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ottobre 20, 2010

C’è un libro che spiegherebbe molte cose sul massacro degli italiani, soprattutto nei primi mesi di guerra. Il libro, a dire il vero, nacque come articolo, e venne pubblicato nel 1888 sulla Rivista militare italiana, poi divenne un opuscolo più volte ristampato. Si chiamava Attacco frontale e ammaestramento tattico. Il nome dell’autore era Luigi Cadorna, futuro generalissimo della Grande Guerra. La tesi: il potere della fanteria.
Per esempio:

“L’offensiva è redditizia e quasi sempre possibile perfino contro posizioni montuose che appaiono imprendibili”.

Quel che contava era:

“la superiorità del fuoco e l’irresistibile movimento in avanti. Di questi il secondo è il più importante (vincere significa avanzare)”.

Lo sperimenterà proprio Giani Stuparich, di cui abbiamo fatto la conoscenza un paio di giorni fa.  Già alla fine di maggio, in viaggio verso il fronte, Giani aveva osservato con stupore il silenzio di un soldato dallo sguardo febbricitante, immobile, con la bocca aperta e gli occhi acquosi. Comprese, infine, che quel soldato era un contadino che conosceva solo il dialetto e non capiva cosa gli stesse accadendo e dove stesse andando.  Si recava, semplicemente, al macello.  Primo colpo per il venticinquenne euforico ed eccitato dalla guerra che Giani era stato e che parzialmente continuava ad essere.
Quando entra a Monfalcone, Stuparich è accolto da una notizia: cento uomini sono stati uccisi dal fuoco amico. Problemi di coordinamento fra artiglieria e assalti della fanteria tanto cara a Cadorna.
Il 9 giugno, a Sagrado, gli italiani si scontrano con gli austriaci mettendo in pratica la strategia del “vincere significa avanzare”.  Il luogo è l’Isonzo. Gli italiani gettano un ponte di barche e avanzano, appunto, verso le postazioni austriache, che l’artiglieria tiene sotto tiro.
Poi, il maggiore dà il segnale. I soldati balzano in piedi gridando “Savoia” e corrono. Gli austriaci aprono il fuoco. Il ponte viene distrutto. Gli italiani innestano le baionette e avanzano. Gli austriaci gettano le bombe a mano. In una sola giornata, muoiono cinquecento italiani, solo a Sagrado. Nel primo mese di guerra il nostro esercito ne perse ventimila. Le perdite austriache si attestarono attorno ai cinquemila uomini.
Gli assalti alla Cadorna continueranno a lungo. Abbiamo notizia di quello del 1 luglio, sul San Michele, grazie al sottotenente della Brigata Pisa, Renato Di Stolfo. Avviene così.
Alle sei del mattino i soldati attraversano la collina sotto un temporale che rende la mantellina di Di Stolfo talmente pesante che deve toglierla. Dovrebbe guidare il plotone impugnando una pistola: non ne ha, e usa la sua sciabola (priva di filo). A mezzogiorno sono pronti all’assalto. Gli uomini poggiano un ginocchio a terra, gli ufficiali sono in piedi, con le sciabole. Squilla una tromba. I soldati urlano “Savoia!”. La banda suona la Marcia reale. I soldati attaccano il pendio. Il fuoco austriaco è invisibile e  implacabile. Li falcia quasi tutti. La musica cessa. Gli ufficiali cadono sotto le mitragliatrici, coprono i corpi dei soldati che strisciano in cerca di riparo. E’ il disastro.
Commenta Di Stolfo:
“In un pulviscolo di morte e di gloria, in pochi istanti la epica e classica battaglia alla garibaldina è stroncata e relegata nei recessi della Storia!”.
La realtà che si offre ai poeti e ai cuori ardenti di gloria è completamente diversa da quella che era stata promessa.
Alla fine di ottobre – il momento che ho scelto in Sopdet – questa consapevolezza è già forte all’interno dell’esercito. Ma nessuno può tirarsi indietro.