Amore, paura e altri pregiudizi

Conversare su Facebook è piacevole, ma a volte si avvertono i limiti del mezzo, perché, bene o male, sei costretto a sintetizzare ragionamenti che avrebbero bisogno di essere più sviluppati.
Mi è capitato, giusto ieri, di trovarmi in una discussione sui generi: in particolare, l’horror, e di toccare con mano un po’ di pregiudizi sul come deve essere il medesimo (niente storie d’amore, in un horror: davvero? Sintetizzo, ma in soldoni tutto quel che odora di introspezione psicologica e, peggio ancora, di “letterario”, non è horror).
Credo di aver riportato fino alla nausea le parole di King su cosa significhi scrivere horror. Parlare delle emozioni degli uomini, e non dei tentacoli del mostro. Meglio ancora: usare il mostro per scrivere dei passanti che incontriamo in strada, del vicino di casa che salutiamo a malapena in ascensore. Del nostro mondo tangibile: della sua paura, e del suo amore.
Amore.
La storia di Lisey è il più bel romanzo d’amore che io conosca. Duma Key è uno dei più strazianti romanzi sulla vecchiaia e sulla paternità. Eppure sono horror.
E sono letterari, dannazione: nel senso che la lingua va di pari passo con la trama, perché non c’è trama impeccabile senza attenzione alla lingua. Secondo me, almeno.
Il problema è che la rete, spesso, ci ingabbia e ingabbia i generi più di quanto non lo siano già. Mentre, almeno per quel che auspico io, i generi dovrebbero sfumare l’uno nell’altro, e darci, semplicemente, buone storie. Senza etichetta.

Due notizie. Una bella recensione su Artapartofcult(ure).
Poi, ho riaperto il file di Tanit.
E ho scoperto (grazie a Emma Ward) che esiste questo:

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8 Risposte to “Amore, paura e altri pregiudizi”

  1. Paolo E. Says:

    Ha proprio ragione,l’horror usa dei mostri ma non parla di mostri. Parla di noi. I mostri sono solo un mezzo. Anche in questa sede mi sento di citare Il miglio verde. Romanzi mainstream che parlano cosi bene del dramma umano della pena di morte non ne ho ancora visti.

    Se c’è introspezione psicologica non è horror. E quindi Edgar Allan Poe cosa sarebbe????

  2. Lara Manni Says:

    E’ un discorso complesso. E secondo me non può essere riconducibile solo all’etichetta apposta dall’editore. Oppure, e mi sembra importante il punto, dall’etichetta rivendicata dall’autore stesso.

  3. Andrea Says:

    Sono d’accordo (e dio solo sa quanto!) sulla necessità di abbandonare l’uso delle etichette di genere. Come dice Lara, l’importante di una storia è che sia una buona storia. Punto.
    Però c’è un problema oggettivo che riguarda il lettore: come fa a scegliere tra tanti libri se non ha delle coordinate di riferimento?

  4. Lara Manni Says:

    Qui entrerebbe in gioco la rete, per esempio. Per questo insisto tanto sulla necessità di utilizzarla al meglio, e senza usare lo stesso metro di (pre)giudizio di molta carta stampata.

  5. Vale Says:

    Quoto totalmente il discorso sull’horror! E sulla grandezza dei due King citati da te!

    Ma vuoi farmi venire la bavetta di anticipazione già ora, per Tanit?
    Il vino non lo conosco, vado a fare una ricerchina ^_^

  6. Administrator Says:

    Concordo con te, Laura. La Rete può far molto per noi autori e i nostri libri, dai blog ai social network, ma può fare anche… danni, dal momento che può fare da megafono ai tanti luoghi comuni che infestano il mondo dei libri.

    Per tornare a bomba: chi l’ha detto che una storia d’amore non possa “starci” in un romanzo horror? Esistono forse dei canoni di genere? Ma andiamo! Io stesso ho ricevuto delle critiche per aver “osato” dare ampio spazio a una storia – non convenzionale peraltro – d’amore all’interno di un thriller con venature sovrannaturali. Ho garbatamente ribattuto che nel cosiddetto mondo reale le storie d’amore per fortuna ci sono ancora.

    Poi, sai, per tornare al discorso di prima, c’è anche un’altra piaga: la tendenza a prendere per buoni certi giudizi sommari che stuoli di grafomani spargono in Rete come virus, spesso dettati da invidia e pressapochismo, quando non da vera e propria ignoranza, come hai potuto verificare tu stessa nel corso della tua chat.

    E allora? Ben venga il dibattito, quando è costruttivo e motivato. Via libera anche al “viral marketing”, che tanto piace agli uffici stampa degli editori. Ma occorrono sempre, a mio avviso, senso della misura e consapevolezza della potenza dei nuovi media.

    Un abbraccio,
    luigi

  7. Narelen Says:

    Concordo con tutto.
    Mi auguro davvero che l’evoluzione della letteratura sia quella per cui i generi sfumano l’uno nell’altro, come suggerisci. E che si riesca a “pescare” da quelli che vengono ritenuti generi fissi quelle caratteristiche che permettono alla storia che un autore ha in mente di essere espressa nel migliore dei modi.
    E’ assurdo porre dei limiti per cui una storia di un certo genere deve rientrare solo in certi canoni, con la conseguenza che alcuni elementi inseriti dall’autore perché parte della vicenda che ha creato vengono ritenuti estranei o non pertinenti: c’é forse un limite all’immaginazione? E da dove nasce la letteratura se non dall’immaginazione?
    Un caro saluto,

  8. Lara Manni Says:

    E’ che la questione delle etichette mi ha sempre lasciata perplessa. Ma non per ambizioni letterarie: ho sempre detto in tutte le salse che a me interessa scrivere buone storie e che non mi sento, nè mai mi sentirò, un’artista. E’ perchè è obiettivamente difficile, specie oggi, classificare: curiosamente, proprio in un momento in cui le classificazioni si moltiplicano.

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