Demoni che bussano alla porta

Oggi sui giornali si parla del nuovo horror di John Carpenter, The Ward (ambientato in un ospedale psichiatrico, e qui il mio interesse sale molto). Carpenter, che è un grandissimo, dice una cosa molto semplice e molto umile, a mio modo di vedere: “Non sono entrato nel cinema per fare horror, ma è l’horror che ha bussato alla porta di casa”.
Discorso interessante: non si “sceglie” un genere, ma credo che valga il contrario. A meno di non voler scrivere per infilarsi a tutti i costi nel filone vincente – giallo, noir, horror o fantasy o paranormal romance che sia – si parte dalla scrittura e poi si arriva al genere.
Tanto per restare nel parallelo narrativa-cinema, e tanto per riprendere il discorso di due giorni fa, Saverio Costanzo ha più volte usato nelle interviste pre-Mostra il termine horror a proposito de La solitudine dei numeri primi. Da quel che ho capito leggendo le cronache successive, di horror c’era solo la musica dei Goblin. A proposito di come si maneggiano le parole, e i generi.

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20 Risposte to “Demoni che bussano alla porta”

  1. Caska Says:

    Assolutamente vero, e credo sia anche il motivo per cui non puoi semplicemente smettere di fare un genere e passare a un altro, anche se magari ti sembra più semplice/redditizio. Certo ci sono persone molto poliedriche che spaziano, io stessa ho cercato di scrivere cose diverse tra loro negli anni, ma c’è un approccio di base, secondo me, che non cambia. La cosa divertente, casomai, è vedere un approccio “realistico” applicato al fantasy (che poi penso sia quello che ha generato lo urban fantasy, alla fin fine), o sarebbe bello vedere tracce fantasy in una storia “realistica”. Peccato che poi c’è chi andrebbe in crisi e dovrebbe inventarsi un nuovo genere, sennò su che scaffale mette i libri?

  2. Luciana Says:

    Pienamente d’accordo sul fatto che il genere (come molte altre cose che riguardano un racconto-romanzo-film) si determina a posteriori rispetto alla scrittura. Spesso anche la “morale della favola” viene dopo, è il risultato automatico e non il fine premeditato della realizzazione della storia.
    Sarebbe interessante capire poi perchè ad alcune porte, proprio a quelle, bussano i demoni, ad altre gli eroi, ad altre ancora i personaggi storici, gli adolescenti, i detective e così via. Ma non sono nemmeno sicura che si possa rispondere a una domanda del genere.

    Per quel che riguarda il collocare un’opera all’interno di un genere piuttosto che un altro, secondo me non è tanto una questione di fare attenzione alle parole, è che spesso si tende ad andare ad “interpretazione”, a prescindere dalle intenzioni dell’autore dell’opera e della dicitura in cima allo scaffale, considerando anche che spesso i generi sono poco definiti e definibili.
    Se poi si vuole per forza etichettare un’opera in un determinato modo perchè così fa audience e attira l’attenzione quello è un altro paio di maniche.

    (PS: un horror ambientato in ospedale psichiatrico fa salire l’interesse alle stelle anche a me)

  3. Lara Manni Says:

    Vero Luciana?
    E’ sempre la solita questione, in effetti. In quale scaffale metti McCarthy? O Murakami?
    La domanda è molto interessante: penso che i demoni bussino alle porte che sanno disponibili ad aprirsi.

  4. Paolo E. Says:

    Pur non essendo uno scrittore, penso di capire cosa volete dire. Non ci può essere uno sforzo creativo volto a generare un’opera di un certo “genere”. Sono considerazioni che si fanno a posteriori; lasciatemi però dire che, anche se non sono certo di tipo artistico, certe coniderazioni vanno fatte. Tra tutte le opere pubblicate in un anno, un certo tipo di classificazione bisogna darlo: quello che se mai non va bene è che la classificazione soffochi la vena artistica. Che so, in fase di editing viene pesantemente corretta un’opera perchè “abbiamo bisogno di un romanzo per bambini (o per young adults, o che so io)”.

    Riguardo ai personaggi che sembrano vivere di vita propria e che bussano alla mente degli scrittori, suggerisco una bellissima novella di Luigi Pirandello: “la tragedia di un personaggio”, in cui un personaggio non pirandelliano compare al cospetto dello scrittore, lamentandosi che il suo autore lo aveva messo al mondo in maniera banale e scontata.

    Un paio di domande, banali curiosità da lettore.

    1) Luigi Pirandello si riservava il privilegio di “respingere” personaggi che bussavano alla sua porta e che non lo interessavano, a questi personaggi tuttavia riconosceva, comunque una certa “esistenza”. A voi è mai capitata una cosa del genere, che una certa figura compaia insistentemente e quasi fastidiosamente nel vostro pensiero, nonostante abbiate deciso che non vi interessi?

    2) Secondo Pirandello, consegnare un personaggio alla realtà attraverso la scrittura equivale a farlo “morire”. Probabilmente perchè nella mente dello scrittore esso è dinamico, perpetuamente in divenire, mentre in un’opera si cristallizza. Quando scrivete, voi i vostri personaggi li sentite “morire”?

  5. giulia Says:

    “e credo sia anche il motivo per cui non puoi semplicemente smettere di fare un genere e passare a un altro, anche se magari ti sembra più semplice/redditizio”
    …non mi è chiaro: vuol dire che uno scrittore non potrà mai scrivere cose “diverse”?
    Non credo sia così, anzi!
    Se invece si intende dire che smettere di fare un genere per passare a un altro solo per questioni econimiche allora ok, concordo.

  6. giulia Says:

    mi sono scordata un pezzo di frase, sopra:
    Se invece si intende dire che smettere di fare un genere per passare a un altro solo per questioni econimiche comporta la trasformazione dell’arte in una schifezza , allora ok, concordo.

  7. zeros Says:

    @ Giulia: credo che il concetto fosse che se un demone (quello del giallo, quello dell’horror, quello del fantasy, quello della romance) ha bussato alla tua porta e tu lo hai fatto entrare, poi non te ne liberi così facilmente.
    Se l’horror ti viene perché ce l’hai nella testa, nel cuore e nelle viscere, allora quando tenterai di scrivere un giallo l’horror spunterà lo stesso, contaminando la componente “gialla” o addirittura prendendo il sopravvento su di essa.
    Se il genere è un demone vero e non moda, non riesci a scrollartelo di dosso facilmente. Se è solo moda e non demone, il genere è solo un abito da cambiare a seconda delle convenienze momentanee.
    Credo molto di più nell’autore “indemoniato” che nel “modaiolo”, anche se qualche rara eccezione probabilmente esiste (tipo chi la moda l’ha creata quando ancora era fuori-moda).
    E non necessariamente il demone è un genere; credo si possa fare lo stesso discorso per certe tematiche che uno si porta dietro di opera in opera, più o meno esplicite, più o meno evidenti, ma sempre lì, se guardi bene.
    Io scribacchio per diletto e so di avere aperto la porta a un piccolo stuolo di demoni, il principale dei quali è il fantastico. Non riesco a scrivere qualcosa di realistico al 100%, non mi viene, mi riesce sterile e morto: è proprio un demone egocentrico! 😛

    Quanto ai generi… Trovo che le classificazioni siano sempre insoddisfacenti. Se stai troppo sul generale, le classificazioni non dicono nulla; se vai troppo nel particolare, ogni opera ha una categoria a sé e lo scopo della catalogazione è fallito. L’aristotelica virtù nel mezzo? Trovarla è una faticaccia improba irta di insoddisfazioni.
    Però, se proprio uno sente la necessità di catalogare la propria opera, credo che l’unico meccanismo veramente sensato e onesto sia prendere la scrittura e solo a partire da quella catalogare.
    Eppure, a pensarci bene, ci sono anche autori che partono dall’idea di fare una versione X di Y (dove X è un genere e Y un’opera esistente di genere completamente diverso) e poi cercano/trovano il modo di farla: è presunzione o sfida personale? Boh, non lo so, però qualche volta da risultati interessanti.

    Poi ci sono quelli che non sanno manco cosa vogliono dire le parole che si mettono in bocca (o che l’ufficio stampa mette loro in bocca?), e lì non si può far altro che scuotere sconsolati la testa e affidarsi alla speranza che i Grandi Antichi li usino per farsi uno spuntino notturno… 😉

  8. boscodisera Says:

    Per quanto riguarda Murakami,per ora è nei miei scaffali,mio marito se ne è innamorato e sta leggendo praticamente solo quello!Comunque,tornando ad argomenti sui generi,io scrivo fantascienza,che in Italia è piuttosto di nicchia e viene pubblicato in due modi:o in stile urania impoverita-la collana della mondadori filo americana-anglosassone con puntatine sui romanzi italiani a volte decisamente scarsi-o su siti appositi on line,di cui però non ho trovato finora uno abbastanza appetibile, tranne il Paradiso degli orchi che però non tratta fantascienza ma di tutto un po’.Io pubblico-o meglio,lo facevo ora le pubblicazioni vanno a rilento per problemi economici…-da Elara libri,che tratta sf,fantasy e horror, e UDITE UDITE!,non si fa pagare nulla,certo nemmeno ci guadagno ma almeno pubblico senza dover pagare per il mio lavoro.Comunque,etichettare è roba per provette da laboratorio.
    E chi lo fa dovrebbe perlomeno sapere di cosa parla.

  9. boscodisera Says:

    Dimenticavo:mi piace molto Christopher Moore.Dove lo metto?Nel fantasy,nella fantascienza,nel porno amatoriale?

  10. Lara Manni Says:

    Bella domanda, boscodisera. Il punto è: cosa succede quando capiti nel momento sbagliato? Quando i demoni vanno di moda e tu ne scrivi da prima e sei costretto a stra-ultravendere per restare nella moda? Ahi. Ahi.

  11. boscodisera Says:

    Se continui a scrivere come hai scritto di demoni per Esbat a me va più che bene!Certo, le vendite non ti avranno dato ragione e soddisfazione,dovrai accontentarti della mia incondizionata stima, Lara!

  12. Giobix Says:

    forse l’hai già visto, ma uno dei demoni più interessanti degli ultimi tempi e il Ginosaji 🙂 (tra l’altro, sotto la superfice demenziale, l’elemento ossessivo è davvero inquietante) http://www.youtube.com/watch?v=9VDvgL58h_Y

  13. zeros Says:

    @ Lara: bella domanda la tua! Non ho idea di come ci si senta a riuscire a pubblicare solo quando il tuo demone è diventato di moda, o ad avere addosso la pressione di dover fare vendite allucinanti sgomitando tra i modaioli. Ma credo che non sia bello, né facile. E non oso immaginare cosa succeda quando il tuo demone passa di moda e tu proprio non riesci a staccartene (sennò che demone sarebbe?) e la gente pensa che sei rimasto attaccato a una tendenza ormai fuori moda.
    Vita d’inferno, quella dello scrittore indemoniato! 😉

  14. Lara Manni Says:

    E’ IL problema, zeros. Io continuo a pensare che la valanga di paranormal ci abbia da una parte aiutato ma che adesso rischi di farci molto, molto male.

  15. zeros Says:

    Aiutato? Forse a sdoganare e riportare in vista il fantastico, ma temo che in realtà sin dall’inizio gli abbia fatto male. Credo sia una “congiuntura editoriale” negativa, in cui gli editori hanno perso la capacità di fare scelte autonome e si buttano ossessivamente a rincorrere mode, indifferenti al valore reale di quel che pubblicano, alla sua vitalità post-moda.
    Tanto, troppo di quel che viene pubblicato e sbandierato come capolavoro oggi, tra qualche tempo, passata la moda, finirà al macero senza un secondo pensiero. Il problema è che nel mare di zozzume e marciume, qualche cosa positiva (poche, pochissime!) c’è ma viene soffocata o nascosta. Non c’è la visibilità per l’indemoniato bravo, solo per il modaiolo.
    E quando passerà la moda, al povero indemoniato rimarrà un’etichetta immeritata (“Eh, sì, ha pubblicato, ma solo perché andavano di moda i fantasy!”) e, temo, la fatica di tirarsi fuori dalla categoria ormai fuori moda.
    Sono un po’ disincantata, temo, ma in questi giorni… boh, va così, ho poca fiducia nelle possibilità degli indemoniati veri.
    La mia prof di estetica probabilmente direbbe che questo proliferare di è semplicemente un momento di kitsch, come tanti ce ne sono stati, e che passerà quando la cultura di massa troverà un’altra forma di kitsch.
    Speriamo che qualcosa si salvi ancora, dopo il passaggio di questo ciclone kitsch.

  16. Lara Manni Says:

    Zeros, è quel che penso io. E non è un bel pensiero, in questo momento. Bisogna, forse, resistere e sperare.

  17. zeros Says:

    Credo che resistere e sperare siano le uniche alternative fattive e positive, insieme a continuare a impegnarsi per dare il meglio.
    Altrimenti rimane solo il piangersi addosso, ma il vittimismo non ha mai cambiato le cose.

  18. Lara Manni Says:

    Condivido ogni parola. 🙂

  19. zeros Says:

    E’ da venerdì che mi riprometto di postarlo, finalmente ce la faccio.
    Credo che ci stia bene, con la questione dei demoni e con la tua passione per zio Howard:

    <>

    GIANNI PILO e SEBASTIANO FUSCO, “Introduzione” a “Lovecraft. Tutti i romanzi e i racconti”

  20. zeros Says:

    Sorry, problema di post, il testo è questo:

    Ma, come ha osservato di recente Pietro Citati, dietro ogni teso abita un testo nascosto. Dentro i libri che noi vediamo, ci sono libri segreti che non sempre l’autore sa di aver scritto. Anzi, spesso lo scrittore ignora completamente questo libro oscuro.
    Esso affiora attraverso il ritorno di certi simboli, o verità, o rapporti interni, o segrete corrispondenze. Attraverso questi dati emerge una trama invisibile, che il libro apparente tiene sepolta, e ce manifesta il vero messaggio dell’autore.
    Il fermentare del Fantastico sotto il Velo di Maya della realtà, l’eco indistinta di un “raspare d’ali nere ai confini dell’infinito” sono le note dalle quali si ricostruisce il libro occulto di H. P. Lovecraft, quel libro il cui insolito fascino è tale da catturare personalità tanto diverse, saldare insieme ideologie contrapposte, dar corpo alle illusioni e far vivere i miti inconsci.

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