Apocalissi, King, Carver, Lish

Non volevo crederci: eppure diversi amici mi hanno confidato che domani non saranno a Roma causa previsioni nefaste sul terremoto che dovrebbe raderla al suolo. Ho pensato che scherzassero, ma mi hanno risposto che non vedevano il motivo di rischiare. E quando ho insistito, almeno un paio mi hanno risposto che da me non se lo aspettavano. Non sono forse io quella che scrive romanzi fantastici? Dunque, perché mi stavo dimostrando così razionale?
Semplice: perché il fantastico è razionale e addiirittura lucidissimo nell’osservare e riportare quel che ci circonda.  Proprio perché racconta il non possibile, deve ancorarsi all’esistente, o fallisce: per quel che mi riguarda, non smetterò mai di sottolinearlo.

Non volevo credere neanche a questo. E invece, in occasione dell’uscita italiana della biografia di Raymond Carver, è Stephen King a parlarne. E l’intervento è così bello che ve lo regalo.

“Raymond Carver, sicuramente uno degli autori di short story americane più influenti della seconda metà del Ventesimo secolo, fa la sua prima apparizione nella biografia esaustiva – e talora estenuante – di Carol Sklenicka come un bimbetto di tre o quattro anni al guinzaglio. «Beh, è naturale che dovessi tenerlo al guinzaglio», disse anni dopo sua madre Ella. E, a quanto sembra, senza ironia. Forse la signora Carver ebbe l´idea giusta. Al pari degli storditi alcolizzati della classe media o operaia che popolano i suoi racconti, Carver sembrava non sapere mai dove si trovasse né perché si trovasse proprio lì. Questo mi riporta in mente un brano de La casa dei fantasmi di Peter Straub: «L´uomo si limitava a guidare, distratto dall´infinita soap opera della feccia d´America».
Nato in Oregon nel 1938, Carver si trasferì ben presto con la sua famiglia a Yakima, nello stato di Washington. Nel 1956 i Carver si trasferirono a Chester, in California. Un anno dopo, Carver se ne andava in giro in Messico a far baldoria con una coppia di amici. In seguito, i traslochi si moltiplicarono a ritmo incessante: Paradise, California; Chico, California; Iowa City, Sacramento, Palo Alto, Tel Aviv, San Jose, Santa Cruz, Cupertino, Humboldt County… e siamo appena al 1977, anno in cui Carver bevve per l´ultima volta. […]
Pur brillante e pieno di talento, Ray Carver era al tempo stesso quel tipo di alcolista sommamente distruttivo, sempre pronto a scolarsi qualsiasi cosa, e che una volta raggiunto il fondo continua ad andare ancora più giù. Da tempo gli Alcolisti anonimi sanno che gli ubriaconi come Carver sono maestri che praticano l´arte della terapia geografica, rifiutando di ammettere che se metti un beone fuori controllo su un aereo in California, a Chicago – o nell´Iowa, o in Messico – atterrerà un beone fuori controllo.
Fino alla metà del 1977 Raymond Carver è rimasto fuori controllo. Mentre insegnava all´Iowa Writers´ Workshop divenne compagno di bevute di John Cheever. Del semestre autunnale del 1973 Carver in seguito scrisse: «John e io non facevamo altro che bere. Credo che nessuno dei due abbia mai rimosso il coperchio dalla macchina da scrivere». […]
In quei primi anni in cui Ray beveva, pescava, andava a scuola e iniziava a scrivere quelle storie che una generazione di critici e docenti avrebbe etichettato al ribasso come “minimalismo” o “realismo volgare”, fu Maryann Burk Carver a portare a casa il pane. Il talento dello scrittore spesso gira su se stesso in modo innocente, ma gli scrittori le cui opere rilucono di introspezione e mistero nel loro privato spesso sono dei mostri ordinari.
Maryann Burk incontrò l´amore della sua vita – o la sua nemesi, giacché Carver pare sia stato entrambe le cose – nel 1955, mentre lavorava al banco di uno Spudnut Shop a Union Gap nello stato di Washington. All´epoca aveva quattordici anni. Quando lei e Carver si sposarono mancavano appena due mesi al suo diciassettesimo compleanno ed era incinta. Prima di compiere i diciotto scoprì di essere incinta per la seconda volta. Per i successivi venticinque anni aiutò Ray facendo la cameriera nei bar e nei ristoranti, la venditrice porta a porta di enciclopedie e l´insegnante. Appena sposati impacchettò frutta fresca per due settimane soltanto per potergli acquistare la sua prima macchina da scrivere.
Maryann era bella. Ray era opprimente, possessivo e di tanto in tanto violento. […] Ray e Maryann rimasero sposati venticinque anni, e fu in quegli anni che Carver scrisse la maggior parte delle sue opere. Il tempo che avrebbe trascorso al fianco di Tess Gallagher, l´unica altra donna significativa della sua vita, fu meno della metà. Ciò nonostante, fu Tess Gallagher a raccogliere e godersi i vantaggi personali derivanti dalla sobrietà di Carver (bevve per l´ultima volta poco prima che si innamorassero), come pure quelli economici. Durante la causa di divorzio, il legale di Maryann disse – e ciò mi angustia e in un certo senso rovina del tutto il piacere che traggo dalla lettura dei racconti di Carver – che senza un accordo decente la vita di Maryann Burk Carver dopo il divorzio sarebbe stata come «una sacca di pomelli da porta inservibili ad aprire alcunché».
La reazione di Maryann fu: «Ray dice che mi manderà i soldi tutti i mesi e io gli credo». Carver mantenne la promessa, pur borbottando. Quando nel 1988 morì, però, la donna che lo aveva aiutato e finanziato per buona parte della sua vita scoprì di essere stata esclusa dal godimento dei diritti d´autore delle popolari raccolte di racconti e storie brevi di Carver. Al momento della sua morte, i risparmi dello scrittore ammontavano a quasi 215mila dollari. La prima moglie Maryann ne ereditò soltanto diecimila. L´anziana madre di Carver, ne ricevette ancora meno: all´epoca aveva settantotto anni, viveva in una casa popolare di Sacramento, e per sbarcare il lunario era costretta a lavorare in una scuola elementare come “nonna tuttofare”. Sklenicka non definisce tutto ciò un trattamento vergognoso, ma io sono ben lieto di farlo al posto suo.
La biografia di Sklenicka è pregevole perché documenta l´evoluzione di Carver come scrittore, in particolare dopo che la sua carriera incrociò quella di Gordon Lish, che si era auto-ribattezzato “Capitan Fiction”. Il lettore che dovesse dubitare dell´influenza nociva di Lish su racconti come Di cosa parliamo quando parliamo d´amore si ricrederà completamente dopo aver letto il resoconto rivelatore di Sklenicka di questa difficile relazione, in definitiva molto perniciosa.
Nel 1972 Lish cambiò il titolo del secondo racconto scritto da Carver per la rivista Esquire – della quale era editor e nella quale interveniva pesantemente – da I chilometri sono effettivi? (titolo intrigante e misterioso) al noioso E questo cos´è?. Quando Carver, che smaniava di veder pubblicato qualcosa di suo su una rivista patinata, decise di accettare i cambiamenti, Maryann lo accusò di essere «una puttana, di essersi venduto all´establishment». John Gardner una volta aveva detto a Carver che il line-editing non era negoziabile. Carver l´avrebbe anche accettato – la maggior parte degli scrittori disposta a sottoporsi al processo di editing lo fa – ma i cambiamenti apportati da Lish erano molteplici e incisivi. Carver sostenne che «pubblicare su una rivista importante valeva il compromesso». Lish, che aveva cercato senza successo di pubblicare Leonard Gardner (che avrebbe scritto Fat City) intervenendo con mano altrettanto pesante, con Carver ebbe la meglio. E quello fu solo l´inizio.
Gordon Lish fu un bravo editor? Senza dubbio. Curtis Johnson, che pubblicava libri di testo e aveva presentato Lish a Carver, sostiene che Lish avesse un «fiuto infallibile per la narrativa». Come Maryann temeva, però, o quanto meno nel caso specifico di Ray Carver, era di gran lunga più bravo nella ricerca che nello sviluppo. Con Carver, inoltre, egli ottenne ciò che voleva. Forse percepì una debolezza di fondo in Carver (il recupero degli alcolisti si definisce “piacere alla gente”). Forse maturò l´idea che l´insolita scrittura di Carver fosse eccessivamente elitista, con i suoi personaggi «volgarmente inetti» che esprimevano «le loro vistose incompetenze, delle quali era inconsapevole Carver stesso». Ciò non gli impedì di arrogarsi il merito del successo di Carver. Si dice che Lish si vantò e dichiarò che Carver era una «sua creatura». Sulla quarta di copertina di Vuoi star zitta, per favore?, il primo volume di racconti di Carver pubblicato nel 1976, non compare la fotografia di Raymond Carver, bensì il nome di Gordon Lish.
Il resoconto di Sklenicka dei cambiamenti apportati alla terza raccolta di racconti di Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d´amore (1981), è dettagliato e straziante. Ci furono – spiega l´autrice – tre versioni, la A, la B e la C. La versione A era il manoscritto presentato da Carver. Si intitolava Con tanta di quell´acqua a due passi da casa. La versione B era il manoscritto che rispedì indietro in un primo tempo Lish. Aveva cambiato il titolo del racconto e quello divenne il nuovo titolo dell´intera raccolta. Benché Carver ne fosse seccato, nondimeno nel 1980 firmò un contratto vincolante (e senza agente). Subito dopo, la versione C – quella più conosciuta dai lettori – arrivò sulla scrivania di Carver. Le differenze tra la B e la C lo «lasciarono sgomento». «Aveva esortato Lish a metter mano ai suoi racconti» scrive Sklenicka, «ma non si aspettava che usasse una mannaia». Insicuro di sé, Carver era sobrio da soli tre anni, dopo venti di forti bevute; i suoi scambi epistolari con Lish per tutto il processo di revisione del suo lavoro passarono dall´adulazione («sei fantastico, un vero genio») a un ritorno bello e buono alla versione B. Non servì a granché. Secondo Tess Gallagher, Lish al telefono si rifiutò di tornare alla versione precedente. Carver forse non ne capì molto, ma comprese che Lish deteneva il «potere di accedere alla pubblicazione».
Questa scelta obbligata è il nucleo centrale di Raymond Carver. Vita da scrittore. Qualsiasi scrittore si sarà chiesto che cosa avrebbe fatto o farebbe in analoghe circostanze. Di certo, a me è capitato: nel 1973, prima che il mio primo romanzo fosse accettato per la pubblicazione, mi trovavo in difficoltà simili. Ero giovane, perennemente ubriaco, cercavo di mantenere moglie e due figli, scrivevo di notte, speravo in un´occasione. L´occasione venne, ma finché non ho letto il libro di Sklenicka ho sempre creduto che si trattasse dell´anticipo di 2.500 dollari che Doubleday mi versò per Carrie. Adesso mi rendo conto che la vera occasione fu di non finire con Gordon Lish come editor.
Per accorgersi dei cambiamenti più lampanti è sufficiente dare una semplice scorsa alle short story di Beginners e a quelle di Di cosa parliamo: in Beginners la prosa consiste di fitte parti narrative interrotte da raffiche di dialogo; in Di cosa parliamo c´è così tanto spazio bianco nel testo che alcuni dei racconti (per esempio Dopo i jeans) paiono quasi capitoli di un romanzo di James Patterson. In molti casi, l´uomo che non consentiva agli editor di cambiare niente del proprio lavoro aveva ridotto all´essenziale quello di Carver, e a questo proposito Sklenicka esprime un´indignazione che inconsapevolmente o in modo incompetente fa appello a quella di Maryann, e definisce l´editing di Carver fatto da Lish «un´usurpazione». Lish impose il proprio stile alle storie di Carver, e il cosiddetto minimalismo di cui si rende merito a Carver di fatto fu opera di Lish. «Gordon era giunto a ritenere di sapere tutto» dice Curtis Johnson. «Divenne dannoso». […]
«Lish era capace di fare un pupazzo di neve da un cumulo di neve»: così Sklenicka dice della sua versione dei racconti di Carver, ma non si tratta di una metafora indovinata. Meglio fa la biografa allorché, parlando dei cambiamenti apportati da Lish a un brano di Loro non sono mica tuo marito in Vuoi star zitta per favore?, sottolinea che la versione di Lish è «più villana, più volgare e per certi aspetti mette in luce sfavorevole entrambi i personaggi». Carver stesso lo dice bene. Quando la voce narrante di The Fling alla fine si trova ad affrontare il fatto di non avere amore o conforto da offrire al proprio padre, dice di se stesso: «Ero soltanto una liscia superficie, senza niente dentro fuorché il vuoto». In definitiva, è proprio questo l´aspetto sbagliato dei racconti di Raymond Carver come Lish li ha presentati al mondo, ed è ciò che rende sia la biografia di Sklenicka sia le Collected Stories una gradita e molto necessaria rettifica.

Annunci

Tag: , , ,

13 Risposte to “Apocalissi, King, Carver, Lish”

  1. demonio pellegrino Says:

    Interessante: avevo letto tempo fa qualcosa di qualcuno (sono molto preciso, eh) a proposito della relazione tra Lish e Carver in termini opposti a quanto dice King. nell’articolo (mi pare sul Wall Street Journal, l’anno scorso) si sosteneva che senza Lish Carver non sarebbe stato nessuno. Si riportavano parecchi passaggi di vari racconti nella versione iniziale di Carver e in quella di Lish, e io ricordo di aver pensato che quella iniziale di Carver fosse proprio brutta.

  2. Rohchan Says:

    …Carver e Lish.
    Letteratura minimalista e precisionista.
    Mischia il tutto con il background culturale, la vita e le opere (e la relativa analisi) dei racconti dell’americano con confronto a quelli di Murakami e ottieni la mia tesi di laurea.
    Incredibile. Fosse stato pubblicato l’anno scorso avrei potuto inserirlo nella tesi… ^^

    @Demonio: davvero? o.O io non saprei… alcuni racconti di Carver li ho letti nella stesura originale, e francamente il lavoro di Lish mi è sempre sembrato una violenza bella e buona. Un conto è AIUTARE una persona a rendere più leggibili i suoi racconti, tutt’altro è CAMBIARE il nucleo di questi per farne l’ariete di una mera operazione commerciale. Questa almeno è la conclusione cui sono giunta dopo mesi di studio, però…boh…

  3. Lara Manni Says:

    La vicenda è complicata, e il fatto che ci entri King da un lato mi fa molto piacere, dall’altra mi spinge a chiedermi di cosa parleremo quando parleremo di Carver, in futuro. Ancora non ho letto la versione no-Lish, ed esito.

  4. Melmoth Says:

    La raccolta di racconti pre-editor si potrebbe chiamare:
    “Carver unlished”.

  5. Giobix Says:

    ok, oggi è il gran giorno 😀 ficcati sotto la scrivania e aspetta

  6. Lara Manni Says:

    Non male, Carver unlished 😀
    Giobix, la giornata è cominciata malissimo, ma fin qui niente terremoti!

  7. In_mezzo_alla_segale Says:

    Da parecchi anni gira ‘sta cosa di Carver/Lish. Tra gli altri, anche Baricco se ne occupò seriamente, tentando di risalire alle fonti, andando dalla vedova Carver a cercare gli originali.
    Non so cosa pensare. Gli interventi di Lish sono sicuramente violenti, sia per i risultati ottenuti, sia per i metodi. Di fatto, il Carver che conosciamo è stato costruito a tavolino. Eppure lo abbiamo letto e apprezzato, ci ha emozionati, ci ha insegnato.
    Che sia un caso più unico che raro di simbiosi? Non ci sarebbe stato l’uno senza l’altro? Non so. Quel che so per certo è che di norma un editor NON DEVE lavorare così.

  8. Melmoth Says:

    Mi ricordo che Borges scriveva, in suo noto saggio, come la letteratura sia il prodotto di incontri e spesso del caso. E’ un tema che mi affascina perché l’ho riscontrato in alcuni autori che amo (Paul Auster) e anche nella mia vita di scrivente. Borges fa l’esempio della traduzione di una poesia persiana in francese: sostiene che la poesia originale non fosse nulla di che, e come quel traduttore non avesse mai scritto nulla di davvero bello. Ma nell’incontro del traduttore col testo originale, era scattato qualcosa. E il risultato -sostiene l’argentino- era di una bellezza incomparabile.
    E no, non credo sia l’unico caso.

    Che importanza ha la contingenza dell’incontro tra Carver e Lish?
    L’importante è il caso, il caos, e la bellezza che ha generato.

  9. Lara Manni Says:

    Di fatto, però, quel Carver che abbiamo letto non è il vero Carver…

  10. Melmoth Says:

    Dissento: il vero Carver è proprio quello che hai letto e che hai amato.
    L’unica differenza è che non sapevi che nella sua ‘verità’ c’era l’incontro-scrontro tra due persone diverse.

  11. Giobix Says:

    Non ho letto Carver, ma se non era uno scrittore-personaggio non vedo il problema. Un bukowski tendeva a somigliare parecchio ai suoi protagonisti, quindi se andavi a trovarlo o ad ascoltare un suo reading ti poteva interessare, altrimenti è un di più rispetto al testo.
    Io non so chi si nasconda dietro alla sigla DBC Pierre, però Vernon God Little è un gran bel romanzo.

  12. Giobix Says:

    come non detto, di DBC Pierre si trova tutto, mi ero basato sulle note del libro che lo dipingevano come geloso dell’anonimato.

  13. Lara Manni Says:

    Non so. Il Carver che ho letto ha due autori, dunque due voci. Credo che sia un caso piuttosto raro, ma sconcertante.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: