La felicità, il potere e il rifiuto

Sto leggendo parecchi interventi sulla generazione TQ. Per esempio, quello di Demetrio Paolin (sulla felicità). Poi, la cronaca.
E qualche dubbio me lo sto ponendo. Perché mi sembra che siano proprio i parametri a dover essere cambiati. Dobbiamo, necessariamente, ragionare nei termini di felicità? Non è stata una delle gabbie in cui hanno rinchiuso la nostra generazione? Non ci hanno allevato nell’idea di dover essere felici, anche a dispetto di tutto? E non è proprio questo a far sì che rimaniamo ai margini, perché a forza di cercarla ovunque, anche a gomitate, questa benedetta felicità, continuiamo a vedere negli altri rivali e nemici?
L’altra cosa che mi è piaciuta poco, dalle cronache, è l’idea di voler “superare la linea d’ombra”. Qualunque cosa significhi, non mi piace l’idea di scrivere per cercare la luce (in quali termini? Numero di copie vendute? Presenza ai dibattiti televisivi?).
Mi sembra anzi, come ho già scritto, che ci sia fin troppa luce sul benedetto corpo degli scrittori. Mi sembra che lo spettacolo esiga da chi scrive bell’aspetto, magari un abbigliamento in tono con i contenuti (così il giallista avrà l’impermeabile, chi scrive noir lo sguardo cattivo, le gotiche i guantini a rete, gli horroristi il giusto effetto di luce per fare paura).  Esiga, appunto, corpi e non testi.
A questo, per me, bisognerebbe semmai dire “non ci sto”.
La terza cosa riguarderebbe il fantastico, e la salto perché sapete già cosa penso in proposito.
La quarta, riguarda questa frase:

«l’ intellettuale degli anni zero è percepito come il parassita in una società che deve essere produttiva- dice Federica Manzon – Solo negli anni Ottanta, gli intellettuali avevano più potere, anche economico».

Dovremmo averlo? Ecco, questa è una domanda che mi spiazza. La mia risposta, per quel che vale, è no. Perché il potere è il secondo miraggio che ci è stato inculcato. E dovremmo, semmai, tirarcene fuori.

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29 Risposte to “La felicità, il potere e il rifiuto”

  1. stefania Says:

    Il potere economico, sembra scontato ma non lo è, si traduce in vincoli. E sono vincoli che vanno dall’editore al pubblico e dall’autore all’editore. Se non vendi, non ti pubblicano. Se non ti pubblicano, cadi nel dimenticatoio. Credo che ci sia un prezzo da pagare per riuscire a fare ciò che vogliamo. Vogliamo scrivere di fantasy, o horror, o supernatural. Ok. Scordiamoci i guadagni. Scordiamoci le masse osannanti. L’Italia non è l’America dove è nato il “fenomeno Meyer”.
    Quello che sto cercando di dire, sia pure in modo confuso (lo ammetto) è che prima ancora di pensare ai soldi, dovremmo davvero comprendere cosa ci rende felici. Il narrare una storia? il portare il lettore per mano in un mondo diverso? Se è sì, allora i soldi e il potere passano in secondo piano. Ma se si scrive per finire sulle colonne culturali a pontificare sulla società e guadagnare un gruzzolo, allora, a parere di chi scrive, si è perso il senso del nostro lavoro. Perché scrivere è passione e disciplina. Puoi scrivere un romanzo, scrivere sulle colonne di un giornale o in un blog ma lo fai perché provi il bisogno di comunicare. E questo… questo ti rende felice. Completa. Appagata. Magari soffri da cane se gli editori respingono il romanzo ma, nello stesso tempo, ti senti vivo, vibrante per tutte le vite che hai trasmesso sul foglio e che esistono grazie a te. Per i mondi che hai creato, per la gente che hai aiutato a sognare, a pensare. E non è felicità pura, questa?
    E se puoi condividere le tue esperienze con altri, questo ti arricchisce come persona e come autore.

  2. Lara Manni Says:

    Scrivere è un lavoro. E scrivere, ritorno sulla vecchia questione, è rivolgersi a una comunità di lettori. Ognuno poi interpreta questo lavoro secondo i propri parametri. Ma il “peso” che un libro avrà sulla comunità non dipende dal “peso” che ha chi lo scrive. O meglio. E’ evidente che più è famoso lo scrittore, anche derivato da altri settori, più venderà. Ma non è detto che quel libro incida sul mondo reale. Francesco Totti era molto più famoso di Roberto Saviano quando il secondo ha esordito, eppure il ruolo di Gomorra è enormemente più rilevante. E chiedo scusa per l’esempio davvero estremo.
    Il problema, per me, è cercare di ragionare in termini diversi. Solo se cambia la mentalità cambia il mercato. Altrimenti, si lavora comunque secondo l’agenda che altri hanno dettato.

  3. stefania Says:

    Ed è vero, perché una volta che scrivi la parola fine, il libro diviene altro da te. Nel libro frutto del tuo lavoro, metti ciò che ritieni importante ( altra accezione di passione, imho), ciò che vuoi condividere con i tuoi lettori. Saviano aveva molto da raccontare e la presa di coscienza che ha stimolato con i suoi scritti rappresenta l’onda lunga che ha lambito le coscienze di un’intera società.
    In tutto questo, però, gli editori rappresentano il filtro essenziale. Più grande e la platea, più grande sarà la possibilità per il libro di scuotere le coscienze o far riflettere. Se Saviano non fosse stato pubblicato da Mondadori, dubito che avrebbe ottenuto così rapidamente la notorietà che il suo bellissimo volume gli ha dato. (Attenzione, non parlo di notorietà con connotazioni negative in questo caso, eh?) Se si fosse trattato di una piccola casa editrice con scarse capacità di distribuzione, il libro avrebbe avuto la sua fama ma in tempi molto più lenti.
    E vero, il problema è il mercato. Ma non solo. Anche la platea di lettori ha la sua colpa. In Italia, non è che si legga “solo” poco. Si legge male. Per moda perché è un must leggere il libro di tizio o caio. Si legge senza consapevolezza, salvo che per un manipolo di disperati. Come si cambia un mercato che ha paura di cambiare, schiavo di logiche difficili da comprendere? Asfittico, spesso poco coraggioso, che non offre ai suoi lettori la possibilità di confrontarsi con qualcosa di autenticamente innovativo?

  4. Lara Manni Says:

    Insistendo, mi viene da dire. 🙂

  5. Melmoth Says:

    Quello che personalmente mi irrita è il presupposto che uno scrittore-e in particolar modo un romanziere- sia (e voglia essere) un intellettuale. Ricordo personalmente con profondo orrore quando la direttrice del Centro Sperimentale di Roma esordi l’anno didattico dichiarando che “forse non faremo di voi degli artisti, ma degli intellettuali sì”. Ma perché?

  6. Lara Manni Says:

    Ma poi, qual è la differenza? Si suppone che chi scrive faccia un lavoro intellettuale, ergo sia un intellettuale. 🙂

  7. Melmoth Says:

    Spero che la domanda sia retorica… Mettiamola sulla differenza tra il fare e il dire. Pasolini faceva lo scrittore, il romanziere, e l’intellettuale. Stephen King fa il romanziere, lo scrittore e NON ‘fa’ l’intellettuale.

  8. Melmoth Says:

    refuso: (tra il fare e l’essere)

  9. Lara Manni Says:

    Era retorica, Melmoth. Però anche King fa l’intellettuale, molto spesso.

  10. Melmoth Says:

    Non sono d’accordo: King parla sempre di letteratura, e di quello che è per lui la scrittura e l’arte. Non l’ho mai sentito/letto pontificare sui mass-media o sull’immigrazione messicana o sull’importanza di abolire il nucleare (anzi, ha spesso parodiato nei suoi libri gli scrittori che fanno prediche come il Jim Gardener dei Tommyknockers). King non è così presuntuoso: sa qual è il suo lavoro -i suoi limiti- e lo sa far bene. Che è molto diverso da posare come il “màitre a penser” di turno solo perché si ha un seguito di lettori. Poi per me, fin quando quel ruolo lo ricopre un Pasolini, va tutto bene. Ma perché mi devo sciroppare lo schiamazzo di tutti i suoi noiosissimi epigoni? Oltretutto citavo quell’episodio del CSC perché senza volerlo svela come, per la figlia burocrate della illustre Suso Cecchi D’Amico, “diventare dei (falsi) intellettuali” fosse sentito come più semplice che non diventare “dei (veri) artisti”. Giustissimo. Anzi, direi che spesso è un ottimo ripiego per un artista fallito.

  11. Lara Manni Says:

    Aspetta: King è intervenuto e interviene anche sulla vita politica americana (sui Tea Party e Sarah Palin, per esempio). Non lo fa in modo continuativo, ma lo fa. E scrive. Altra cosa è la figura a cui immagino tu ti riferisca: lo scrittore da un solo romanzo e dai mille elzeviri.

  12. Melmoth Says:

    Lo fa ANCHE, molto limitatamente quando/se sollecitato (e lo fa molto più negli ultimi anni rispetto a quanto lo abbia fatto in passato). No no, io mi riferisco proprio all’intellettuale/artista tour court, così come viene inteso in Europa e in particolar modo in Italia e in Francia. Ovvero: “guida morale o intellettuale che con i suoi scritti o i suoi discorsi orienta e influenza un gruppo o una società”. Onestamente è un concetto di ‘artista’ che mi ripugna, soprattutto se applicato a un gruppo. Posso pure capire che ci sia un individuo che spicchi per doti intellettuali che possa effettivamente dire qualcosa in modo argomentativo che non riesca a comunicare con la sua arte; ma per uno che ci riesce, quanti fanno solo rumore senza aggiungere nulla? E lo fanno per scopi diametralmente opposti a quelli dell’impegno genuino, cioè per attrarre attenzione su se stessi (e sui loro esecrandi libri) discutendo dei temi caldi della politica e dell’attualità.
    .
    Non si diceva che lo scrittore non dovrebbe attrarre troppa attenzione su se stesso? e non è forse questo un modo subdolo di farlo, oltretutto mostrando anche di essere un puro altruista che pensa più al bene comune che alla propria ambizione? non si costruisce in questo modo un ‘corpo’ fasullo da mettere davanti ai riflettori? A me pare di sì.

  13. Lara Manni Says:

    Diciamo che non è difficilissimo distinguere, fra veri e falsi, no?

  14. In_mezzo_alla_segale Says:

    In un solo post hai toccato svariate decine di argomenti, ognuno dei quali meriterebbe una discussione a se stante.
    Vero, scrivere è (anche) un lavoro, compreso di curriculum, letterine di accompagnamento e dichiarazioni d’intenti, almeno per chi comincia. L’unica cosa che ci si può risparmiare è il vestito azzimato, perché nell’immaginazione di tutti, editori in testa, chi scrive è sempre un po’ bohémien(ne). E almeno di questo dico grazie.

    Vero, i balletti, le sgomitate e i colpi bassi per apparire fanno vomitare, eppure sembrano indispensabili, perché chiunque appaia da qualche parte vende all’istante di più.

    Vero, vendere qualche copia in più non dovrebbe essere la preoccupazione principale di chi scrive, ma è anche vero che, come per qualunque lavoro, chi si dedica alla scrittura vorrebbe farlo in serenità e al massimo delle proprie capacità. Arrivare a campare di quel che si scrive è la condizione ideale, a cui ambiscono in molti; per arrivarci bisogna farsi conoscere, non c’è pezza.

    Vero, tutto ciò mette in moto, almeno in Italia, un meccanismo perverso per cui conta molto di più un’ospitata da Bruno Vespa che non il contenuto del tuo lavoro. Non ci sto neanch’io, ma allora quale strada percorrere? Fondiamo un partito?

    Infine: falso (almeno a mio parere), che il libro di Totti non incida sulla realtà. Certo, in modo molto diverso da quello di Saviano; certo, non in modo diretto, ma di “carambola e rimbalzo” incide eccome. Primo: occupa spazio sugli scaffali; secondo: contribuisce a spostare il mercato in una determinata direzione; terzo: veicola l’orrendo messaggio che “se anche Totti scrive, posso farlo pure io”.

    Domando perdonanza per la lunghezza.

    In_mezzo_alla_segale

  15. M.T. Says:

    Le generazioni di cui parli sono state allevate con l’illusione della felicità, che potessero avere tutto quello che volevano senza fare fatica, senza darsi da fare: bastava essere in una qualche posizione di potere per potere fare quello che si voleva. Niente valori, solo superficialità e consumismo, non solo inteso come cose materiali, ma anche sentimenti, persone: tutto un usare ed essere usati.

    Per gli scrittori vale la regola di questo sistema, attuabile a chiunque: occorre avere delle etichette perché la mentalità attuale è talmente limitata che riesce a concepire pochi schemi. Qualsiasi mestiere o occupazione deve ricalcare determinati cliché per essere compreso.

    Si ricerca sempre il dictat della maggioranza, la sua approvazione, senza soffermarsi a pensare quello che vale per sé. Anche nella lettura si deve ricercare ciò che arricchisce personalmente, senza farsi distrarre da mode o dettami vari. Questo è abbattere il potere. Questo è cambiare il mercato.

  16. Lara Manni Says:

    In mezzo… Hai ragione. Anche i libri di Totti incidono, modificando la coscienza in una direzione ben precisa. Però, forse, sono il risultato di una determinata situazione, mentre il libro di Saviano – se non sono troppo ottimista – ha cercato di invertire la rotta. In molta parte riuscendoci, almeno secondo me.
    Sul vivere di quel che si scrive: come non concordare? Per scrivere si ha bisogno di tempo, e finché si fanno altri lavori, come tutti noi, è molto difficile avere la concentrazione, la calma, direi anche lo sguardo sul mondo, che sono necessari. Purtroppo, al momento è un lusso che si possono permettere in pochi.
    Però, non sono sicura che farsi largo a gomitate sia l’unico modo per arrivare a questa condizone. Perché anche lo sgomitamento è un lavoro, e prende molto più tempo delle otto ore canoniche. E nella maggior parte dei casi è perfettamente inutile. Il best seller non arriva facendo i presenzialisti in rete e fuori, o cercando tutte le scorciatoie vecchie nuove. E’ un’alchimia di fattori. Oppure, occorre rientrare in quei rarissimi casi in cui una grande casa editrice punta tutto su di te e sfodera le armi non convenzionali del proprio peso sui media, come ha fatto Rizzoli con Silvia Avallone.
    Fondare un partito, temo, servirebbe a ben poco. E anche l’idea del manifesto comune, infine, mi lascia perplessa: troppe le diversità, almeno da quanto leggo. Il punto fermo è che sia ottima cosa parlare e parlarci, invece di sbranarci vicendevolmente. E’ il mio vecchio chiodo fisso: che probabilmente non porta lontano. Ma almeno è qualcosa.

  17. M.T. Says:

    Dialogare e confrontarsi è il modo per costruire qualcosa di valido, che duri, il modo per andare lontano. Diversamente, è solo un fuoco di paglia.

  18. Melmoth Says:

    Chi se ne accorge Lara? Io, te, probabilmente gli utenti di un blog come questo… Ma sono stato -come voi- testimone di vittoriose campagne stampa nel quale “l’impegno politico” dell’autore era una bandiera sgargiante che copriva le numerose lacune di un’opera. Manco a farlo apposta hai appena citato un titolo il cui editore ha fatto esattamente questo e con successo. E per i centinaia di migliaia di lettori che abboccano all’amo, quanti -anche tra ‘onorevoli’ intellettuali- ne protestano la pretestuosità?

    Era solo per dire che non è un caso che espressioni come “il passare la linea d’ombra” vadano a braccetto nella stessa pagina con “l’impegno politico”. Il messaggio di questi signori TQ è piuttosto chiaro: vogliono una fetta della torta, non più le briciole. E per farlo utilizzano, tra le altre armi, il vecchio adagio: la letteratura è utile al vivere sociale, incide sul reale, e noi siamo i portatori di questa utilità.

    Per me è solo un modo più ipocrita di sgomitare e prendersi un po di luce. Ma a smascherarli non sono i loro discorsi, che spesso sono menzogne ben costruite, sono proprio i loro libri. Per questo ritengo che un autore debba solo parlare dei/attraverso i suoi libri, e possibilmente lasciare che quelli parlino per lui.

  19. In_mezzo_alla_segale Says:

    Ti leggo da tempo, ma non sono mai intervenuto. Stavolta mi hai fatto rompere gli indugi.

    Credo anch’io che parlare (e non parlarsi addosso) possa servire, se fatto con onestà da parte di tutti. Il manifesto comune… il manifesto comune… è un po’ che ci sto rimuginango sopra. In altri generi (il giallo/noir, per esempio) e in altri tempi ha funzionato. Sarei tentato di buttare l’esca e vedere cosa succede. Probabilmente hai ragione, non se ne verrebbe fuori, ma…

  20. Lara Manni Says:

    In mezzo alla segale, in un certo senso, fornisce la risposta che avrei voluto dare a Melmoth. E’ vero, sono i libri a dover parlare. Ma nel genere, l’idea del manifesto comune ha funzionato. O meglio, dell’ondata comune. Nel noir è accaduto. Pensiamoci.

  21. In_mezzo_alla_segale Says:

    A me ‘sta storia dell’intellettuale sta un po’ sulle balle. Cos’è un “intellettuale”? Chi lavora con l’intelletto? Chi non ha i calli sulle mani? Anche un contabile, allora, è un intellettuale.
    Chi se lo dice da sé mi scatena un’immediata orticaria, idem per chi si dice “artista”.

    Gli scrittori, o almeno i romanzieri, sono i pro-pro-pronipoti dei cantastorie. Si sono guadagnati una posizione migliore nella società, si sono inventati altri mezzi con cui raggiungere il pubblico, ma per il resto è cambiato ben poco. Uno scrittore racconta una storia e, toh, si trova una moneta nel bicchiere. Ci riprova, cercando di migliorare lo stile, e magari di monete se ne trova due. “Meglio questo che zappare”, si dice il cantasto… ehm… lo scrittore.

    Non ci vedo niente di intellettuale. Al limite ci vedo uno scansafatiche. E lo dico con tutta la simpatia possibile: che gli Dei proteggano gli scansafatiche, che sono molto più utili per il mondo di quanto il mondo sia disposto ad ammettere.

    Il manifesto? Sì, pensiamoci. La Gilda dei Cantastorie e degli Scansafatiche: mi piacerebbe un sacco.

  22. Lara Manni Says:

    Concordo ancora una volta. La parola “intellettuale” dovrebbe essere messa in quarantena per un bel pezzo.
    Per i cantastorie ci sto, sulla parola Gilda rifletterei perchè è un poco abusata anche quella 🙂

  23. In_mezzo_alla_segale Says:

    Avevo pensato a Fantastico Italiano Gilda Autori, ma i pochi a cui ne ho parlato me l’hanno sconsigliato. Si potrebbe equivocare, hanno detto. Non capisco proprio cosa intendano.

    Hai ragione, la parola Gilda è inflazionata, rubacchiata, appiccicata più o meno a proposito a un sacco di roba. Peccato, è una parola bellissima.

    Mi fa venire in mente un ennesimo argomento su cui si potrebbe discutere: le parole. Quelle da mettere in quarantena, quelle abusate, quelle utilizzate a sproposito, quelle di moda, quelle esibite perché fa figo, quelle da riscoprire. Le parole sono i mattoni del cantastorie: vanno scelte con cura, piazzate al posto giusto, con sapienza e amore e rispetto. Soltanto quando ci sono fondamenta robuste ci si può arrischiare a innalzare il palazzo che avevamo in mente.
    Capita invece di vedere parole accatastate più o meno a casaccio, come una carriola di ghiaia scaricata di fretta: sì, fa una certa impressione, ma cosa ci costruisci sopra?

    Sto divagando. Ai em sorri. Il manifesto, dicevamo. Semmai dovesse partire, sono convinto che il nome verrebbe da sé. Forse sarebbe meglio cominciare dai contenuti. E magari anche dai paletti.

  24. Lara Manni Says:

    Non divaghi per niente. Bisogna ridare senso alle parole. Nel piccolissimo, almeno sui blog.
    Manifesto: per esempio? Proposte?

  25. Melmoth Says:

    Stavo giusto facendo il manifesto del Futurismo con quei poveri virgulti che hanno il dubbio privilegio di avermi per professore. A me sembra che tutte le volte che un Manifesto ha funzionato era perchè: 1) c’era un leader carismatico che sapeva cosa diceva. 2) ai suoi autori non era magari chiaro come e cosa scrivere: ma come/cosa NON scrivere, quello sì.

    Insomma, almeno nelle avanguardie il manifesto funzionava perché era violentemente “contro”. In tempi più recenti l’unico che riconosco abbia funzionato era quello di DOGMA. Funzionava perchè erano paletti estetici ben definiti, di autori già estremamente abili con il mezzo, mezzo che era necessità e virtù. E poi: le loro storie erano una gran figata.

    Per il resto, tutte le altre volte che ho visto ‘manifesti’ ho pensato immediatamente alla loro vera origine: quella pubblicitaria. Ambizione lodevole ma allora la preferisco nuda e cruda, non i salsa di buoni principi…

  26. Lara Manni Says:

    Già sapere come non scrivere sarebbe un passo avanti. Guarda Melmoth, a me interessa soprattutto e al momento discutere, cercare di capire quali sono le idee sulla scrittura, le aspettative, i modelli, le pratiche degli altri scrittori. I manifesti vengono dopo, no? 🙂

  27. Melmoth Says:

    Vero.

  28. In_mezzo_alla_segale Says:

    My dear, “proposte” mi sembra eccessivo; le idee sono poche ma confuse. Spunti, riflessioni, slanci, contorcimenti… sì, qualcosa c’è.

  29. Lara Manni Says:

    Contorciti pure 🙂 Io ci sto riflettendo, non mi tiro indietro.

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