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1915/4

ottobre 21, 2010

Sognavano. A dispetto dei fatti, che trapelavano a malapena.
La Seconda battaglia dell’Isonzo dura dal 18 luglio al 3 agosto 1915. I morti italiani sono 42.ooo. Nella Prima battaglia erano caduti in 15.000.
Eppure, sognavano.
Non tutti, certo. Per esempio, i sogni di Giani Stuparich sono svaniti presto, negli ultimi giorni di luglio. Le trincee, fatte di pietra, ardono come fuoco. Il Carso, che secondo una leggenda era stato maledetto da Dio in persona, brilla e fiammeggia, scrive un ufficiale austriaco, “come se i raggi solari cadessero su milioni di specchi”. Le tende per ripararsi sono fatte di pezze di canapa. Riescono ad allontanare – poco – il calore del sole, ma non il puzzo dei cadaveri insepolti e delle feci.
Gli italiani sono sotto il tiro incessante delle bombe austriache. “Hanno un effetto orrendo. Un povero alpino ha perso le gambe e ha avuto le viscere lacerate”, scrive un ufficiale. I morti, noterà ancora, si ammucchiano gli uni sugli altri durante i vani tentativi di tagliare i fili dei reticolati nemici. Del resto, gli austriaci dichiarano che sparare agli italiani è più facile che sparare ai bersagli durante gli esercizi di tiro.
Per il terrore, gli ufficiali alterano le statistiche. Il generale Reisoli della Seconda armata ordina che le perdite non vengano riferite alle autorità superiori. Salandra e Sonnino iniziano a capire che qualcosa non funziona. Ma non Cadorna.

Nè i volontari “asbugici”, che vivevano in Austria-Ungheria pur essendo italiani: istruiti, colti, preparati a differenza dei soldati che in guerra vennero trascinati. E desiderosi di morte.
Dal diario di Marco Prister:
“Ora entro in azione, forse tra poco sarò morto! Addio tutti! W l’Italia! Ricevo l’ordine di avanzare. Sono pronto. Si compia il mio destino! Evviva l’Italia”.
Dalla lettera di Antonio Bergamas alla madre:
“Quando tu riceverai questa mia, io non sarò più….Forse tu non comprenderai questo, non potrai capire come non essendo io costretto io sia andato a morire sui campi di battaglia”.
Oltre trecento volontari triestini  vennero falciati in guerra: divennero figure di culto quando Mussolini dedicò loro strade, piazze e scuole.
Il più famoso di loro è Scipio Slataper.
A diciannove anni, dichiarava di essere nato per “dar forma all’argilla”. Si trasferì da Trieste a Firenze, divenne collaboratore de La Voce, si invaghì di una ragazza, Anna Pulitzer, via lettera.  La trasformò in una Musa Ideale. Anna non resse al ruolo e si sparò di fronte a uno specchio.  Slataper sposa un’altra donna e costringe una terza innamorata, Elody Oblath, a una convivenza a tre. Si arruola volontario a maggio. Il 3 dicembre viene ucciso. Aveva 27 anni.
Elody commenterà:
“Credevamo di sapere gli orrori della guerra e in realtà non sapevamo che la nostra esaltazione”.
Ma la morte di Slataper non basterà per spezzare il fanatismo. Non subito. Il fanatismo sarà un soffio sulle trincee: incomprensibile per la stragrande maggioranza dei soldati che sapevano di essere stati mandati a morire per qualcosa che rimaneva un’enigma.