1915/9

Non voglio morire, sono un vigliacco! (Oreste, La Grande Guerra)

1959. il premiatissimo film La Grande Guerra di Mario Monicelli viene presentato a Roma. Uno spettatore si alza e se ne va, indignato. Si chiama Carlo Emilio Gadda.
Era in quella guerra. Era sul fronte, come sottotenente del 5° Reggimento Alpini. E contestò, di Monicelli, la rappresentazione dell’esercito italiano come impreparato. Eppure, Monicelli fu fra i primi a dare voce alle migliaia di soldati che, per ammissione degli stessi ufficiali, non avevano potuto esprimere la propria indifferenza nei confronti della guerra. Anzi, la loro ignoranza venne santificata come “buon cuore” dell’italiano.
Come innocenza.
Il fascismo, del resto, aveva avuto buon gioco nel creare un culto massiccio di quel buon cuore e di quel presunto, innato eroismo. Aveva edificato sacrari e boschi del ricordo – lo racconterò domani – destinati a diffondere la retorica del sacrificio.
Eppure, Gadda si crucciò. Forse perchè l’aspetto comico del film lo aveva indignato. Forse perchè non aveva mantenuto la promessa fatta a se stesso. C’era un progetto che prendeva forma in lui fin dal 1919, quando voleva spezzare “il cerchio del silenzio sulla realtà della guerra” per impedire che accadesse ancora. Non lo realizzò.
Lo realizzò, invece,  Hemingway, che con spietata crudezza raccontò la verità in Addio alle armi. La guerra era indifferente a molti soldati.  Ma, come scrive giustamente lo storico Mark Thompson, il rimpianto di quella inesistente innocenza era, per gli intellettuali che avevano descritto la guerra, un rimpianto di altro genere:
“non sarebbe mai più accaduto che un così gran numero di contadini e operai coscritti si sacrificassero in nome di una cieca fiducia nei loro superiori sociali e intellettuali”.
Il film di Monicelli era arrivato tardi e tardi erano arrivate le riflessioni di Hemingway:
“Parole astratte come gloria, onore, coraggio o reliquia erano oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai numeri delle strade, ai nomi dei fiumi, ai numeri dei reggimenti e delle date”.
Altri sacrifici sarebbero stati richiesti. Altra propaganda si sarebbe messa all’opera. Altri monumenti funebri si sarebbero edificati.

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7 Risposte to “1915/9”

  1. Ilya Nightroad Says:

    Peccato che a sacrificarsi siano sempre le persone semplici…
    Ed è facile fare di quelle persone il proprio strumento. Malleabili nella loro quasi totale impotenza. Vuoi per l’ignoranza, vuoi per la povertà e la disperazione. Vuoi per la facile illusione.
    Ma i nomi dei villaggi distrutti sono reali. Reali come la fame, reali come le ferite inferte da una mina. Il coraggio, l’onore e la gloria sono solo parole per infarcire di bellezza qualcosa che non ha alcuna bellezza ma solo crudele verità: la morte.
    Grazie per avermi fatto ricordare quel passo, Lara.

  2. Lara Manni Says:

    Una morte non voluta. Grazie a te Ilya.

  3. diciottobrumaio Says:

    per comprende, tentare di comprendere, lo sterminio pianificato e perpetrato a danno di una massa di poveri e ignari giovani di vent’anni, braccianti pugliesi, barcaioli del Sile, pastori sardi, zolfatari siculi, butteri toscani, minuta gente generosa, dovrebbe essere sufficiente ricordare il fatto che, ad un certo momento, alcuni ufficiali austro-ungarici odinavano alle proprie mitragliatrici di cessare il fuoco e invitavano i poveri fantaccini italiani mandati all’assalto di tornare indietro, di non lasciarsi falciare a quel modo. eppure c’era sempre qualche figlio di buonadonna borghese, con la fascia azzurra, che incitava ad avvanzare. d’annunzio non era solo.

    il film di monicelli, checché ne possa pensare e dire lo stesso regista, non squarciò un bel niente; si trattava di una retorica riformata ma ben funzionale allo stereotipo di vecchio conio e buona per far cassa.

    nei luoghi dove sono nato, nel Basso Piave e alle foci del Sile, erano ancora in essere i cimiteri della guerra quand’ero ragazzo, con molte fosse senza nome (né era raro che arando o scavando i contadini rinvenissero ancora qualche ossa). da qualche decennio, cioè da quando sono scomparsi i sopravvissuti della carneficina, i tumoli di quelle vittime hanno fatto posto alla speculazione edilizia. su questi luoghi della memoria, dove la demenzialità al potere vuol fare passare ora l’alta velocità ferrovairia, scriveva proprio Hemingway:

    c’erano stati molti caduti alla fine dell’offensiva e qualcuno, per sgomberare nel gran calore le posizioni sulle rive del fiume e la strada, aveva ordinato di gettare i morti nei canali.
    … E i morti erano rimasti lì a lungo, galleggiando rigonfi, supini e bocconi, incuranti delle nazionalità, finché ebbero raggiunto proporzioni colossali. Alla fine, quando si era assestata l’organizzazione, le squadre di recupero li avevano tirati fuori di notte e li avevano sepolti lungo la strada.
    (Di là dal fiume e tra gli alberi)

  4. Lara Manni Says:

    Vero. Nel film di Monicelli il gesto d’eroismo c’è comunque. Quel tipo di eroismo. In Hemingway c’è lo sguardo del cronista, che è lontano da ogni retorica.
    Le fosse senza nome…domani racconterò di Redipuglia e di perchè (e come) venne costruita. E’ l’ultimo post sulla Grande Guerra, almeno per ora. Però, diciottobrumaio, continuiamo a parlarne, e a integrare. Credo che bisogna guardare alla storia del nostro passato per capire tante cose. Almeno, penso che chi scrive (e non solo chi scrive) debba farlo.

  5. Giovanni Says:

    Io mi auguro di poter leggere presto le tue belle rifessioni e la ricerca che stai facendo in una forma diversa, sfogliando le pagine di un libro. Mi piace molto sia il tema in sé sia il fatto che tu lo abbia scelto, non essendo facile, popolare o comodo. Mi sto appassionando, chissà cosa verrà fuori.

  6. Ilya Nightroad Says:

    Concordo Giovanni ^^ Non vedo l’ora!!!
    Quanto dobbiamo ancora aspettare per Sopdet???? T_T ahah

  7. Lara Manni Says:

    Febbraio 2011. 🙂
    Però, ripeto, quello che racconto in questi post è il fondale: ne ritroverete una parola, un dettaglio, una breve descrizione. E’ l’humus.

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