Insonnia

Ci sono libri che aiutano chi scrive. Non sempre, e non solo, per la qualità della scrittura stessa e per le riflessioni che possono suscitare su stile e trama. Non parlo, infatti,  solo dei libri da cui si ruba (perché chi scrive è comunque  ladro, anche se non sempre intenzionalmente: accoglie e restituisce quel che ha assorbito negli anni e che viaggia nel sangue come una sostanza inerte ma pronta ad attivarsi).  Parlo, soprattutto, della reazione che alcuni libri  suscitano in chi legge.
Perché, per parlarci fuori dai denti, è spesso disperatamente consolatorio alzare gli occhi da un testo mediocre e dirci “lo farei meglio”. E’ miserabile, ma succede a tutti.
Poi, ci sono storie davanti alle quali ci si dice un’altra cosa: “Come faccio a farlo?”. Storie impeccabili per lingua e trama, appunto, dove l’una e l’altra si incastrano con un’armonia che sembra irraggiungibile. Sono i libri che ti stimolano a lavorare meglio. Quelli, appunto, da cui si ruba.
Infine, ci sono libri molto perfettibili ma che ti colpiscono al punto da non farti dormire. E’ successo a me, stanotte.
Ultimamente sto leggendo parecchie storie distopiche. Lo so, è la tendenza del momento. Lo so, quando un filone diventa prevalente bisogna andarci con i piedi di piombo. Però credo sia giusto rendersi conto di quello che succede nel nostro piccolo mondo di scriventi e leggenti.
Sono dunque a metà de “Il passaggio”. E ammetto di essermi incagliata, perché l’autore, che nella prima parte omaggia apertamente “L’ombra dello Scorpione”, e da King mutua  forza linguistica e di costruzione dei personaggi, sterza quando entra nella Distopia vera e propria, cambia stile e sembra non amare troppo i personaggi nuovi. In poche parole: accadono moltissime cose, nella seconda parte (fin troppe), ma lo sguardo dello scrittore è diverso, più piatto. Almeno, così mi è sembrato.
Ieri pomeriggio mi sono presa una pausa dal mio lavoro, ho messo da parte anche “Il passaggio” e ho aperto un libro che mi era stato consigliato. Si chiama “Unwind”, è di Neal Shusterman. Ne avevo letto in giro ma ne diffidavo, perché mi sembrava che adombrasse un’ideologia, per giunta decisamente conservatrice, sull’aborto e la donazione degli organi.  In effetti,  molti libri americani young adult si interrogano su vita e fine vita con molta maggiore frequenza di quel che avviene nei testi italiani: la parte che trovo molto bella in “Matched” di Ally Condie, di cui vi parlerò, è quella che riguarda l’eutanasia inflitta a chi compie ottant’anni, obbligatoriamente.
“Unwind” racconta invece di una società dove l’aborto è proibito, ma dove i genitori (o lo Stato, in caso di mancanza dei medesimi) possono decidere di liberarsi di un figlio fra i tredici e i diciotto anni (età in cui scatta la salvezza). Per tanti motivi: difficoltà nel gestire un soggetto “difficile”, mancata riuscita a scuola, credo religioso, mancanza di soldi. I rifiutati sono chiamati “dividendi”: perchè verranno letteralmente fatti a pezzi, e ogni loro parte (organo, occhio, mano, cervello) viene redistribuita nella società, in chi ne ha bisogno.
Il romanzo è terrorizzante. Non perché sia incline allo splatter, figurarsi: ma perché ti sbatte in faccia il tema del rifiuto (da parte della famiglia e da parte di un mondo altamente meritocratico) e quello della sopravvivenza dopo la morte. E fa un male cane. Dopo la scena della divisione ho chiuso il libro e tenuto gli occhi aperti fino all’alba.
Eppure, ribadisco, è un romanzo perfettibile da moltissimi punti di vista. Ma è impossibile da dimenticare.
Allora, a chi scrive, una storia così pone tanti interrogativi. Soprattutto sulla forza della propria scrittura. Quanto è in grado di torcerti e di imprimersi nella tua mente e quanto, invece, è una gradevole narrazione che ci si lascia alle spalle e svanisce dai tuoi ricordi dopo qualche settimana?
E non è forse giusto fermarsi, a questo punto, per capire per cosa si scriva davvero? E per chi?

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12 Risposte to “Insonnia”

  1. G.L. Says:

    Sai una cosa? Secondo me questa domanda non ce la dobbiamo porre noi. Ma gli editori.

  2. Laura Says:

    Sai Lara io credo che la risposta alla domanda per cosa si scrive davvero in fondo tu l’abbia già. E’ quella risposta lì che ti fa andare avanti nonostante tutto e grazie a tutto il resto^-^ o mi sbaglio?
    Sulla seconda domanda sono d’accordo con GL, anche se forse nella testa una persona a cui si parla mentre si scrive esiste, ma non so se quello è il lettore ideale o un meccanismo di difesa della salute mentale;)

  3. Valberici Says:

    Vero, lo sguardo dello scrittore cambia…perchè comincia “vedere” gli umani come i veri mostri, ma poi… 😉

  4. Luciana Says:

    Come al solito, davanti a certi quesiti mi sento piuttosto ingenua e stupida, appartengo alla categoria di persone che pensa che chi scrive voglia (debba) principalmente raccontare una storia… cosa se ne farà il lettore di quella storia, cosa ci vedrà dentro dipende dal suo modo di guardare. Lo scrittore può anche mettere uno specchio infondo alle sue pagine, ma sta al lettore riconoscere se stesso nel riflesso che riesce a scorgere, se riesce a scorgerlo.
    Sul per chi si scrive… io, personalmente, scrivo perché ne sento il bisogno, punto e basta. Anche questa forse è un’affermazione piena di ingenuità, ma non riesco a pensare a nessun’altra risposta.

  5. In_mezzo_alla_segale Says:

    Chiunque sacrifichi tempo per picchiettare su una tastiera ha già fatto delle scelte, che se ne renda conto oppure no. E magari la molla non è la stessa per tutti. C’è chi scrive per soldi, chi per sentirsi lodato, chi per buttare fuori il veleno in circolo. A me viene in mente una risposta molto più banale: per il piacere in sé di raccontare.

    Mi viene in mente Gordie Lachance di “Stand by me” (o di “Il corpo”, se preferisci): raduna gli amici attorno a un fuoco e racconta, semplicemente. È come se si nutrisse delle emozioni che lui stesso suscita nei suoi compagni di viaggio. Non è un parassita, tutt’altro, perché in cambio dà quelle emozioni che agli altri servono.

    In questo modo ridisegna anche se stesso: Sono bravo, posso fare qualcosa che non riesce a tutti.

    E qui si torna a quel che dicevo dei cantastorie.

    Riguardo alla seconda domanda, per chi si scrive, rubo le parole a Guccini: “Ho tante cosa ancor da raccontare / per chi vuole ascoltare / e a culo tutto il resto”.

  6. Lara Manni Says:

    La domanda che mi ponevo riguarda una parte scomoda di chi scrive. Quanto ci si compiace di se stessi? Quanto l’autocompiacimento prevale sull’onestà del racconto? Quanto, man mano che si va avanti, il gusto per le proprie parole uccide la narrazione stessa? I grandi scrittori dicono che il difficile viene dopo il primo libro, proprio per questo motivo. Si diventa “tecnici”, quasi sempre. E questo io non lo vorrei.

  7. Laura Says:

    Non sono sicura di aver capito quello che dici, forse dipende dal fatto che leggo con occhi da semplice lettrice e non da scrittrice, che vede nei libri il perfettibile. Diciamo che io sto ferma all’imperfettibile!!
    Se la domanda è: ci sono scrittori che hanno tecnica e linguaggio mediamente buoni ma hanno la fantasia di inventarsi storie talmente sorprendenti da nascondere le pecche tecniche e ci sono scrittori che con iperbole linguistiche e una tecnica formidabile nascondono buchi nella storia, tu a quale delle due formazioni vorresti appartenere? Penso d’aver capito che tu non voglia far parte della seconda, giusto?
    Sarà che personalmente ho sempre dovuto combattere la perenne insoddisfazione su ogni singola parola scritta, quindi l’autocompiacimento mi risulta un po’ incomprensibile^-^
    PS grande “in mezzo alla segale” il Guccio citato nel blog di Lara non l’avrei mai detto, però mi garba assai!!!

  8. Lara Manni Says:

    Più o meno è così. L’autocompiacimento c’è sempre, anche quando lo neghiamo. E’ un cavillo, se vuoi. Ma un cavillo su cui scrittori come David Foster Wallace hanno speso tutta la propria sofferenza.
    Ps. Anche io adoro il Guccio, ehi.

  9. In_mezzo_alla_segale Says:

    Hai assolutamente ragione, l’autocompiacimento è uno dei pericoli maggiori per comincia a uscire dall’anonimato. Porta un sfiga tremenda; per info chiedere a Narciso.
    Bisogna vigilarsi, magari l’un l’altro. Il rischio è l’involuzione, avvilupparsi su se stessi chiudendosi al confronto, che è il carburante per crescere.

    Per fortuna la soluzione c’è: basta ricordarsi di mettersi sempre al servizio della storia. Quando si comincia a fare il contrario, mettere la storia al servizio di noi stessi, qualcosa è andato storto. Tre passi indietro e al bivio prendere l’altra strada.

  10. Lara Manni Says:

    Vigilarsi l’un l’altro è già un passo. Mettersi al servizio della storia è sempre il passo giusto: ma non è così semplice capirlo. Non mentre si scrive.

  11. Laura Costantini Says:

    Ho letto il post, non voglio leggere i commenti per non lasciarmi influenzare. La domanda che ti poni e’ quella che ci poniamo, credo, tutti noi scrittori. Il romanzo che citi non lo conoscevo, mi incuriosisce, lo cerchero’. Ma non occorre necessariamente arrivare a raccontare quel che “Unwind” racconta per restare ad occhi aperti a pensare e ripensare. Ovviamente non posso parlare dei miei libri, solo un lettore potrebbe esprimersi a riguardo. Ma parlo, guarda un po’, di “Esbat”. Come sai devo ancora leggere “Sopdet”. Lo faro’, ma conto di rileggere Esbat, prima. Non perche’ sia sparito dalla memoria, anzi. I tuoi personaggi hanno una vita propria, una forza che non consente al lettore di dimenticarli una volta incontrati. Ho voglia di rivivere la prima avventura del tuo splendido demone. Ho risposto alla tua domanda? 🙂

  12. Lara Manni Says:

    Ma tu sei speciale 🙂

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