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1915/5

ottobre 22, 2010

Il Monte Sei Busi sorge fra il San Michele e Monfalcone. Non è un monte: è un costone carsico che sale e scende.
Fine ottobre 1915. Gli italiani hanno l’ordine di conquistare la trincea nemica sul Sei Busi.
Intorno a loro, le cose sono peggiorate.
Dal 9 dello stesso mese sono state sospese le licenze.
Tutti gli ufficiali che esitavano nel mandare al morire i propri soldati venivano rimpiazzati.
L’ordine era: “Sferrate un attacco con qualunque mezzo e la vittoria sarà nostra”.
Per non morire, i soldati si automutilavano. Hemingway lo racconta in Addio alle armi: ascessi, colpi di pistola sparati nei piedi, bruciature, ferite da taglio alle mani e ai piedi. Se individuata, l’automutilazione veniva punita con la fucilazione.
Gli ufficiali non sapevano come mostrare ai superiori che avevano bisogno di più uomini se non con un mezzo: “Non capite che ho bisogno di caduti, molti più caduti, se vogliamo mostrare agli alti papaveri non può avere successo?”, urlò un comandante di Corpo d’Armata.
E gli uomini delle trincee aspettavano, dunque, e aspettavano la morte. Giuseppe Ungaretti usò quest’espressione: “Andavano in silenzio, mitemente, come vanno gli italiani, morendo con un sorriso”.
Altri poeti e scrittori raccontano come quella mitezza fosse, molto spesso, terrore. Emilio Lussu, ufficiale della Brigata Sassari, racconta in Un anno sull’Altipiano come l’attesa dell’assalto, il conto alla rovescia, fosse il momento più tremendo di tutta la guerra. Dopo una doppia razione di grappa o cognac, gli uomini dovevano aspettare che l’ufficiale urlasse “Savoia!” prima di gettarsi sotto il fuoco austriaco. Chi parlava veniva fucilato. Lussu ricorda in poche, nette righe, i due compagni che poggiano la canna del fucile l’uno sotto la gola dell’altro e all’urlo “Savoia” premono contemporaneamente il grilletto.
Intanto, i poeti cantavano. Corrado Govoni celebrava l’ardore della distruzione in Guerra!
“Devasta sconquassa distruggi,
passa, passa, o bellissimo flagello umano,
sii peste terremoto ed uragano”.
La nostra vecchia conoscenza, D’Annunzio, aveva già celebrato nella Laus vitae lo stupro di guerra:
“Il grembo delle madri noi scruteremo col fuoco, e non rimarranno germi nelle piaghe fumanti”.
Non tutti certo. Ma per un Clemente Rebora che, disperato, scrive Viatico, dedicato alla lunga, straziante morte di un compagno (Pietà di noi rimasti/A rantolarci e non ha fine l’ora/Affretta l’agonia), infiammano gli animi i versi di tal Vittorio locchi:
“tutte le baionette
si piegano come bandiere
sugli altari dei monti,
su i santi carnai dei nostri morti”.

Sul costone dei Sei Busi venne costruito il sacrario di Redipuglia. Che ha molto a che vedere con Sopdet, ma questa è un’altra storia.