Sulla scrittura, sulle generazioni

Succede questo. La settimana scorsa, mi è stato chiesto un intervento su Il Messaggero, in merito alla discussione intrapresa da alcuni scrittori, autori del manifesto della generazione TQ di cui avevo parlato nel blog.
Il mio intervento è uscito sabato. Lo pubblico qui, in versione leggermente più lunga.

” In tutte le storie fantastiche c’è sempre un padre da superare: ma nel momento in cui l’eroe riesce a farlo, il romanzo finisce. La mia generazione non è neanche a metà della trama, perché non abbiamo un padre con cui confrontarci. Non abbiamo genitori, non abbiamo eredità letterarie. Non abbiamo passato, e siamo nati senza l’idea del futuro. Quando i Sex Pistols cantavano “No future” molti di noi avevano appena imparato a camminare. Nove anni dopo, avevamo appena messo l’apparecchio per i denti e con l’antologia “Mirrorshades” il cyberpunk ci diceva che anche in letteratura un futuro non era immaginabile, e che la fantascienza poteva al massimo raccontare un presente appena più complesso di quello che ci circondava.

In poche parole, siamo stati obbligati al presente, e a un presente così breve che non potevamo che occuparci di noi stessi. E gli scrittori miei coetanei lo hanno fatto: hanno raccontato se stessi così a lungo che i trenta-quarantenni sembrano, nei romanzi, somigliarsi tutti. Figli di divorziati, fragili, egoisti, disperatamente in cerca di una felicità che si ottiene solo con un matrimonio, magari un lavoro non precario e, su tutto, la riconciliazione con il padre o con la madre.
Invece, i padri e le madri vanno, se non uccisi, abbandonati: sia pure con tutto l’amore e il rispetto che meritano. Dobbiamo imparare, e in questo gli autori del manifesto dei TQ hanno perfettamente ragione, a essere coetanei. A pensarci come membri di una collettività, e non come preziosissimi singoli. Molti di noi lo fanno, peraltro: non credo che gli autori trenta-quarantenni siano soltanto pallidi intellettuali che sospirano sulle allitterazioni e scindono sdegnosamente la qualità linguistica dalla narrazione del reale. Fanno bene Antonelli, Desiati, Grazioli, Lagioia e Vasta a sottolineare l’aristocrazia con cui si giudica “triviale” un libro che si nutre di una cultura popolare o è esso stesso popolare. E questo riguarda da vicino chi, come me, scrive horror e urban fantasy. Eppure, anche i romanzi fantastici – più sdegnati di altri in quanto, per riprendere una definizione su cui si è polemizzato non poco, volgari “monnezzoni” – raccontano il reale. Non potrebbero essere tali, se non raccogliessero quel che davvero esiste e ci circonda. Cosa altro ha fatto e fa, Stephen King, se non raccontare l’America della middle-class? Cosa tentano di fare, alcuni di noi, se non narrare il nostro paese, con la speranza che cambi?
Così, come in un romanzo fantastico, siamo davanti a un bivio. Da una parte la lusinga, dall’altra la fatica. Il rischio, peraltro sottolineato nel manifesto, è quello della spettacolarizzazione della narrativa, con lo scrittore equiparato a qualunque altro divo dello spettacolo, dove a contare sono soprattutto l’ospitata da Fazio e il bagno di folla a Mantova. Pericoloso, e non solo perché la popolarità, in una società avida come la nostra, svanisce in pochi mesi: ma perché a contare devono essere, sempre, i testi, e non coloro che li raccontano. L’altra, faticosa  possibilità è Internet: meno clamorosa, più impegnativa, perché essere sul web significa dialogo continuo con i lettori, e confronto anche durissimo. Ma, per rispondere a quella che per me è la domanda più importante del manifesto (come si fa a incidere sulla realtà se non si risveglia l’interesse dei media e dunque del pubblico?) è l’unico modo possibile. Fin qui, gli editori credono alla rete solo se porta copie vendute in poche settimane. Ma i tempi di Internet sono altri: paradossalmente, sono lenti. Eppure scrivere in rete, lavorare per la rete, confrontarsi con la rete è necessario. Perché per creare davvero un modello nuovo bisogna sporcarsi le mani e per incidere sulla realtà bisogna capire la realtà, non immaginarsene una che calzi a pennello con l’idea dei bambini perduti e incompresi che ci siamo cuciti addosso”.

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2 Risposte to “Sulla scrittura, sulle generazioni”

  1. Melmoth Says:

    Interessante. Però personalmente non sono interessato a raccontare il reale. E’ proprio l’irreale che mi attrae, quello che nella realtà non c’è né può esserci. Detto questo, amo molto King, ma gli preferirò sempre Kafka, e non perché il secondo è ‘alta letteratura’e il primo no (queste hit parade della letterarietà fanno ridere), ma perché l’autore racconta sintetizza la ‘realtà’ in qualcosa di assolutamente diverso e personale (espressionistico) senza alcun afflato documentario e sociale. Eppure, in modo del tutto collaterale, ci racconta molto di più del reale e delle sue tensioni, anche politiche, di quanto si potrebbe fare con l’osservazione diretta e con il racconto della middle class.
    Mia modesta opinione, in ogni caso.

    M.

  2. Lara Manni Says:

    Ognuno ha la sua strada, Malmoth. Lungi da me l’idea di fare una lista di scrittori, alti-bassi-medi, e del loro modo di approcciarsi al mondo.
    Nell’articolo, commentavo l’esigenza sottolineata da un gruppo di scrittori secondo la mia esperienza e il mio modo di concepire la scrittura. Anche quella fantastica: ma, ripeto, le strade sono giustamente diverse.

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