Atto di forza

Sulla generazione TQ ( di cui avevo parlato in questo articolo) interviene sul Corriere della Sera un critico, Filippo La Porta. E scrive questo:

“Venerdì si incontrano a Roma, nella sede della Laterza, 150 scrittori, critici, operatori culturali, etc. nati nei 70 – e autodefinitisi generazione TQ (Tarantino Quentin) – per verificare problematicamente la possibilità di una identità comune e per capire se e quanto si può incidere sulla realtà. Ben vengano occasioni di confronto e discussione, e in particolare l’ invito a una riflessione sulla «mutazione» di questi decenni. Restano però alcune perplessità. La scelta della sigla TQ, che pure si richiama agli scrittori pulp degli Anni 90, non equivale a un autoimpoverimento dell’ immaginario? Una delle residue virtù del nostro Paese è di presentare ancora, nonostante l’ omologazione planetaria, una compresenza a volte straniante di tempi storici diversi. Riteniamo davvero che Los Angeles sia più moderna e più interessante di Bari? Né la mitografia (e narratologia) di Pulp fiction ha alcuna tangibile influenza su alcuni degli stessi estensori della lettera promotrice dell’ evento, come Desiati, Lagioia e Vasta. Nell’ Italia delle corporazioni e delle famiglie era così urgente esibire questo pathos di una appartenenza collettiva forte? Dal «recinto» non si esce con piattaforme di gruppo ma uno alla volta, come dalla caverna platonica. Penso anche all’ enfasi sul conflitto: se non viene percepito mica può costituire un obbligo! Ne parli soltanto chi lo sente (altrimenti l’ antagonismo diventa un travestimento, il Kitsch dell’ Eroismo…). Occorre infine rassegnarsi: la letteratura non «incide» mai sulla realtà, o almeno nei tempi e modi che ci prefiguriamo. Può solo rivendicare un «impegno» nei confronti della verità. Sa che la realtà è mutevole ma non modificabile. Pensare il contrario significa elaborare strategie, costruire alleanze, fare politica (dunque anzitutto modificare – in peggio – noi stessi!). La verità delle opere letterarie è inutile, impolitica, e soprattutto radicata in una esperienza sempre molto personale e gelosa del mondo. Seguirò con interesse i «lavori» dell’ incontro, però mi ostino a cercare quella verità nei libri degli scrittori-promotori e non nelle loro volenterose iniziative o in identità collettive rassicuranti e perlopiù fittizie.”

Non concordo, per il poco che può valere. La letteratura incide sulla realtà, eccome: non sempre, non immediatamente e non è necessario che tutti gli scrittori condividano la stessa visione. Eppure, io non credo che la verità della letteratura sia inutile e impolitica. Saramago lo è, per esempio? Lo stesso King lo è? Ellroy lo è? Antonia Byatt lo è?  Non sono scrittori “militanti”, come penso intenda La Porta. Eppure la comprensione della realtà attraverso la sua trasformazione letteraria è qualcosa che molti lettori sentono come debito nei loro confronti.
Di cosa altro parliamo, se non della realtà, anche quando raccontiamo mondi che in apparenza non esistono?
La parola a Philip K. Dick:  “La realtà è quella cosa che, anche se smetti di crederci, non svanisce”.

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22 Risposte to “Atto di forza”

  1. Melmoth Says:

    Di nuovo, interessante. Ma se l’ho capito bene La Porta parlava dell’inutile in senso Wildiano. Sostenendo cioè che la letteratura non la si fa per modificare il reale, ma per il puro gusto di farla. E se invece la si fa con quello scopo, la si impoverisce. Questo onestamente lo credo anche io. Impolitico’ lo è -interpreto- perché appunto non ha quello come fine. Tuttavia, certo che un libro può cambiare il mondo: il mondo-sè di una persona. Non mi sembra poco.

    E La Porta non parlava tanto dei libri di TQ quanto ‘del fare gruppo’ di quegli scrittori, come se quello da solo fosse un modo di fare letteratura militante.
    Anche in quel caso -forse per indole personale- concordo con lui.

  2. Lara Manni Says:

    Non sono convinta che la si impoverisca “sempre”. E’ ovvio che “il gusto di farla” è la base della narrazione. Ma penso anche che spesso le intenzioni coincidano.
    Quanto al fare gruppo: la mia sensazione è che i TQ abbiano voluto aprire una discussione più che creare un collettivo. E a me sembra una buona mossa.

  3. stefania Says:

    A volte, quando leggo queste considerazioni ho un flash. Ecco perché in Italia la narrativa di genere non decolla, o meglio: non viene considerata da parte di critica e saggisti.
    Già il fatto di avere un comun denominatore come Quentin Tarantino dovrebbe far riflettere: si tratta di estremizzazioni della realtà, del modo di vedere il mondo e la società che possono non rispecchiare il reale ma che ne sono comunque espressione. Ho la sensazione che l’unica narrativa da considerare sia quella impegnata.
    Ma chi scrive sa bene che porta nel suo lavoro ciò che è, anche a livello politico e filosofico. I movimenti di pensiero si sono sempre avvalsi di autori e scrittori e hanno annoverato tra le loro fila creatori del fantastico.
    Anche un libro fantastico ha una chiave di lettura della realtà che parte dalla sensibilità dell’autore per immergersi profondamente nel mondo in cui cveve. E cosa c’è di male se questo viene fatto “in rete”? cosa c’è di strano se chi scrive sente il bisogno di confrontarsi, di portare il proprio bagaglio culturale in un confronto che può arricchire, aprire nuove strade e prospettive? NOn credo che si tratti di casta e di familismo: se c’è una cosa che ho imparato in questi anni è che gli scrittori raramente riescono a far fronte comune.
    Si trtta di ricerca di una consapevolezza che passa anche attraverso il confronto collettivo.
    Quanto poi all’idea che la letteratura o un libro non possano cambiare la società… beh, considero questa una battuta discutibile. Non me ne voglia il giornalista, ma se i libri non possono cambiare la società, come mai esiste la censura? come mai i nazisti bruciarono milioni di libri? come mai è stato scritto un libro – eversivo, oggi più che mai – come Fareneith 51?
    Questo è il mio modo di vedere le cose. La letteratura fantastica o di genere può non essere “impegnata” ( espressione che mi stanno facendo odiare, come l’abusata parola solidarietà), ma può far riflettere. E credo che questo sia altrettanto importante.

  4. Melmoth Says:

    La si impoverisce se lo scopo primario è politico, se cioè vuole parlare direttamente alla polis, alla comunità. E gli intenti possono coesistere, ma fino a un certo punto. Sempre nella mia modesta opinione.

  5. Valberici Says:

    Io preferirei che gli scrittori scrivessero di più e discutessero di meno 😉

    Poi da sempre sono convinto che solo l’arte possa modificare la realtà…nel bene o nel male. 🙂

  6. Lara Manni Says:

    Stefania, ho avuto un flash simile ma tempo fa, quando mi è capitato di intervenire a una discussione sui “monnezzoni”, ovvero i romanzi fantastici, dove ho avuto la percezione quasi fisica di una avversione della critica nei confronti del genere (che molto spesso è decisamente più impegnato, peraltro: pensa a Bradbury, che tu hai giustamente citato). Naturalmente, condivido.
    Melmoth, ma ogni libro parla alla comunità. E a chi, altrimenti?

  7. Melmoth Says:

    Ai singoli che la compongono. E non è la stessa cosa.

  8. Lara Manni Says:

    No. Ma i singoli fanno pur parte di una comunità. Che lo vogliano o meno.

  9. stefania Says:

    La comunità è insieme la somma dei singoli e qualcosa di più. Cosa è il quid in più? la coscienza collettiva. E tale “fantasma” si raggiunge, si percepisce -giusto per restare in tema di fantasmi – solo attraverso il dialogo e il confronto. Gli autori non sfuggono a questa regola. Ed è vero che il mestiere degli scrittori è quello di scrivere (anche se, Valberici non mene voglia 🙂 , sarebbe meglio che si scrivesse di meno e con maggior qualità anziché propinare ai lettori tante copie conformi delle solite storie che – periodicamente – fanno urlare al caso letterario quando si tratta solo di casi umani) ma è anche vero, e di questo ne sono fortemente convinta, che l’arte, in ogni sua accezione può essere specchio o anticipazione del reale. Presente o futuro, anche se ipotetico.
    In ogni caso, essa influenza il nostro modo di essere.
    UN esempio molto terra terra che poco a a che fare con i libri: Drive in, puro succo del trash televisivo degli anni Ottanta. Al di là del fatto che la trasmissione in questione non era esattamente artistica,essa ha comunque preconizzato un modo di essere della società italiana con cui noi oggi facciamo i conti. Allora in pochi dissero che quella televisione rappresentava il peggiore dei mondi possibili e nessuno li ascoltò. Ora andiamo avanti a Grande Fratello, turpiloquio e ballerine in tenute ginecologiche. Panem et circensis.
    Dunque che oggi gli scrittori parlino della propria libertà espressiva, che condividano disagi, speranze e aspettative significa realizzare una presa di coscienza saggia e necessaria. Significa, almeno per quanto riguarda la letteratura di genere, comprendere dove siamo arrivati, e dove potremmo arrivare. Se possiamo percorrere binari nuovi, tutelando le peculiarità della scrittura de noantri o se il processo di appiattimento sul modello statunitense è irreversibile. Se possiamo dare un messaggio, una nostra chiave di lettura del mondo, almeno nel nostro piccolo.
    Ok,ho parlato troppo… like the same 😄

  10. Laurie Says:

    Queste “operazioni” mi lasciano indifferente.
    Mi chiedo solo se abbiano capito davvero Tarantino, questi scrittori, o se lo usino come un distintivo di trasgressione, di intellettualità, di metatestualità o altre cose fighe che possono inventarsi al momento in relazione al nostro Quentin.
    Per il resto io penso all’arte un po’ come la pensa Jerome Bruner sulla narrazione.

  11. Lara Manni Says:

    Il riferimento a Tarantino, infatti, è quello che mi convince meno. Però, per la seconda volta, condivido quello che dice Stefania. Mi sembra comunque interessante che ci si parli e ci si veda, in un momento in cui a prevalere è l’ognuno per sè (e molto più il mors tua). E’ un bel segno.

  12. Melmoth Says:

    Mmmm. Diciamo che la storia di parlare e al singolo e al collettivo la vivo così. Scrivo anche per il cinema, e in un paio di casi ho avuto il dubbio onore di vedere proiettare qualcosa di mio. Quando ciò è accaduto, non ci sono stati dubbi: il film parlava a un pubblico, il quale era – se non una comunità- almeno una folla. Ogni reazione emotiva viene vissuta insieme, la si sente insieme, la si condivide lì. Un libro no. Parla privatamente, uno per uno. Ed è una differenza davvero grande. Poi, dopo la fruizione, il lettore potrà tornare ad essere parte di una comunità. Ma quando esperisce del romanzo, è da solo.
    Tutto qui.

  13. Lara Manni Says:

    Certamente. Ma le esperienze, quando si condividono, diventano collettive, no?

  14. Melmoth Says:

    Si ma devono essere condivise davvero in gruppo, non vissute da sole e poi rimasticate insieme.
    Questo lo vedo anche quando insegno. Se faccio leggere un racconto a casa o se lo leggo io davanti alla classe, e poi se ne parla, le due esperienze sono completamente diverse.E anche quello che i lettori ne derivano. Sono davvero persuaso che la letteratura possa intervenire a cambiare la società solo in quanto, indirettamente, cambia il singolo. Non rivoluzione insomma ma illuminazione. Su teatro e cinema invece credo altrimenti, proprio perché sono fruite in gruppo. Certo se i libri si leggessero come nel finale di Farenheit 451 sarebbe diverso; anche per questo mi interesso molto alla narrazione orale, perchè è decisamente più ‘politica’, rivolgendosi a una comunità di ascoltatori. Quello che temo invece è che chi scrive letteratura ‘politica’ si rivolga a un’idea di comunità molto astratta, intellettuale, (radical chic?) una specie di polis mentale che non corrisponda a nulla di reale.

  15. Lara Manni Says:

    Secondo me stai dicendo una cosa piuttosto simile a quella che intendo io. Quanto alla narrativa politica, non mi pare che sia così: i narratori politici che leggo si rivolgono a una comunità vastissima. Non a caso, sugli scudi-libro dei BookBloc c’erano i libri di Evangelisti e Wu Ming, che sono certamente scrittori politici (anche). Ma non mi pare che il movimento studentesco sia una comunità astratta, intellettuale, radical-chic e inesistente. Per dire.

  16. Melmoth Says:

    Sì, ma credo siano molto più politici libri come Moby Dick, America, o il Fu Mattia Pascal che non altri scritti come una comunicazione diretta ad un gruppo, e con intenti direttamente politici. E’ anche probabile che stiamo dicendo cose simili; ma sono le differenze a essere interessanti….
    .
    In realtà, ho come l’impressione che il discorso degli scrittori di genere a proposito dell’azione politica della letteratura in Italia celi un complesso di inferiorità. Forse mi sbaglio, ma mi pare che talvolta che chi scrive genere cerchi di rivendicare le stesse prerogative della letteratura mainstream per come viene intesa da noi (e da tutta la critica post Gramsciana): una letteratura che se ha diritto di esistere è perché deve cambiare il mondo come azione politica (poi, inciso, penso a Verga, così conservatore e assolutamente indifferente al destino delle masse che descriveva, eppure uno scrittore di una forza realista ed eversiva come pochi).
    .
    Faccio un esempio. Conosco uno scrittore di genere -nessuno dei presenti, sia detto- che nelle sue interviste afferma di non voler fare solo intrattenimento ma di voler parlare di temi “che fanno riflettere”; e quindi il libro fantastico che ha come sfondo il ‘tema dell’inquinamento; del bullismo; dell’uso delle droghe. Scusate, io insegno, ma questo atteggiamento didascalico mi ripugna già come insegnante, figuriamoci come lettore.
    .
    Certo, è un esempio estremo, ma come ogni buona caricatura mette a nudo quella che secondo me è una tendenza di tutta la letteratura che si proclama ‘servizio’ a un’idea di utilità. Quando Oscar Wilde scrive nell’introduzione di Dorian Gray che letteratura è assolutamente inutile, sta dicendo esattamente l’opposto: che cioè è probabilmente una delle buone ragioni per esser vivi. Ma proprio per questo non può essere subordinata a un fine che non sia se stessa. Non può cioè avere come scopo l’utile. Poi uno scrittore può essere politico quanto si vuole, ma quando scrive deve in parte abdicare alle sue idee in . Questo perchè la dimensione di un testo politico è innanzitutto argomentativa, si cerca di dimostrare una tesi o di smontare. Una creazione artistica non funziona in questo modo: il suo scopo è quello di far vivere un’esperienza, e un’esperienza è sempre troppo sfumata è complessa per essere ingabbiata in uno schema pro-contro. Questa è una delle ragioni per cui scrivere bene fantascienza è così difficile, perché se le idee prendono la mano il prodotto finale sarà uno schema gelido, rigido, un luogo invivibile.
    .
    Va da sè che i grandi autori si rivolgono a una comunità vasta. Era vero per Shakespeare, figuriamoci oggi. Ma prima mettevo l’accento sull’aspetto della fruizione proprio per sottolineare come l’oggetto romanzo sia comunque concepito per essere esperito da una individualità in primo luogo, e da una comunità in secondo luogo. Certo che chi scrive esiste in un mondo di rapporti, certo che un grande scrittore rende visibili conflitti che se hanno valore lo hanno perchè sono vissuti da tutti, e non solo da lui. Ma l’esperienza di quei conflitti -nel caso dei romanzi- è personale, intima. Questa è proprio la forza della letteratura. Parla a un lettore alla volta, uno per uno.
    .
    Poi scusate la filippica, è che appunto si tratta di temi che mi stanno molto a cuore, sia ‘il genere’ che la ‘funzione della letteratura’.
    .
    Resta il fatto che creare occasione per discutere di questi argomenti -come stiamo facendo adesso- è sempre cosa buona e giusta.

    M.

  17. sonounuovo Says:

    Lontano dall’essere il mio scritttore preferito, Stephen King quando parla di scrivere bisogna solo che prendere appunti.
    In chiusura ad un recente intervista aveva detto:
    “una storia è bella quando racconta la verità sulla condizione umana”
    ed ha, a mio avviso, detto la parola conclusiva sull’argomento.

    Tutti noi (si, mi metto come scrittore, tanto il tratto identificativo di chi cerca di scrivere è la presunzione, no?) tutti noi scrittori abbiamo una sola legge: dire la verità. anche con l’Urban Fantasy (Lara, dove trovo cose che hai scritto tu? è un concetto che mi incuriosisce).

    E come dice il mio co-inquilino: “Lenin diceva che la verità è sempre rivoluzionaria”

    Quello è il modo con cui uno scrittore può avere un impatto sulla società. quanto la movimento, non ho in parere al riguardo. Mi piacerebbe però un onesto caffè letterario alla praghese, dove ci può essere un po’ un crogiuolo e un confronto di roba nuova. Il problema è che noi che scriviamo siamo troppo individualisti, presuntosi, e ipercritici verso gli altri. Quando ci uniamo ad un gruppo di scrittori vogliamo solo che il NOSTRO racconto sia acclamato, e non ce ne frega niente di leggere quelli degli altri.
    Ergo, come movimento, non è che abbiamo tante possibilità.

  18. sonounuovo Says:

    scusate gli errori di ortografia, sto scrivendo sdraiato sul letto 🙂

  19. Melmoth Says:

    “Quando una storia è bella racconta la verità sulla condizione umana”.
    Anche questa non è male. Ed è quasi uguale alla prima. Quasi.

  20. Lara Manni Says:

    Oh che bella discussione. 🙂
    King dice con parole molto migliori delle mie quello che intendevo. Ma nel momento in cui racconti la verità sulla condizione umana puoi scegliere punti d’accesso diversi, ma la sostanza è quella. Perchè quando un libro è “onesto”, e per onesto intendo che non è scritto per millanta motivi che non siano il racconto della verità suddetta, allora quel libro diventa “utile”.
    Sono molto d’accordo con sonounuovo, anche a me piacerebbe la discussione senza fini acclamatori.
    Ps. Per trovare quello che ho scritto, nei link di destra ci sono informazioni su Esbat e Sopdet, i due romanzi che ho pubblicato.

  21. Ugo Barbàra Says:

    Bella discussione davvero. Vedo con piacere che questa idea del movimento TQ ha fatto drizzare i capelli non solo a me. E grazie a Lara per avermi ‘stanato’ su FB e aver condiviso con me la sua posizione. Quello che penso non tanto del manifesto dei TQ, quanto dell’esito della loro riunione alla Laterza lo trovate qua: http://ugobarbara.blogspot.com/2011/04/ecco-cosa-ci-mancava-i-tq.html
    Buona lettura

  22. Lara Manni Says:

    Benvenuto, Ugo! Sì, mi ha incuriosito il tuo post perché, fin qui, nessuno scrittore di genere era intervenuto nella discussione sui e dei TQ, che sembrava rinchiudersi nell’ambito puramente mainstream. Invece, così non deve essere. Del resto, mi sembra che anche i confini del mainstream stiano, non da oggi, scricchiolando.

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