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1915/1

ottobre 18, 2010

Tutto, in realtà, comincia con mia nonna, e con i libri che conservava. Libri dove la Grande Guerra veniva rappresentata come la gioiosa corsa verso la morte di un gruppo di eroi.
Eroi di vent’anni, spesso analfabeti, nella maggior parte dei casi ignari o decisamente contrari alla fine di gloria e luce che veniva loro prospettata dagli intellettuali interventisti.  Per la maggior parte di quei ragazzi, la guerra non era igiene del mondo, come tuonava nel 1915 Filippo Tommaso Marinetti (“La Guerra, futurismo intensificato, non ucciderà mai la Guerra, come sperano i passatisti, ma ucciderà il passatismo.  La Guerra è un’imposizione fulminea di coraggio, di energia e d’intelligenza a tutti”)
Mettete a confronto le frasi di Giani Stuparich, uno degli scrittori che si arruolò volontario (insieme a Scipio Slataper, che morirà sul Podgora, e al fratello Carlo,che morirà sul Cengio).
Il 25 maggio 1915, Giani scrive:

“Dopo aver attraversato la città deserta, fui sorpreso di trovar tanta gente. Passando, quasi tutti i discorsi che coglievo erano sulla guerra. Da poco più di ventiquattro ore avevamo dichiarato guerra all’Austria. Nel mio compartimento di terza, tutti quei contadini toscani erano evidentemente contrari alla guerra. Ma io m’ero proposto d’evitare ogni discussione. Ormai per conto mio m’ero risolto: non più parole; se n’erano dette tante che mi venivano a schifo”.

Passano poche settimane. Pochi giorni, anzi. E il tono comincia a cambiare:

“11 giugno 1915 – Dobbia
[…] Vita di stenti, senza orizzonti; tutto duole dentro di noi e tutto, fuori di noi, ci affligge. S’aggiunge il malessere della sporcizia e, più umiliante ancora, un senso disperato d’inerzia. La coscienza s’oscura nel dubbio, se abbiamo fatto bene a voler la guerra. Questo è il tormento più grave di tutti. Ma non può durare. L’animo si ribella a questa debolezza… Ci sentiamo isolati tra i compagni. L’egoismo che si sviluppa per necessità bestiale nella grande fatica, ci ripugna. Ognuno pensa duramente a sé, e noi che credevamo a una fraterna collaborazione, tanto più grande nel pericolo, ce ne sentiamo offesi e umiliati”.

Meno di due mesi dopo:

“6 agosto 1915 – Trincee del Lisert
Ancora qua. Il posto ci è diventato odioso; queste trincee che, nel venirci, avevamo sperato fossero la più salda e comoda difesa che fino allora conoscevamo, si sono dimostrate invece un esposto e facile bersaglio per gli austriaci, una vera posizione di martirio per noi. Di qua non è possibile uscire all’assalto, perché il terreno paludoso davanti non lo permette, di qua non avverrà mai di dover respingere un attacco nemico pienamente spiegato; le perdite qua sono molte e più dolorose che altrove perché sembrano inutili… Io guardo le facce dei compagni superstiti e mi vedo riflesso in loro: è doloroso accorgersi che l’anima non brilla più negli occhi di nessuno”.

Con l’autunno, sarebbe iniziato l’inferno.
Ho scelto come ambientazione una delle battaglie dell’Isonzo: la terza. 18 ottobre- 4 novembre 1915.  Perdite stimate nell’esercito italiano: sessantamila.