Le cose che contano sono affilate

“Ho scritto che sarebbe impossibile cercare di trattare con successo il fenomeno dell’ horror e del terrore come eventi media/culturali negli ultimi trent’ anni senza un briciolo di autobiografia. Mi sembra che sia arrivato il momento di passare ai fatti con questa minaccia. Che barba. Ma vi viene appioppata perché non posso divorziare da un campo nel quale sono terribilmente coinvolto.
I lettori che hanno una costante preferenza per un genere letterario – western, storie di detective, intrighi da salotto, fantascienza, o storie di avventura – sembrano meno interessati a psicoanalizzare gli interessi del loro autore preferito (e i propri), di quanto lo siano i lettori di horror. In segreto si pensa che il gusto per l’ orrore sia anormale. All’ inizio di un mio libro, A volte ritornano, scrissi un saggio molto lungo, nel quale cercavo di analizzare le ragioni per le quali la gente legge la letteratura horror e perché io la scrivo. Non voglio ripetere quel pasticcio; se vi interessa il soggetto, vi raccomando l’ introduzione: è piaciuta a tutti i miei parenti.
Perchè interessano i miei interessi? Qui la domanda è più intrigante: perché alla gente interessano tanto i miei interessi? E i loro? Credo, più che altro, sia perché tutti abbiamo una certezza fissata in testa: l’ interesse per l’ orrore è anormale e insano. Quando la gente chiede: “Perché scrivi quella roba?”, in realtà mi invitano a stendermi sul divano e a parlare della volta in cui fui rinchiuso per tre mesi in una cantina, o il mio allenamento in bagno, o forse certe rivalità anormali. Nessuno vuol sapere se Arthur Hailey o Harold Robbins ci hanno messo tanto a imparare a usare il vaso, perché scrivere di banche o aeroporti e di Come Ho Fatto Il Mio Primo Milione sembra perfettamente normale. E’ totalmente americano, questo voler sapere il modo in cui funzionano le cose (e questo spiega in gran parte il fenomenale successo della rubrica “Forum” su Penthouse; tutte quelle lettere che discutono della missilistica dell’ amplesso, le possibili traiettorie del sesso orale e il come-si-fa di varie posizioni erotiche: tutto questo è americano come la torta di mele; “Forum” è semplicemente un manuale di idraulica sessuale per gli entusiasti del fai-da- te), ma è ritenuto sconvolgente e insano il gusto per i mostri, le case stregate, e la Cosa Che Uscì Dalla Cripta A Mezzanotte.

Chi domanda diventa automaticamente il facsimile di quel divertente psichiatra dei fumetti, Victor de Groot, e ignora il fatto che inventare cose per denaro – cioè quello che fa ogni scrittore di narrativa – è un modo molto bizzarro di guadagnarsi da vivere. Nel marzo del 1979, fui invitato a parlare a un dibattito sul genere horror a un convegno intitolato “Le Idi di Mohonk” (un raduno annuale di scrittori di gialli e di lettori sponsorizzato dalla Murder Ink, un’ elegante libreria specializzata in romanzi gialli e polizieschi di Manhattan). Durante il dibattito raccontai una storia personale che mi aveva raccontato mia madre: successe quando avevo da poco compiuto quattro anni, e forse potrete scusarmi per il fatto che ricordo il racconto di mia madre e non quello che mi successe. Secondo lei, ero uscito a giocare a casa di un vicino, e la casa era presso i binari di una ferrovia. Tornai un’ ora dopo che ero uscito, bianco come un fantasma (dice lei). Non parlai per tutto il giorno; non le dissi perché non avevo aspettato che lei mi venisse a prendere o perché non avevo telefonato per dire che volevo tornare a casa; non dissi perché la mamma del mio amico non mi aveva accompagnato e mi aveva lasciato tornare a casa da solo. Venne fuori che il bambino con cui stavo giocando era stato travolto da un treno merci mentre giocavamo o attraversavamo i binari (qualche anno dopo mi disse che ne avevano raccolto i pezzi in un cesto di vimini). Mia madre non ha mai saputo se ero vicino a lui quando successe, se era successo prima che arrivassi là, o se ero andato via dopo che era successo. Forse aveva le sue idee al riguardo. Ma, come ho già detto, non ho nessun ricordo di quell’ incidente; ricordo solo che me lo dissero, anni dopo. Raccontai questa storia in risposta a una domanda fatta dal pubblico. Avevano chiesto: “Si ricorda di qualcosa di terribile nella sua infanzia?”: in altre parole, entri Mister King, il dottore la riceverà subito. Robert Marasco, autore di Burnt Offerings e Parlor Games, disse che non c’ era stato niente di terribile, nella sua infanzia. Io buttai lì la mia storia del treno perché il pubblico non rimanesse deluso, e finii come ora, dicendo che non ricordavo niente. Al che, la terza partecipante al dibattito, Janet Jeppson (psichiatra e romanziera), disse: “Ma hai sempre scritto di questa storia, da quel momento in poi”. Ci fu dal pubblico un mormorio di approvazione. Ecco un buco dove potevo essere collocato… ecco un motivo. Ho scritto Le notti di Salem, Shining, e distrutto il mondo per un’ epidemia in L’ ombra dello scorpione perché ho visto un bambino investito da un treno negli anni della mia impressionabile giovinezza. Credo che questa sia un’ idea totalmente speciosa, giudizi psicologici così a buon mercato sono poco meglio dell’ astrologia.
Non è che il passato non fornisca grano per il mulino dello scrittore; certo che sì. Un esempio; il sogno più vivido che ricordo lo ebbi a otto anni. In questo sogno vedo il cadavere di un impiccato penzolare da una forca su una collina. Aveva dei corvi appollaiati sulle spalle, e dietro di lui il cielo ribollente di nuvole era di un verde velenoso. Sul cadavere c’ era un cartello: Robert Burns. Ma quando il vento fece girare il corpo, vidi che era la mia faccia, decomposta e beccata dagli uccelli, ma incontestabilmente la mia faccia. Poi il cadavere apri gli occhi e mi guardò. Mi svegliai urlando, sicuro che quella faccia morta fluttuasse sopra di me nel buio. Sedici anni dopo, ho usato questo sogno come una delle immagini centrali del romanzo Le notti di Salem. Ho solo cambiato il nome del cadavere in Hubie Marsten. In un altro sogno – ricorrente in momenti di tensione negli ultimi dieci anni – sto scrivendo un racconto in una vecchia casa in cui c’ è una pazza omicida. Lavoro in una stanza al terzo piano ed è molto caldo. Una porta in fondo alla stanza comunica con l’ attico, e so – lo so – che lei è lì, e presto o tardi il rumore della mia macchina da scrivere mi tradirà e lei verrà da me (forse è una critica del Times). In ogni modo, arriva come un orribile pupazzo nella scatola, capelli grigi e occhi da pazza, scatenata, ha in mano una grossa ascia. E quando scappo, mi accorgo che la casa è come se fosse esplosa all’ esterno – diventa così grande! – e mi perdo. Quando mi sveglio da questo sogno, mi precipito nella parte del letto di mia moglie. Ma tutti abbiamo i nostri brutti sogni, e tutti li usiamo al meglio. Eppure una cosa è usare il sogno e tutta un’ altra suggerire che il sogno è la causa in se stesso e di se stesso. Vuol dire suggerire il ridicolo su un’ interessante sottofunzione del cervello umano che ha poche o nessuna applicazione al mondo reale. I sogni sono film fatti con la mente, i frammenti e i residui della vita da svegli intessuti dalla mente umana in piccole curiose trapunte subcoscienti, la mente non vuole buttar via niente. Alcuni di questi film mentali sono vietati ai minori, altri sono commedie; altri film dell’ orrore.
Io credo che scrittori si diventi, non si nasce o si viene creati da sogni o traumi infantili; credo che diventare uno scrittore (o un pittore, attore, regista, ballerino, e così via) sia un diretto risultato della volontà conscia. Certamente ci vuole il talento, ma il talento è merce di poco costo, meno del sale. Ciò che separa l’ individuo di talento dall’ individuo di talento e di successo è un sacco di duro lavoro e di studio; un costante processo di affilatura.
Il talento è un coltello smussato che non taglierà niente se non è brandito con grande forza, una forza così grande che il coltello non taglia ma frantuma, spezza (e dopo due o tre di questi titanici colpi può anche rompersi… e questo potrebbe essere successo a scrittori così diversi tra loro come Ross Lockridge e Robert E. Howard). La disciplina e il lavoro costante sono le pietre da cote su cui si affila lo smussato coltello del talento finché diventa così tagliente, si spera, da tagliare anche le carni e le cartilagini più dure. Nessuno scrittore, pittore, o attore – nessun artista – nasce mai con un coltello affilato (anche se a qualcuno toccano immensi coltelli; il nome che diamo agli artisti con i coltelli enormi è “i gen”), e li affiliamo con vari gradi di zelo e capacità. Sto dicendo che, per avere successo, l’ artista in ogni campo deve trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Quale sia il tempo giusto è nelle mani degli dèi, ma tutti i bambini, dopotutto, ancor prima di nascere trovano il posto dove stare, e aspettano. Ma qual è il posto giusto? Questo è uno dei grandi, piacevoli misteri dell’ esperienza umana”.

Stephen King, Danse macabre. Mandare a memoria.

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6 Risposte to “Le cose che contano sono affilate”

  1. Vale Says:

    Più vado avanti, nel conoscerti, più mi accorgo delle affinità che ci avvicinano ^_^
    Buongiorno, Lara.

  2. Andrea Says:

    Noto tre cose interessanti nel pezzo che di King hai citato: 1 King ha perfettamente ragione quando dice che “giudizi psicologici così a buon mercato sono poco meglio dell’astrologia” (e questo, naturalmente, vale per tutti, non solo per gli scrittori), 2 King ha una verve comica invidiabile (e riconferma una mia vecchia teoria sul rapporto tra comicità e orrore…), 3 King ce l’ha proprio con Robert E. Howard! 🙂

  3. boscodisera Says:

    Una volta mi hanno chiesto, conoscendo la mia passione per gli scritti del Re, cosa avrei fatto se avessi potuto incontrarlo di persona e porgli una domanda.
    In primo luogo, visto che sono molto timida, non credo avrei il coraggio di avvicinarmi a lui e tantomeno di porgli una domanda, ma se il coraggio venisse fuori, magari spinto al di la del mio debole costato cardiaco dalla disperazione, forse gli chiederei come mai in Italia fare gli scrittori e vedersi pubblicati è più difficile che scalare l’Everest in mutande di inverno.
    Probabilmente farei la figura della pazza, e allora altrettanto probabilmente finirei come personaggio occulto di qualche suo scritto.
    Mica poco!

  4. Lara Manni Says:

    A me la cosa che colpisce (positivamente) è soprattutto il rifiuto della psicologia spicciola…cosa di cui non si riesce così facilmente a liberarsi, anche e persin soprattutto in letteratura.

  5. Stregatto Says:

    Sono più che d’accordo sulla parte del talento; tanto credono che “ci vuole talento”, quando secondo me, più che altro, ci vuole impegno!

    Grazie dello spunto!

  6. Lara Manni Says:

    Senza l’impegno, gattone, il talento è poca cosa.

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