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1915/2

ottobre 19, 2010

Piccola premessa: quello che leggete e leggerete in questa serie di post non è un’anticipazione di quel che troverete in Sopdet. Al contrario: qui parlo di cose che non troverete affatto. Semmai, queste vicende costituiscono  il retroscena di quello che mi ha portato a Sopdet: al massimo, ne ritroverete l’eco in una riga o due, in una parola, in un nome, in un luogo. Questo, insomma, non è che il terreno su cui ho camminato e respirato. Non serve conoscerlo per leggere una storia:  molto semplicemente, ho deciso di mettere in comune alcuni dei fatti che mi hanno colpito  in questi mesi.

Più delle ragioni storiche che hanno portato l’Italia alla guerra, per esempio, mi interessavano le migliaia di piccole storie di chi si è trovato nell’orrore del fronte. Molto spesso, senza volerlo affatto.
E allora mi sono domandata come si è arrivati all’immagine di una nazione infiammata di patriottismo e votata al sacrificio. Sì, certo, per volontà del primo ministro Antonio Salandra e del ministro degli Esteri Sidney Sonnino.  I quali ebbero però almeno un complice. I cui libri erano sempre presenti “nelle vetrine di ogni libraio d’Italia”.
Gabriele D’Annunzio fu l’interventista più acceso: amava la guerra, l’aveva celebrata sul Corriere della Sera nel corso della campagna di Libia del 1911, le aveva dedicato poemi di ogni sorta. Il Corriere pagava, in cambio, alcuni dei suoi debiti: perchè negli anni che precedono la discesa in guerra dell’Italia D’Annunzio si trovava a Parigi, anche per tenersi lontano dai creditori italiani.
La svolta avvenne nel marzo 1915: D’Annunzio venne invitato all’inaugurazione di un monumento a Garibaldi a Quarto, alla presenza del re e dei ministri. Anche il governo francese lo contattò, chiedendogli esplicitamente di partecipare a “un progetto propagandistico” a favore dell’intervento dell’Italia. D’Annunzio ne fu entusiasta: e concordò con il direttore del Corriere la pubblicazione integrale del proprio discorso nel giorno in cui l’avrebbe pronunciato.
Ovvero, il 5 maggio. Eccone alcuni stralci:

“Beati quelli che hanno vent’anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa.
Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza ma la custodirono nella disciplina del guerriero.

Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perchè saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perchè avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore”.

Tra gli ascoltatori c’era un altro interventista, un giornalista: si chiamava Benito Mussolini.
Quanto a D’Annunzio, ripartì subito per Roma. Dal balcone dell’albergo tenne un altro discorso. Frase chiave:

“Se considerato è come crimine l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine”.

Il 14 maggio parlò a teatro, accusando Giolitti di essere un “supremo malfattore”. Il 19 incontrò il re. Il 20 il Parlamento votò a favore della guerra. Il 25 D’Annunzio scrisse:

“La nostra vigilia è finita. La nostra ebbrezza incomincia…L’uccisione comincia, la distruzione comincia. Uno della nostra gente è morto sul mare, uno della nostra gente è morto sul suolo…Tutto quel popolo, che ieri tumultuava nelle vie e nelle piazze, che ieri a gran voce domandava la guerra, è pieno di vene, è pieno di sangue”.

Alla fine di maggio, Cadorna gli promise il grado (e il salario) di ufficiale. Anche il direttore del Corriere della Sera gli assicurò uno stipendio per le sue corrispondenze. Divenne il “poeta del massacro”.
Non fu il solo.