1915/6

Il 28 luglio 1915 Cadorna dichiara reato militare denigrare le operazioni di guerra, vilipendere le forze armate, diffondere notizie “diverse da quelle portate a conoscenza del pubblico”, “atte a turbare la pubblica tranquillità e a deprimere lo spirito pubblico”.
Le punizioni: fino a  quattro anni per aver dichiarato che gli articoli sui giornali erano bugiardi.
Di fatto, lo erano.
Dalle corrispondenze di guerra: “Qui la vita è sana, la guerra è mite. Qui anche la morte è bella”. Luigi Barzini, star del Corriere della Sera, sugli ufficiali che escono dai colloqui con Cadorna: “Ricompaiono trasfigurati, armati di una non so quale forza nuova, con una certezza negli occhi, con una fermezza serena nel viso, la fronte alta e come schiarita…Le loro preoccupazioni sono dissipate, i loro dubbi sono svaniti, si sente che ognuno di loro ha trovato oltre quella porta magica la soluzione del suo problema”.
Qualcuno, comunque,  si ribellava. Molti vennero fucilati.
Nel luglio 1917 i soldati della Brigata Catanzaro si rivoltarono al grido di “morte a D’Annunzio”. In ventotto, quasi tutti contadini meridionali,  vennero messi al muro. D’Annunzio in persona si affrettò ad assistere all’esecuzione.  Annotò del caldo e delle allodole che cantavano. Descrisse la scena.  I ventotto pregarono. Poi, il plotone sparò. D’Annunzio continuò a prendere  appunti: “Sotto le foglie vidi i berretti, gli elmetti, i brani delle cervella coperti dalle mosche a nuvoli, le righe del sangue già risecco fra gleba e gleba”.
Il 1917 fu l’anno delle decimazioni: pochi mesi prima, nove uomini della Brigata Ravenna vennero estratti a sorte per l’esecuzione dopo che il loro reggimento aveva protestato per l’annullamento delle licenze.
Scrisse Ugo Ojetti alla moglie: “Se non fanno dieci o dodici fucilazioni clamorose di pavidi e di fuggiaschi, non si ristabilisce l’equilibrio. I soldati son come cavalli: sentono il cavaliere che dice avanti, ma pensano indietro: e non saltano”.
Qualcuno di quei cavalli riuscì a gridare “Viva l’Italia” mentre i suoi compagni facevano fuoco.

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17 Risposte to “1915/6”

  1. Gabriella Mariani Says:

    Io nel resoconto di D’Annunzio non vedo una cronaca compiaciuta scritta da un sadico ma piuttosto un poema in prosa pieno di pietas per i ribelli.

    “Espiate voi la colpa? – scrisse l’infame (?) – O espiate la Patria contaminata, la stessa vostra gloria contaminata?”

    D’Annunzio fu l’unico a celebrare gli infelici della brigata Catanzaro. L’unico che potè omaggiare i corpi dei fucilati, poi sepolti in una fossa comune e senza nome, almeno con qualche foglia d’acanto.

  2. Lara Manni Says:

    Li omaggiò DOPO che erano morti. La morte li ha trasfigurati, come sempre. E prima?

  3. Andrea Says:

    Non è un po’ facile, dopo aver cantato per danaro la bellezza della guerra, cavarsela con un poema in prosa pieno di pietas per dei soldati fucilati? Nel frattempo la guerra travolgeva gli uomini della brigata Catanzaro e le loro famiglie: nessuno di quei disgraziati sarebbe tornato a casa dai propri cari e per che cosa? Chi li avrebbe risarciti di quelle perdite: D’Annunzio coi suoi poemi?

  4. Giobix Says:

    Pietas? Questi morivano per essersi ribellati e aver gridato “morte a D’Annunzio” e quello va pure ad assistere all’esecuzione prendendo appunti…non c’è nessuna pietà in questo, e soprattutto, nessuna vergogna.

  5. Alessandro Forlani Says:

    Off Topic (pardon): immagino, Lara, che avrai già raccolto bauli di videodocumentazione o filmografia “alternativa” sulla Grande Guerra ma… beh, ieri sono finalmente riuscito a vedere, a tre anni dall’uscita nelle sale all’estero (ma non in Italia… almeno da che mi risulti…) “Il Flauto Magico” (quello di Mozart, sì) di K. Branagh.

    Beh, se non lo conosci vedilo. As-so-lu-ta-men-te.

  6. Lara Manni Says:

    Visto 🙂

  7. Ilya Nightroad Says:

    Forse la certezza che quei soldati trasfigurati avevano negli occhi era la certezza della morte.
    Ho le lacrime agli occhi leggendo queste pagine di storia. E’ così che gli insegnanti dovrebbero insegnare nelle scuole.
    A nessuno frega quando nacque Napoleone o quando iniziò la prima guerra mondiale.
    Sono queste pagine quelle che dovremmo leggere.
    Forse impareremmo davvero qualcosa dal nostro passato…

  8. Lara Manni Says:

    Sai, Ilya, uno dei grandi problemi sulla Prima Guerra Mondiale è che ancora abbiamo nel sangue la retorica di quel dopoguerra che venne dal fascismo. I sacrari sono opere fasciste, e nei sacrari si esalta la morte eroica. Per me – e ne parlerò – il libro rivelazione fu appunto Addio alle armi, scritto da un americano, dove si raccontava delle fucilazioni, delle automutilazioni, della paura con uno sguardo libero. La storiografia di lingua inglese è molto dura con lo stato maggiore italiano, e non da oggi. In effetti, bisognerebbe cominciare a diffonderla. Ancora grazie.

  9. Gabriella Mariani Says:

    D’Annunzio è l’unico che ci ha dato una testimonianza diretta di quel massacro, l’unico. Io penso che in lui sia sorto come un rimorso di coscienza. Non fu l’unico ufficiale di cui i ribelli cercarono la morte, ma fu l’unico che mostrò pietà verso di loro, anche perché sapeva che quei disgraziati erano innocenti.

    “Siete innocenti? Siete traditi dalla sorte della decimazione? Si, vedo. La figura eroica del vostro reggimento è riscolpita nella vostra angoscia muta, nell‘osso delle vostre facce che hanno il colore del vostro grano, di quel grano grosso che si chiama grano del miracolo, o contadini. Siete contadini. Vi conosco alle mani. Vi conosco al modo di tenere i piedi in terra. Non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. ”

    Riconosce un vero eroismo a dei disertori. Vi sembra una cosa da poco?

    L’Italia diventa una sorta di divinità tirannica.

    “Ci fu una volta un re che non decimava i suoi secondo il costume romano ma faceva uccidere tutti quelli che nella statura non arrivassero all’elsa della sua grande spada. Di mezza statura voi siete, uomini di aratro, uomini di falce. Ma che importa? Tutti non dobbiamo oggi arrivare con l’animo all’elsa della spada d’Italia?”

    Sono parole che denunciano la violenza della repressione e celebrano le vittime. E tali restano, e non cambiano nella importanza e nel loro significato perché le ha scritte d’Annunzio in una lingua oggi demodè, ragionando secondo criteri che non sono quelli dei posteri.

  10. Lara Manni Says:

    Gabriella, Gabriele D’Annunzio scrive due volte di quell’esperienza: la prima nel Libro ascetico della giovane Italia, da cui vengono le parole che ho postato. La reazione emotiva è pari a zero, lo colpiscono più le allodole. La seconda volta in un testo raccolto nelle “Prose di ricerca, di lotta di comando, di conquista, di tormento, d’indovinamento, di rinnovamento, di celebrazione, di rivendicazione, di liberazione, di favole, di giochi, di baleni”, dove a posteriori nobilita, nella morte, quegli stessi uomini: “non voglio sapere se siete innocenti, se siete colpevoli. So che foste prodi, che foste costanti”.
    In realtà, a D’Annunzio come a Cadorna, non interessava la colpevolezza: ma il deterrente. Dovevano esserci fucilazioni perchè non ci fossero sollevazioni. A guerra finita, era ininfluente.

  11. Laurie Says:

    Leggere gli ultimi post mi ha riportato indietro alle mie lezioni di storia al liceo (sì, insegnano ancora che la Prima Guerra Mondiale è stata un disastro xD).
    Io non sopporto D’Annunzio, comunque, lo trovo terribilmente pieno di sè, a cominciare dal nome altisonante che si volle imporre. Il suo stile di vita e le sue idee superano di gran lunga qualsiasi merito letterario possedesse; per me non ne ha, non dopo che scrisse il Piacere come una scoppiazzatura di bassa lega del Decadentismo d’Oltralpe. Forse l’unico “merito” che gli concedo è di essersi arruolato invece di rimanere a esaltare le guerra a parole. Sì, certo, un merito molto controverso…

  12. Gabriella Mariani Says:

    Io insisto. D’Annunzio è un trombone, a scuola in molti lo hanno odiato, quindi parlare di lui non può che attirare tutte le simpatie degli studenti italiani.
    D’Annunzio era ben lontano dall’essere emotivamente alieno all’episodio di Santa Maria la Longa, visto che ci tornò più volte. Anche nei brani su cui ti concentri tu- i “diari di guerra” – gli appunti iniziali e il libro ascetico, il pathos nel contemplare la morte è chiarissimo. Nel “Libro” è presente infatti il carme “Cantano i morti con la terra in bocca”. Impressionante, crudo, brutale. Negli appunti le allodole e l’afa vengono citate, è vero, ma tutta l’attenzione del poeta è concentrata sull’evento tragico.

    D’Annunzio non fu un pacifista. Non avrebbe mai condannato apertamente le fucilazioni. Non ignorò però la tragedia dei decimati e non partecipò all’episodio nella sola veste di sadico voyeur. Non costruiamo un falso mito del poeta-orco alternativo a quello, altrettanto fasullo, del poeta-eroe.

  13. Lara Manni Says:

    Gabriella, io ho amato la poesia di D’Annunzio e la amo ancora. Ma una cosa è il testo, una cosa è l’uomo (non vorrei incorrere nello stesso errore in cui incappano certuni ultimamente).
    Era affascinato dalla morte come poeta, era più che collaborazionista come uomo. Qui io giudico l’uomo, non il poeta. In quel caso era affascinato dai morti poeticamente, ma come amico e cantore di Cadorna sapeva che quei morti servivano. Ho ancora l’episodio del Timavo da raccontare, peraltro, che lo dimostra.
    Lau: il punto era che decideva lui a quali battaglie partecipare 🙂

  14. Ilya Nightroad Says:

    La cosa che mi stupisce e inorridisce è che ancora oggi, quando si studiano questi argomenti, i professori li propongono davvero con i toni con cui potrebbe parlarne un patriota fanatico.
    Non ho nulla di personale contro il patriottismo, ma credo che sia buona causa di guerra. Ma questo è un altro discorso…
    Addio alle Armi l’ho letto quando avevo 15 anni. Lo adorai però dovrei rileggerlo con gli occhi di una persona adulta. Molte cose temo di averle perse.. Mi ricordo comunque l’estrema crudezza e sincerità di particolari. L’assoluta mancanza di mezzi termini. Perchè non ci sono mezzi termini in guerra. Non c’è nulla di glorioso. Meglio automutilarsi, subire tale vergogna, che andare contro una morte per motivi non propri. Chi disertava non era un traditore, era la persona più vera. Era chi aveva il coraggio di fare di tutto per sottrarsi ad un destino che non le apparteneva.

  15. Lara Manni Says:

    Verissimo Ilya: ma è una questione, ahimé, di storiografia. Addio alle armi – ne parlo proprio oggi – è stato un romanzo fondamentale per capire, e lo è ancora.

  16. Anonimo Says:

    Carissimi,
    ho trovato questo sito e letto i vostri commenti. Devo fare un’ osservazione : D’ Annunzio prese alcuni appunti la mattina delle decimazione della Catanzaro. Lo scritto che avete citato risale ad alcuni anni dopo ed è un’ elaborazione quasi teatrale della vicenda, anche se fra le righe possono essere individuati alcuni aspetti critici verso la decisione dei comandi, ma anche nei confronti della rivolta che mise in discussione l’ aspetto “eroico” della Catanzaro, che non venne affatto intaccato secondo il mio parere.
    Ma il vate non scrisse nulla di criticamente esplicito verso i comandi nè elencò i fucilati gettati in una fossa comune. Infine se quei soldati spararono contro la villa dei Colloredo che ospitava D’ Annunzio non potrebbe darsi che uno dei due o entrambi abbiano chiamato il generale che comndava il Coprpo d’ Armata o ancora piu’ su per invocare aiuto, visto il pericolo di vita che correvano?

  17. Lara Manni Says:

    Anonimo, ho citato le fonti storiche da cui ho tratto la ricostruzione. Fra le altre, “La guerra bianca”, che è stato tradotto in italiano qualche anno fa, e riporta non pareri, ma documenti.

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