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La felicità, il potere e il rifiuto

maggio 6, 2011

Sto leggendo parecchi interventi sulla generazione TQ. Per esempio, quello di Demetrio Paolin (sulla felicità). Poi, la cronaca.
E qualche dubbio me lo sto ponendo. Perché mi sembra che siano proprio i parametri a dover essere cambiati. Dobbiamo, necessariamente, ragionare nei termini di felicità? Non è stata una delle gabbie in cui hanno rinchiuso la nostra generazione? Non ci hanno allevato nell’idea di dover essere felici, anche a dispetto di tutto? E non è proprio questo a far sì che rimaniamo ai margini, perché a forza di cercarla ovunque, anche a gomitate, questa benedetta felicità, continuiamo a vedere negli altri rivali e nemici?
L’altra cosa che mi è piaciuta poco, dalle cronache, è l’idea di voler “superare la linea d’ombra”. Qualunque cosa significhi, non mi piace l’idea di scrivere per cercare la luce (in quali termini? Numero di copie vendute? Presenza ai dibattiti televisivi?).
Mi sembra anzi, come ho già scritto, che ci sia fin troppa luce sul benedetto corpo degli scrittori. Mi sembra che lo spettacolo esiga da chi scrive bell’aspetto, magari un abbigliamento in tono con i contenuti (così il giallista avrà l’impermeabile, chi scrive noir lo sguardo cattivo, le gotiche i guantini a rete, gli horroristi il giusto effetto di luce per fare paura).  Esiga, appunto, corpi e non testi.
A questo, per me, bisognerebbe semmai dire “non ci sto”.
La terza cosa riguarderebbe il fantastico, e la salto perché sapete già cosa penso in proposito.
La quarta, riguarda questa frase:

«l’ intellettuale degli anni zero è percepito come il parassita in una società che deve essere produttiva- dice Federica Manzon – Solo negli anni Ottanta, gli intellettuali avevano più potere, anche economico».

Dovremmo averlo? Ecco, questa è una domanda che mi spiazza. La mia risposta, per quel che vale, è no. Perché il potere è il secondo miraggio che ci è stato inculcato. E dovremmo, semmai, tirarcene fuori.