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1915/8

ottobre 27, 2010

Il fiume è il Timavo, la data il 28 maggio 1917. L’episodio è minimo rispetto all’ecatombe dei mesi precedenti e a quella che verrà: ma rende bene, credo, l’idea di cosa abbia significato la parola propaganda. Simboli che diventano fatti. Fatti che diventano parole. Parole poetiche.
Il battaglione “Lupi di Toscana” deve attaversare il Timavo su una passarella di legno  e conquistare la Quota 28, proseguire fino a Duino e issare una gigantesca bandiera italiana sugli spalti del castello: la bandiera avrebbe risollevato il morale degli italiani di Trieste e spaventato gli austriaci.
Una pazzia: anche perchè difficilmente i venti chilometri di distanza fra Duino e Trieste avrebbero consentito ai triestini di vedere alcunchè. Ma era il simbolo a contare.
A concepire il piano fu infatti Gabriele D’Annunzio (è l’ultima volta che appare in questi post, ma la storia vale la pena di essere raccontata), aiutante del comandante del battaglione, il maggiore Randaccio. Il quale esitava, prendeva tempo, dubitava della bontà e necessità della missione.
“Non sembra avere troppa fede. Io lo sostengo”, scrive D’Annunzio.
Fa di più: si precipita dal duca d’Aosta per essere autorizzato a procedere comunque, Randaccio o non Randaccio.
L’operazione ha dunque inizio: D’Annunzio porta la bandiera, i soldati avanzano verso la riva del fiume, un gruppo attraversa. Ma i mitraglieri austriaci, nascosti sul fianco della collina, aprono il fuoco. Quaranta italiani legano camicie bianche alle baionette, per non essere macellati. Randaccio ordina la ritirata, viene ferito. D’Annunzio, che era rimasto sull’altra riva, posa la testa sanguinante del comandante sulla bandiera e guarda con disgusto i “rinnegati” che si sono arresi dall’altra parte del fiume e sono stati fatti prigionieri. Fa di più: ordina ai soldati di far fuoco sui compagni italiani. “La battaglia – scrive nel suo diario – lascia nell’uomo sensuale una malinconia simile a quella che segue il grande piacere”.
Randaccio assunse subito lo status di eroe. Mentre agonizzava, supplicò D’Annunzio di dargli la capsula di veleno che il poeta portava con sè. D’Annunzio rifiutò. Motivò il suo triplice “no” nell’orazione funebre che tenne ad Aquileia sulla tomba di Randaccio: “Era necessario che soffrisse affinchè la sua vita potesse diventare poesia nell’immortalità della morte”.
Nei bollettini ufficiali la Quota 28 venne data per conquistata, a dispetto della realtà. Il discorso di D’Annunzio venne stampato e distribuito ai soldati per volontà del Duca d’Aosta.