1943/7

Cosa dovevano pensare gli ebrei che a mezzogiorno del 16 settembre vennero fatti scendere nella sala da pranzo dell’Hotel Meina, per mangiare con gli altri? Sollievo, magari. Quel giorno le persone “esterne” vennero fatte entrare per parlare con loro. Una schiarita, questo dovevano  forse immaginare.
Del resto.  la “Gazzetta” dava ottime nuove  sulla raccolta dei maggiolini che rischiavano di danneggiare l’agricoltura, e relegava solo nelle pagine interne una notizia, in piccolo, secondo la quale era “vietato sostare in pubblico in più di tre persone” e  chi, per sventura, si fosse fermato nei pressi di macchine militari poteva “essere passato per le armi senza preavviso”.
La percezione della tempesta non è cosa facile. Non ce ne stiamo rendendo conto anche noi, in questo momento? Leggevo, ieri notte, i commenti di alcuni scrittori e intellettuali a “Vieni via con me”, laddove prevaleva il sottile disprezzo, l’idea che linguisticamente l’esibizione fosse deficitaria e che, oh cielo, tanto valeva guardarsi “X Factor”. Perchè, chissà come mai, la tempesta riguarda sempre gli altri.
Dunque,  è un giorno festoso a Meina. Dopo cena, le SS scendono in cantina e tornano acon bottiglie di vini francesi, liquore, champagne. Bevono, cantano, giocano a biliardo.  Il giorno dopo regalano cioccolatini agli ebrei più giovani, Jean, tredici anni, e Blanchette, dodici.
Quello che non sapevano, gli ospiti e i soldati, è che si era in attesa di un ordine superiore che non si sapeva da chi e da dove dovesse arrivare. Si sapeva solo che sarebbe arrivato: presto, da un momento all’altro.
Da un momento all’altro. Sì.

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