Tutte le storie di Sopdet – 7

Fan fiction di Patrizia Pisanello

…e mani morbide con cui lo accarezzava, lo scuoteva, lo strappava.
Quegli occhi deliranti e mutevoli, dotati di un’incostanza agghiacciante, atroce. Angoscia e turbamento, follia.
Poi sorrisi fragili, di una freschezza effimera, labile.
E ancora amarezza, lacrime sgomente, gemiti strazianti che, disumani, laceravano con violenza l’anima.
Letale come una sferzata furiosa di katana, gli arrivava il suo sguardo. Ancor più letale quando ad arrivare erano i ricordi. Fugaci anch’essi, vaghi ed instabili per sua stessa volontà. Ricordare era ciò che più faceva dolere il suo cuore di bambino, affaticato ed usurato lentamente dal peso di troppe atrocità, tra le quali spiccava invincibile sua madre.
Quanto amore poteva sprigionare un viso sfinito dal duro lavoro. Quanto calore su un volto stanco, ma mai arido o spento. Il refrigerio di un’umile casa, di una zuppa di miso un po’ fredda, l’abbraccio di un figlio, il bacio di un marito, anch’esso stanco e provato alla sera.
Questo era Ohisa.
Era.
Quei ricordi dilaniavano la sua mente, scalfivano, scorticavano la corazza nella quale Takao cercava disperatamente di rinchiuderli. Ma loro avevano sempre la meglio e, seppur sbiaditi, lo sopraffacevano, facendolo tremare, facendogli rincorrere un che di perduto, andato per sempre, portandosi via la sua mamma, quel volto rigoglioso d’affetto e bontà e lasciando al suo posto una creatura selvaggia, dal volto cinereo, quello di sua madre, distorto dallo squilibrio di una follia senza pace, di umori altalenanti.
Ohisa era un involucro, un guscio di emozioni non sue. Ohisa, sua madre, era morta.
Lo spettro l’aveva prosciugata.
Quella notte, qualche giorno dopo la scomparsa di suo padre, lo spettro sentiva odore di disperazione, di tribolazione incessante che logorava un’anima.
Sensuale.
Un aroma gustoso, troppo invitante.
Quella notte Takao intravide un guizzo, due occhi fulgidi e gloriosi, appagati. Uno sguardo antico e maestoso, con il quale, per sempre, salutava sua madre.

 

Fanfiction di Francesca Petrizzo

Ogni volta che passano di fronte alla sua porta alza la testa, il collo troppo debole che la sostiene a stento, quell’unico desiderio che la spinge a provare, un’altra volta, l’ultima. Sperando. Che quella cornice vuota si riempia, che sia lui, splendente nella sua divisa, le mostrine lucide e nuove, come lo ha visto prima che partisse, nascosta dietro le tende. Pallido era, gli occhi gonfi, e cosi’ bello. Ma non gli aveva detto nulla; il cuore strangolato dalla certezza di non rivederlo mai piu’.

Non era tornato, infatti. Ma ora, la testa avvelenata di febbre, i polmoni marci che si contraggono sempre piu’ piano, la sua morte nella macchia rossa sul suo cuscino, il rosso feroce che e’ tutto quel che resta di lei, ora dimentica.

Dimentica la morte, dimentica quella sera, quando suonava il pianoforte e alzo’ gli occhi su di lui, sorridendogli perche’ aveva deciso che stasera gli avrebbe detto la verita’, e una certezza crudele le tocco’ il sangue, gli avrebbero aperto il petto e strappato il cuore, e lei sarebbe rimasta sola. Dimentica la sua vigliaccheria. Non gli aveva detto nulla, non gli aveva parlato mai piu’, e quando lui si era presentato a casa sua quella mattina, il cavallo gia’ pronto che scalpitava di fronte alla porta, si era rifiutata di scendere. Per paura; per il dolore che la soffocava, una mano di ferro intorno alla gola.

Lui aveva guardato verso la finestra come se sapesse indovinare il suo profilo nascosto, e i suoi occhi si erano riempiti di un rabbioso addio, una tristezza che era quasi un veleno. Aveva dato di speroni. Se n’era andato.

Mentre scivola nella morte, ora, dimentica. Chiudendo gli occhi sulla sua stanza d’ammalata, sul singhiozzo di sua madre in un angolo, e’ di nuovo in quella sera, a quel piano, e non le importa del dolore, purche’ ci sia una felicita’ da prendere, prima. Chiude gli occhi. Nella sua illusione, nella sua certezza, muore.

Dietro il suo velo dorato, una dea sorride.

 

 

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