

“Per produrre un grande libro, bisogna scegliere un grande argomento. Nessun’opera grande e duratura potrà mai venire scritta sulla pulce, benché molti abbiano tentato”.

Applausi.

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12 Risposte to “Scrivere di balene o di pulci”

  1. Okamis Says:

    Il rischio, per come la vedo, non è tanto la dedizione alle “squitezze linguistiche” rispetto alla storia, quanto la dedizione al messaggio rispetto alla storia. In questo senso, non mi sento di condividere in toto la frase di Melville, e non per il concetto in sé, quanto per la degenerazione a cui può dar vita (soprattutto oggi?), ovvero quella di una narrativa (e sottolineo narrativa) che si nutre prevalentemente di “argomenti”.

  2. G.L. Says:

    Okamis: il fatto è che TUTTi i libri (film, quadri e bla bla bla) si basano su un argomento. La differenza fra uno scrittore e uno scrivente sta nel fatto che lo scrittore ne è consapevole. Non confondere la “moraletta” con il “tema”. Sono due cose diverse. Il primo è per quelli che nascondono i propri scheletri negli armadi altrui, l’altra è l’ossessione che ogni scrittore (- ttore e non – vente) si porta dentro. E questa è vera. Me l’ha detta Jaz Coleman.

  3. Melmoth Says:

    Ancora piu interessante sarebbe se la pulce fosse grande come una balena…

  4. Melmoth Says:

    Dirò solo un’altra cosa, anzi due.
    La prima:: Benito Cereno.
    La secondo: Bartelby.
    Amen.

  5. Melmoth Says:

    ERRATA: la secondO nel senso…. la assecondo, ehm, già…
    [maledetta tastiera].

  6. Valberici Says:

    Mah, a me certi concetti sembrano “lapalissiani”, tant’è che quando sento certe opinioni rimango un po’ sconcertato.
    Credo che in italia ci sia una gran confusione intellettuale: si confondono politica e letteratura, religione e scienza, significato e significante, e chi più ne ha più ne metta 😦
    Detto questo posso affermare che Melville è uno dei miei scrittori preferiti, che offre una profondità di lettura impressionante, certo è, però, che la sua lettura è impegnativa, e al giorno d’oggi la pigrizia la fa da padrona.
    Prendiamo lo splendido incipit, in sole tre parole: Call me Ishmael, che da solo è motivo per profonde riflessioni, quanti lettori odierni perderebbero più di un secondo a riflettere su di esso? 😦

  7. Okamis Says:

    @ GL:
    Mai detto il contrario. Io parlo di priorità. La scrittura si nutre di tre elementi generali: stile, argomento e storia (che io chiamo in altra maniera per farvi rientrare anche elementi quali ad esempio la costruzione dei personaggi, ma meglio non complicare la questione). A seconda del peso che l’autore darà ai singoli elementi si otterranno opere diverse anche nella loro concezione di base, e non solo nel risultato artistico.
    Non dico quindi che l’argomento non debba esistere. Tutt’altro! Dico solo che per produrre narrativa – non a caso prima ho sottolineato questo termine – il peso maggiore debba sempre essere rivestito dalla storia. Ora, attenzione però: questo mio discorso di “equilibri” non significa che la somma totale deve essere sempre 100. La somma può benissimo essere 200, 300, 1.000.000 ecc. Ovvero, mi va benissimo, come dice Melville, che un Libro con la L maiuscola presenti al suo interno un Argomento con la A maiuscola; ma al contempo la Storia dovrà avere un peso ancora maggiore. Che poi all’interno di un tale processo l’autore debba essere sempre pienamente cosciente, beh, sfondi una porta aperta.
    Per concludere, la mia paura è proprio che dando troppo peso all’argomento a scapito della storia si finisca per trasformare il tema nella moraletta.

  8. Lara Manni Says:

    Val, c’è un’enorme confusione, concordo con te. E concordo anche sul fatto della pigrizia e della necessaria “facilità”. Dopo di che, la cosa che turba me è che si crea una divaricazione fittizia, e si crea secondo me soprattutto alla fine del Novecento (seconda metà), per cui le grandi storie andrebbero lasciate ad altri mezzi e la letteratura deve occuparsi del dettaglio. Del piccolo. Della pulce.

  9. Fabrizio Valenza Says:

    Con ‘sta storia di Melville e di Moby, oggi mi state facendo sognare!
    Grazie a tutti.

  10. ziadada Says:

    @Melmoth: Billy Budd 🙂

  11. Melmoth Says:

    Sì, il punto volendo è anche un altro. Che come dimostra Melville si può parlare tanto della pulce quanto della balena, senza che uno escluda l’altro. E’ la ragione per cui il creatore di Moby Dick è anche il precursore dell’indagine sul ‘piccolo impiegato’ nel cui rifiuto c’è in realtà la pressione iperbarica dell’intero universo.

    Per la stessa ragione mi piace Kafka. Nei racconti e nei romanzi di Kafka si parte sempre dal piccolo, ma il piccolo è un frattale del grande: nella microstruttura sento la presenza della macrostuttura. Il punto è che questa aspirazione a far sentire il ‘macro-verso’ nel piccolo, nell’apparentemente banale, oggi appartiene veramente a pochi (Murakami?). Il fraintendimento della parola ‘minimalismo’ è proprio questo: scrivere la storia di un impiegato che dice sempre di no vuol dire dargli la forza di un Moby Dick. Melville era appunto capace di fare entrambe le cose. Non mi sembra un caso. Per dire che scrivere la storia di una balena non basta per farne una grande storia. Se dietro non ci fosse stato l’antico testamento e gli scambi con un altro ‘romance writer’ come Hawthorne da cui aveva acquisito una visione diciamo cosmica della letteratura, quel romanzo sarebbe comunque stata una ‘piccola storia’ con dentro una grande balena.

    Che poi in Italia la critica abbia un canone ristrettissimo dei temi che la letteratura deve e dovrebbe trattare è un problema che mi tocca, ma non mi interessa, nel senso che davvero non è interessante: lotta operaia sì, pasticciere troskista sì, balena bianca no. Machissenefrega. Tanto è sempre stato così: da noi la critica è sempre venuta DOPO le opere, dopo gli autori, è molto dopo le correnti. L’unica eccezione era quando chi faceva critica erano gli autori stessi, quando esistevano ancora le riviste letterarie. E oggi, chi c’è?

    Oh, immagino lo sappiate ma ripeterlo non mi pare superfluo: Melville è stato considerato un autore minore anche dagli americani per molti, molti anni (quaranta dopo la morte). E in Italia è stato tradotto per la prima volta negli anni trenta, da Pavese. Il che per segnala che il problema non è solo nostro, ma anche di tutti gli altri. Diciamo che Melville era talmente grande che si è dovuto nascondere dietro una balena perché non lo vedessero.

  12. Lara Manni Says:

    Il punto è che io comincio a credere pochissimo ai canoni. Anche perchè, nella grande maggioranza dei casi, come dice Melmoth, non arrivano che in seconda battuta.

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