Demoni e dei/10

C’è una Dea che deve riprodursi e un Dio che serve a questo scopo, e subito dopo muore.
Una Dea che si ripiega sull’amore carnale e la maternità. Un Dio destinato alla fine, con un altro, simile a lui, che prenderà il suo posto.
A Micene era Potnia Theron, la Signora degli Animali, dominatrice dei leoni e delle montagne.
Per i frigi era Cibele, che un giorno si innamorò del giovane e splendido Attis. Quando il ragazzo venne destinato alle nozze con la figlia del sovrano di Passinunte, Cibele apparve al matrimonio e suscitò follia in tutti gli invitati. Attis si evirò sotto un pino, e in un pino venne trasformato dalla pentita Signora.
Per i Greci era Afrodite.  Il suo innamorato, Adone, nasce dalle lacrime di Mirra, trasformata in albero per la vergogna dell’incesto. Uscito dalla corteccia, Adone è così bello che Persefone, cui era stato affidato, non vuole più restituirlo. Zeus dispose allora che avrebbe passato quattro mesi con la Dea dei morti, quattro con Afrodite e quattro con chi desiderava. Quando Adone decise di trascorrere con Afrodite anche i quattro mesi di cui poteva disporre, un’altra Dea – Artemide – inviò contro di lui un cinghiale, che lo ferì a morte. Dal suo sangue nacquero anemoni rossi.
Non c’è dunque alternativa? Da una parte un Dio maschile che espelle ogni cosa del femminile, salvo il materno, dall’altra una Dea che per il materno uccide il proprio sposo?
A dire il vero, esiste una teoria che ho raccontato in Esbat e che tornerà in Tanit. Gilania.  C’è una storica e archeologa, Riane Eisler, che ha scelto questo nome – dalle parole greche gynè, “donna” e andros, “uomo”  – per indicare  una fase storica plurimillenaria (8.000-2500 a.c in rapporto soltanto al neolitico) fondata sull’ uguaglianza fra i sessi e sull’assenza di gerarchia e autorità. Per Eisler, e per un’altra studiosa, Marija Gimbutas,  i nostri antenati credevano in una Dea che governava l’universo e che era fonte di unità: era materna ma non crudele, saggia e lungimirante.
Le prove? Per Eisler, sono nell’arte  del paleolitico superiore, dove  non esiste alcuna rappresentazione di violenza: non una raffigurazione di guerre, di eroi guerrieri, di armi utilizzate da umani contro altri umani. È rappresentato soltanto quello che corrispondeva alla venerazione della vita: piante, animali, dee. Di più: queste società vivevano secondo un modello comunitario, attestato dalla loro architettura, e durante le cerimonie religiose,  i cui costi erano a carico dell’intera comunità, i poveri e i deboli sedevano al centro, occupando quindi un posto d’onore. Inoltre i siti funerari non mostrano alcuna differenza legata al sesso o alla condizione sociale, quindi nessuna rigida gerarchia. Nè schiavitù.  Non esistono tracce di fortificazioni militari: in queste società, le località d’abitazione non erano scelte in funzione della loro posizione strategica (vertice di una collina) bensì sulla base di criteri di bellezza del luogo, legati al mito del giardino dell’Eden, ancora molto presente.
Le società gilaniche furono distrutte tra il 4000 e il 2500 a.c, da orde nomadi venute dal sud della Russia, i Kurgan, «governate da classi sacerdotali e guerriere che avevano il dominio sui cavalli e le armi da guerra».  In questo modo, violentemente, sorse la civilizzazione del dominio che sostituì quella fondata sul parternariato o gilania, portando alla nascita del patriarcato, delle classi sociali, dello Stato.
Così Eisler.
Questa età dell’oro, per me, è diventata qualcosa di più. Un’epoca dove umani e non umani potevano convivere. Fianco a fianco.
Ma questa è ancora un’altra storia. E forse è presto per raccontarla.

 

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12 Risposte to “Demoni e dei/10”

  1. Wu Ming 4 Says:

    Sul piano mitopoietico la Gilania è un luogo senz’altro interessante. Ma segnalo che sul piano storico invece ci sono molti studi che la mettono in discussione. In particolare è molto difficile stabilire quali fossero le caratteristiche specifiche di civiltà così antiche. Le prove delle archeologhe che sposano la teoria della Gilania storica ci dicono soprattutto che nel paleolitico non si facevano guerre come noi oggi le concepiamo né si rafforzavano i villaggi etc. etc. Questo non significa che la violenza fosse assente da quelle civiltà organizzate. Nemmeno gli scimpanzé, i nostri più prossimi progenitori, costruiscono fortificazioni, eppure gli individui maschi di un clan compiono spedizioni punitive contro altri clan e ne uccidono i membri. Anche all’interno dei clan stessi c’è parecchia violenza: capita che i cuccioli vengano uccisi da femmine gelose verso altre femmine, etc. Se la violenza non è un monopolio “umano”, non è nemmeno un monopolio “maschile” o “sarmatico”. La Dea Madre è soltanto uno dei volti della Triplice Dea (che ne ha appunto almeno altri due). I miti riassunti da Lara all’inizio di questo post suggeriscono che alla Dea si facessero sacrifici umani almeno simbolici: il re dell’anno calante doveva essere ucciso ritualmente per lasciare il posto al re dell’anno nascente che lo avrebbe sostituito nell’accoppiamento con la Dea. Questo è, in un certo senso, il mito dei miti. E se si nota, in quei miti c’è quasi sempre di mezzo un versamento di sangue maschile. Questo lascia pensare che il sacrificio non fosse stato sempre soltanto “simbolico”… La Dea – diceva Graves – è gelosa e richiede una devozione non minore di quella richiesta dal Dio Padre che la sostituirà.
    Sul piano strettamente archeologico infine, bisogna tenere presente che stabilire un prima e un dopo per il culto della Dea e per la Gilania non è così facile, dato che il periodo di convivenza transcultuale è stato molto lungo. Insomma, tutto questo per consigliare di prendere con le pinze certe teorie archeologiche e antropologiche. Anche perché sostenere l’esistenza di una società migliore ab origine significa guardare alla storia come decadimento da un Eden originario, da un Età dell’Oro, e non c’è bisogno di essere progressisti (io ad esempio non lo sono) per intuire i rischi di un approccio di questo tipo.
    Un discorso diverso e potenzialmente interessante è invece, come suggerivo all’inizio, far agire la Gilania come mito, come ipotesi tutta da costruire, proiettandola in avanti, piuttosto che all’indietro. Diceva Pasolini: “Io non credo nel progresso. Credo nello sviluppo”…
    Mi scuso per la solita lunghezza.

  2. Lara Manni Says:

    Grazie mille Wu Ming 4. 🙂
    Bella l’idea della “gelosia” della Dea, che si appaia alla gelosia biblica del Dio.
    E, sì, perfettamente d’accordo sulla proiezione in avanti del mito: anche perchè il rimpianto di un Eden iniziale forse non ci aiuta troppo, narrativamente e non solo, ad andare avanti.

  3. M.T. Says:

    Post interessante, pieno di spunti: complimenti 🙂

  4. Wu Ming 4 Says:

    Cara Lara,
    stanotte, rileggendo questo mio intervento sul tuo blog di un paio di settimane fa (stavo cercando una frase da riutilizzare in altro contesto), mi sono accorto per puro caso del lapsus freudiano che contiene. Ovviamente ho invertito i termini della citazione pasoliniana (!). PPP affermava di credere nel progresso e “non” nello sviluppo, e proprio mettendo in contraddizione questi due termini individuava il punto di crisi del progressismo sviluppista. Quindi se all’inversione dei termini ci aggiungiamo anche il dato per sottinteso la mia pseudo-citazione risulta completamente fuori contesto, tipo i cavolfiori a merenda.
    Chiedo ancora scusa per lo svarione involontario. Il ramo ravennate della famiglia Pasolini da cui discendo non me lo perdonerebbe. Cenere sul capo 🙂

  5. Lara Manni Says:

    Grazie Wu Ming 4. Anche per lo scoop (discendi dalla famiglia Pasolini?). 🙂

  6. Wu Ming 4 Says:

    Scoop di poco conto 🙂 La discendenza è molto alla lontana. Tipo che PPP era un secondo cugino di mia nonna o qualcosa del genere…

  7. Lara Manni Says:

    Mai incrociato per motivi anagrafici, suppongo?

  8. Wu Ming 4 Says:

    Infatti. E’ morto quando io avevo due anni. E credo che anche la famiglia di mia madre lo abbia incontrato in una sola occasione, a metà anni Sessanta. La mia genitrice riserva un ricordo di quando era adolescente, quello di un uomo dal volto scarnificato che seppe riservare un complimento galante a mia nonna (tipica bellezza felliniana dei tempi che furono, della quale apprezzò anche le indubbie doti gastronomiche) Per la collezione degli anedotti di famiglia, appunto.

  9. Wu Ming 4 Says:

    “aneddoti”. Accidenti alla guercitudine.

  10. Lara Manni Says:

    Oh, anche la miopia non aiuta. Solidarizzo. 🙂

  11. Andrea Says:

    @Wu Ming 4 L’incrocio di riferimenti (Pasolini, bellezze felliniane e arte gastronomica) mi ha ricordato questa scena di “Roma”: http://www.youtube.com/watch?v=MYKBEqaEuXA
    Grazie per l’aneddoto che ci ha regalato! 🙂

  12. Wu Ming 4 Says:

    @ Andrea:
    il dialetto e i piatti di portata non sono quelli giusti, però!
    🙂

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