I morti corrono

Ho passato il sabato a fare ricerche sugli antenati del fantastico italiano. Non quello fiabesco, settore dove intelligenze molto più pregevoli della mia si sono già esercitate: parlo delle narrazioni, non necessariamente in forma di romanzo, che si sono rivolte al gotico, al fantascientifico, all’horror, al soprannaturale.
Così, su suggerimento di un paio di amici, ho cercato anche fra gli sceneggiati televisivi degli anni Settanta, scoprendo un piccolo tesoro di cui parlerò nei prossimi post. Se volete, è una personale Danse macabre dove entrerà anche la letteratura, ma non solo. Il motivo? Capire se c’è vita oltre al canone.
Mi spiego subito. Non da oggi discuto con molti scrittori e lettori sui fraintendimenti (ne ho già parlato più volte: il pregiudizio che vuole l’urban fantasy esclusivamente “rosa” e l’horror esclusivamente “rosso”) e su un identikit del genere che è difficilissimo tracciare. Comunque, non sono io la persona adatta a farlo.
Però ho trovato l’esempio giusto per spiegare, soprattutto a me stessa, quale sia il tipo di narrazione che mi coinvolge, e dunque quella verso cui tendo.
E’ Riding the bullet, di Stephen King. Come i kinghiani sanno, Riding the bullet ha una strana storia, raccontata dallo stesso King nell’introduzione alla raccolta Tutto è fatidico, dove venne ripubblicato nel 2002, dopo la pubblicazione in rete (che fruttò a King copertine e interviste di cui il medesimo fu il primo a stupirsi). Non è la sua destinazione a interessarmi, ma il racconto stesso.  Perché il canone è molto semplice, è anzi persino uno stereotipo dell’horror: l’autostop con il fantasma. In questo caso il fantasma guida e non è quello che alza il pollice, ma la griglia è quella.
Cosa fa di Riding the bullet l’esempio virtuoso? Semplice: il fatto che il vero tema della storia sia l’elaborazione di un lutto. Un figlio che deve accettare l’idea che sua madre morirà, e che dunque lui stesso sia mortale.  La parte del racconto in cui il protagonista ricorda la propria infanzia con quella madre sovrappeso e fumatrice, spesso brusca, ma così presente e amorosa da essere la metà di una coppia che si fa forza per affrontare il mondo, è quella più bella. Certo, ci sono gli effetti speciali, c’è il fumo della sigaretta che esce dalle suture sul collo del fantasma. Ma quelli sono dettagli: il cuore è nella perdita, e nel dolore indicibile per quella perdita.
Questo è quel che fa la differenza. Nessuno di noi, probabilmente, viaggerà in automobile con un morto. Tutti abbiamo sofferto o abbiamo immaginato di soffrire per la mancanza della persona che amiamo.
Questo, per me, è il buon genere. Quello che parla al nostro dolore, con il pretesto di uno spettro.

Annunci

Tag:

5 Risposte to “I morti corrono”

  1. Andrea Says:

    Hai ragione, ma perché non allargare il campo anche ad altro oltre il dolore? Ci sono la gioia, la speranza, l’utopia, la bellezza: forse il tutto si può declinare anche in queste chiavi.

  2. stefania Says:

    questo post mi ha fatto piangere, e non mi va di spiegare il perché in pubblico. Sappi che ti quoto su ogni punto.

  3. Ema Says:

    Se ti piace Pupi Avati, c’è anche un po’ di produzione cinematografica interessante da parte sua negli anni ’60, ’70 e ’80 (su tutti il terrificante “La casa dalle finestre che ridono” del ’76 ma anche Zeder che ha qualcosa in comune con Pet Sematary) che secondo me racchiude uno stupefacente campionario di horror nostrano.

  4. Melmoth Says:

    Sul titolo del tuo post, una cosa che mi fece venire i brividi leggendo Stoker era quando Harker nel suo diario annota che secondo i locali “the dead are quick”.

    Tarchetti lo conosci? Parlando di antenati… c’è un racconto sublime che si chiama ‘storia di una gamba’, la storia di un uomo a cui è stata amputata la gamba. L’uomo, ossessionato dalla perdita, se la tiene in una teca, e non riesce letteralmente a staccarsi da lei; alla fine la sua ossessione lo porterà a ‘unirsi alla gamba’. Geniale, e italianissimo.

  5. Lara Manni Says:

    Melmoth: King, infatti, cita Stoker. O meglio, il suo personaggio lo fa.
    Tarchetti lo conosco, ma quel racconto no. Provvedo.
    Ema. Ne ho sentito parlare, devo procurarmi i video.
    Andrea. Certo. Ma sul dolore l’empatia scatta prima.
    Stefania. Ti voglio bene.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: