Le streghe, e poi gli hobbit

Basta guardare la trama (ma io vi consiglio di guardarvi i video, che sono tutti disponibili): in A come Andromeda, sceneggiato Rai del 1972 (parliamo di quasi quarant’anni fa), da un messaggio ricevuto da un potente radiotelescopio si arriva alla nascita di una “creatura” venuta da una galassia lontana. Ne Il segno del comando (1971) fantasmi e maledizioni si inseguono nelle strade di Roma, complice Byron. In Ritratto di donna velata (1975) entrano in scena gli etruschi.
Dovevano essere anni molto fecondi per il genere: due anni dopo sarebbe arrivato Suspiria al cinema con le sue Madri crudeli e le sue streghe.
Ma in quello stesso anno in provincia di Benevento, si tiene il primo Campo Hobbit, e il nome di Tolkien comincia a essere associato alla “cultura di destra”. Nel 1976 il Movimento Sociale Italiano pubblica una rivista per le donne e la chiama Eowyn, per dire.
Le due cose sono collegate? La fine di una stagione di narrativa popolare di genere, sia pure televisiva, e l’appropriazione di un capolavoro del fantastico come Il signore degli anelli da parte della destra? Non lo so. Ci sto pensando su. Perchè deve essere pur accaduto qualcosa se il fantastico è divenuto faccenda per nicchie, per un non breve periodo della nostra storia.

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35 Risposte to “Le streghe, e poi gli hobbit”

  1. Ale Says:

    Beh, per quanto riguarda il cinema, quello popolare è finito negli Anni 80, come sistema, con qualche propaggine a inizio 90. Fondamentalmente è stato fagocitato dalla tv, lasciando come unica (o quasi) soluzione di genere la commedia e il comico. La botta finale è stata l’affermazione degli effetti digitali che hanno reso obsolete le tecniche artigiane alla Bava. Dopo, il cinema di genere (quello che per 20 anni almeno aveva gareggiato in inventiva e importanza con quelli di tutto il mondo, non ha saputo rinnovarsi, reinventarsi, adattarsi, condannandosi all’estinzione, anche per la miopia, e codardia, e ignoranza di tutti i settori, fondamentalmente, dalla produzione, alla distribuzione, alla critica. Per cui, per esempio, ormai non si riesce a fare manco il famoso film da Non mi uccidere di cui Gianni Romoli parla da anni. Quanto alla tv, l’ultimo esempio di sceneggiato fantastico, anche qui fuori tempo massimo, è stato Voci notturne, del team Avati (’95). Dopo, via alla dittatura della fiction, e si è aperta la diga delle commesse, carabinieri, preti, medici e via così. Dando la stura al luogo comune per cui l’Italia non è un paese per il fantastico.

  2. Lara Manni Says:

    Voci notturne, pensa, me lo sono perso scioccamente. Il problema è che non riesco a capire la persistenza della miopia. Perchè sembrerebbe ampiamente dimostrato che un pubblico esiste, per il genere.

  3. Paolo E. Says:

    Ricordo vagamente che ai tempi del liceo era stato oggetto di una intteressante discussione con l’insegnate di lettere (una GRANDE insegnante, che ricordo con affetto).

    Un punto interessante che era venuto fuori era che il genere letterario del romanzo è arrivato in Italia abbastanza tardi rispetto ad altrove, diciamo circa metà ottocento (si può dire con Manzoni). Questo ha fatto si che abbia risentito nella sua codifica dell’avvento del naturalismo e del verismo in maniera assai più pesante che altrove: in Italia semplicemente non c’erano i mezzi per distinguere criticamente il romanzo dal romanzo Verista.

    Tenendo conto dei sommovimenti del XX secolo che di certo non hanno aiutato (l’avvento del fascismo, il realismo socialista), non stupisce che almeno fino a Calvino (che pure non ne è stato immune) nessun romanziere in Italia abbia potuto prescindere da Verga e dal Verismo: in una situazione come questa dove persino un genio come Pirandello ha dovuto lottare per liberarsi da certi legacci, si fa fatica ad immaginare spazio per il romanzo fantastico.

    Questa la discussione all’inizio degli anni 90, per quel che ricordo: non mi sono più occupato di letteratura se non come hobby, e quindi potrebbero esserci delle inesattezze. Ma per riqualificare il romanzo fantastico, proprio da Calvino si potrebbe ripartire, che in questo senso ha fatto molto.

  4. Ale Says:

    Vanno col pilota automatico. Una volta, quando c’era un’abbozzo di industria cinematografica – per quanto sconnesso e frammentato – tutto era contemplato: i grandi autori, la sempiterna commedia a reggere le maglie del sistema, e una batteria di generi nutrita e flessibile: dal mélo matarazziano al peplum, dall’horror al western, dal giallo al poliziesco, dall’avventura allo spionistico, fino alle derive catastrofiche e alla comicità pecoreccia (e in tv, c’erano le trasposizioni della narrativa “colta”, le biografie dei grandi italiani e così via, insieme alle esplosioni fantasy). Crollata quella cattedrale a più livelli, non son rimaste che le rovine, si è recisa una continuità, e mentre i vecchi maestri si ritiravano o decadevano, non c’è stato ricambio. Perché alla fine conviene sempre andare sul già noto. Per anni il solito Romoli diceva di voler fare un horror con Ozpetek. Alla fine Ozpetek ha continuato a fare le sue commedie-mélo, che garantiscono un riscontro, preferendo evitare il salto nell’ignoto. Pigrizia. Orfananza. Culto del già noto. Ecc.

  5. Lara Manni Says:

    Orfananza. Bellissimo termine.
    Orfani di padri non riconosciuti, però. Lo stesso Calvino di cui giustamente parla Paolo per anni ha visto occultato il suo lato fantastico.

  6. Melmoth Says:

    Se posso permettermi l’analisi di Palo E è inesatta.
    Il romanzo ‘di genere’ (grossomodo assimilabile al concetto di Romance) nell’ottocento esisteva eccome. Bastino due nomi: Guerrazzi / Mastriani.
    Alla metà/fine dell’ottocento esistono poi tutta una moltitudine di piccoli scrittori che cercano di utilizzare il cotè gotico per scrivere storie ‘sensazionalistiche’. Tra questi ci sono gli scapigliati, e lo stesso Verga (che approva al suo verismo piuttosto tardi e dopo esser passati per ‘romance’ storici).

    Infine ai primi del 900 abbiamo molti autori che scrivono romanzi sensazionalistici ‘ di puro intrattentimento’ quello che saranno i modelli dei nosrri ‘gialli’. Il problema è un altro, ed è quello che evidenzia Gramsci; che il grande modello del “romanzo popolare” come “letteratura alta” è esistito in Francia e in Inghilterra (Hugo, Dickens) da non c’è mai stato.

  7. Melmoth Says:

    Scusate i tanti refusi, sono in uscita dalla mia classe…

  8. Lara Manni Says:

    (questo volendo ignorare le interpretazioni dei Promessi Sposi in chiave di romanzo gotico) 🙂

  9. daniela@nuovoweb.com Says:

    Sui romanzi sensazionalistici di inizio ‘900, mia nonna (appassionata lettrice 🙂 ) raccontava che in Sardegna circolavano venditori ambulanti che portavano anche nei paesi romanzi a fascicoli, con toni che oltre al sentimentale ed al melodrammatico includevano anche misteri, spaventi e fantasmi…
    Circa gli sceneggiati televisivi anni ’60 e ’70, ricordo che (forse anche per la ristrettezza dell’offerta televisiva), le loro vicende erano ampiamente oggetto di conversazione quotidiana a livello popolare: si andava a fare la spesa e si parlava di reincarnazione o messaggi dallo spazio con le vicine… Persino il mago Silvan, che era popolarissimo, infarciva i suoi numeri spettacolari con riferimenti alla parapsicologia… Uri Geller era famosissimo ed i libri di Peter Kolosimo si vendevano come il pane… Eh, bei tempi, signora mia! 😉

  10. G.L. Says:

    Si, ma com’è allora che nel ’56 Flaiano si lamentava del fatto che chiunque aveva un libro pubblicato? Si stava meglio quando si stava peggio o forse il problema di ‘sto paese è che non cambia un cazzo?

  11. Isa Says:

    Mi permetto un solo commento circa l’appropriazione della destra di libri come il Signore degli Anelli…
    Ritengo che sia tutta una questione di spocchia di sinistra dato che a ben guardare il fumetto, ad esempio, era opera da gente che per lo più era di tendenza di sinistra mentre l’intellighenzia -definisco così con ironia- lo guardava come un intrattenimento che al limite andava indirizzato dalla sinistra stessa oppure ignorato. Va da sè che è stato a lungo mal supportato se non negli ambienti che lo amavano a prescindere.
    Pensate che certo intrattenimento veniva politicizzato a priori ed addirittura la musica spesso straniera, con tanto di processi on stage alle varie star di turno e da gente che non era nemmeno mai stata all’estero…
    Insomma credo che questa possa ben intendersi come una ragione, se non la ragione principale, per cui certe cose sono “di destra” o la destra se ne sia impadronita come immaginario e via dicendo…Lo si è lasciato fare per presunzione, spocchia e provincialismo…
    Sul grande periodo di intrattenimento televisivo e cinematografico, a basso budget in questo caso, non ci son parole perchèè tutto sotto i nostri occhi e, sempre cinematografucamente, sono cose che tutt’ora all’estero ci invidiano, bastano le ultime osservazioni da parte del solito Tarantino che ricorda registri che qua manco sanno più chi sono.

  12. Paolo E. Says:

    Accetto con gratitudine la correzione di Melmoth, peraltro avevo già detto che era un ricordo di liceo, di fronte alla costatazione che nel novecento gli italiani bene o male tutti dal verismo partivano, per poi prendere a volte strade diverse.

    E si, in modo confuso ed impreciso intendevo quanto tu dicevi. La tradizione romanzesca britannica e francese di fine 700/ primo 800 da noi è mancata (aggiungo Defoe, Swift, Emily Bronte, e tanti altri che hanno contribuito a dare lustro al fantastico in letteratura).

    Si è vero, Verga era partito dalla scapigliatura.

    Però vi chiedo un chiarimento: qui non si sta parlando del complesso del pubblicato tout court, ma del motivo per cui la narrativa fantastica è stata considerata per lungo tempo di nicchia: cosa peraltro innegabile.
    E da questo punto di vista, nonostante l’ineccepibile correzione, il verismo secondo me un pesante e negativo contributo lo ha dato: quello che non seguiva un certo canone era roba da treno!

  13. Melmoth Says:

    Caro Paolo, il Verismo c’entra fino a un certo punto.
    Intanto -vivo il povero Verga- ‘verismo’ era una etichetta letteraria che da noi non capiva nessuno e su cui nessuno avrebbe mai scommesso due lire. Lo stesso Verga prima di novelle dei campi scriveva dei bei melò rosa (storia di una capinera, tigre reale) che facevano sospirare le belle dame e facevano cassetta.

    Il problema non è Verga o verismo ma: 1) il fatto che una “letteratura nazional popolare” nostrana non ha mai raggiunto livelli alti, vuoi per risultati che per diffusione 2) la critica e il suo impatto sulla scolarizzazione della letteratura.

    Lo stesso modello dei promessi sposi è, innegabilmente, il romanzo storico di Walter Scott, tinto anche di quel poco di ‘gotico’ (monaca di Monza). Ma un qualsiasi romanzo di Gautier, di Balzac si mangia i promessi sposi a colazione (e fa il ruttino). Per una monaca di Monza, 200 Rastignac.

    Il fatto è che Manzoni non scrive per lo stesso mercato per cui scriveva un Defoe o un Dickens o un Balzac. Quando oggi si dice che in Italia non si legge, sorrido. Il romanzo da noi fece una enorme fatica ad attecchire per la semplice ragione che alla fine dell’ottocento chi ‘parlava italiano’ era il 10% della popolazione; chi lo leggeva il 2.

    Che Manzoni si rivolga ai suoi dodici lettori, non è quindi solo una metafora.
    Defoe, che scriveva a metà del ‘600, poteva farsi leggere a un pubblico vastissimo, sia perchè linguisticamente il paese era unificato da cinquecento anni; sia perchè la nascita dei giornali consentiva una diffusione capillare. Insomma, c’era un mercato (difatti Defoe comincia a scrivere romanzi per risolvere un problema di debiti: lo faceva per il vil denaro, l’arte è venuta dopo). Quindi in Inghilterra il romanzo nasce come una novità (novel) d’intrattenimento che si impone per il suo carattere commerciale, e questo carattere non lo perderà mai del tutto.

    Da noi al contrario chi può leggere o anche solo ‘ascoltare’ un romanzo in Italiano è una parte minima della popolazione. Anche per questo romanzo stesso è recepito solo da pochi e quei pochi lo guardano con grande diffidenza. Si pensi che negli anni 30-40 del XIX secolo si discute ancora se il romanzo possa essere una forma d’arte o meno.

    Quando poi questi signori si convincerono che sì, poteva essere “arte”, il romanzo era ormai prigioniero di una immagine elitista, aristocratica, che ancora oggi permane. Dagli anni 20-30 del 900 in poi tutto quello che è “romanzesco” è infatti negato al romanzo. “Imbastitore di trame” è il peggior insulto (copyright di Paola Mastracola) che si possa scagliare a uno scrittore, strale d’inchiostro che colpisce i pennivendoli che non sanno dove sta di casa la vera arte (Salgari? o magari Melville?).

    Qui c’entra invece molto la critica, sia i Crociani (leggete quello che Croce scrive su Pirandello, dico, Pirandello non Sandokan) che quelli di formazione marxista: romanzo come forma d’arte impegnata, che rifugge ogni artificio per svelare il reale. Ah! Does it ring a bell? E’ quello che leggiamo sulle antologie di letteratura da quando scaldavamo una sedia a scuola..

    Non so, io in classe sto facendo il ritratto di Dorian Gray. Un grande romanzo di intrattenimento, un racconto gotico di ispirazione faustiana, ed anche grande, grandissima letteratura. Ecco, qualcosa di simile noi non potremmo mai averla prodotta. Perché da noi storicamente o l’intrattenimento è puro e di bassissimo livello (leggete Mastriani e la Invernizio, entrambi rovistatori del gotico) o parte già alto, altissimo (Calvino? Gadda? Manganelli? autori che per inciso amo molto).

    Ma una “middle ground” romanzesca in cui ci sia l’intrattenimento mescolato a una purezza linguistica di esecuzione noi non lo abbiamo. Ancora adesso scontiamo quella elitizzazione delle forme romanzesche: chi si intrattiene con un livello mediano della lingua, chi racconta una storia e si interessa soprattutto di quello, viene messo in quarantena (pensate a Buzzati e allo spazio ridicolo che gli viene dato nei libri di testo scolastici). E questo indipendentemente dal problema del ‘genere’. Perché il genere presuppone appunto, intrattenimento e ‘mercato’.

    Tornando sul fantastico, non è che sia solo il fantastico ad essere considerato di nicchia. Tutta la letteratura che non devia dal canone da noi viene bollata con il mantello d’infamia del contastorie, quel mezzo criminale che ai crocicchi intrattiene le masse venute al mercato a comprare i polli e le semenze.

    Io credo che chiunque voglia fare ‘arte romanzesca’ quel mantello lo debba indossare, se non vuole che l’amore per le proprie parole siano l’unico criterio con il quale incoronarsi agli occhi dei poeti laureati.

  14. Melmoth Says:

    E scusate ancora la lunghezza e i refusi, Venerdì pomeriggio non è giornata…

  15. Paolo E. Says:

    Melmoth: applausi

  16. Lara Manni Says:

    Eppure, Melmoth, noi abbiamo uno straordinario patrimonio fiabesco. Il problema è uno: che cercare soltanto di resuscitare quello, temo, non ci porta lontanissimo. Forse ci conquista l’approvazione colta, e penso a Calvino. Ma credo che occorrerebbe procedere con l’ibridazione. Come avviene altrove, peraltro. E bene.

  17. Melmoth Says:

    Sì, su questo sono d’accordo Lara. Anche se temo che l’ibridazione come la chiami tu non possa essere pensata a tavolino, soprattutto se la si intende come ibridazione di diversi generi. (“Ora scrivo un cyber-western-baroque-horror-historical fantasy”).

    Altrove avviene quello che potremmo chiamare una ibridazione tra il mainstream e il romanzo di genere, con risultati interessanti. Ho conosciuto due delle decane di quella che loro chiamano INTERSTIRTIAL FICTION, date un occhiata qui: http://www.interstitialarts.org

    La verità è che questo livello di sofisticazione può avvenire solo in un contesto dove il genere sia stato recepito e digerito. Solo allora può coninciare il ‘cross-over’. E da noi non è così.

  18. Lara Manni Says:

    Hai ragione. Ma bisogna pur insistere. Quando scrivo non penso al genere dove finirò. Sopdet è insieme un romanzo storico, un romanzo fantastico, un horror, un urban fantasy. Ovviamente è solo l’ultima delle definizioni che viene recepita. Il problema italiano è noto. Il genere viene considerato solo in quanto possibile strumento di vendite, e non altro. Basta aprire una qualsiasi rivista letteraria. Anche quelle dedicate al genere, come Pulp. L’ultimo numero è zeppo di recensioni….di romanzi mainstream. Chi scrive mainstream, viceversa, può permettersi il lusso di vendere molto poco ma di venir considerato giovane promessa a vita, e per ciò stesso di entrare in un’eletta cerchia. E’ così e continuerà a essere così molto a lungo. Forse saranno quelli che verranno dopo di noi a cogliere i frutti del nostro lavoro. Non per questo bisogna smettere.

    • Vale Says:

      O andiamo a finire (?) come Philip Dick che stava tutto il tempo a cercare la fama come scrittore non di genere, quando le sue cose migliori sono scifi. Ma cazzapione, lui scriveva negli anni ’50 e ’60 del novecento!
      Possibile che stiamo ancora così tanto indietro, qui?

  19. Melmoth Says:

    Pulp scrive/scriveva di genere? Sono onestamente sorpreso, pur conoscendo la rivista bene. Forse il mio problema è che davvero vedo pochi paletti, quando leggo non cerco mai ‘il genere’ o ‘il mainstream’, ma solo un libro la cui storia mi ha colpito…

    O forse il mio vero problema è che vedo ibridi dappertutto: Borges, Chesterton, Peake, e tutti i mie numi tutelari. Comunque, come scrivevo altrove, il problema non è che il fantastico in Italia non c’è mai stato, ma che non c’è mai stato un fantastico ‘di mercato’, qualcosa di corrispondente ai gialli/noir di Lucarelli o di Camilleri, per capirci. Quello, è davvero nuova anche solo l’idea che possa esistere. Di contro, tutto quello che viene recepito appunto come ‘fantastico di mercato’ è monnezza. Quello che non va non è “fantastico” ma di mercato. Poi per inciso che sia ‘merciabile’ non lo decidiamo noi, ma i nostri edtori

    E poi, lo posso dire? La parola “fantasy” la detesto, me l’hanno fatta detestare, inch by inch, anche perché spesso chi la dice non sa davvero di cosa parla (ormai tutto è fantasy: Harry potter, e magari Il settimo sigillo di Bergman- infatti anche nel secondo c’è Voldemort).

    Sogno un mondo dove le sole etichette che leggo siano quelle delle camicie.

  20. Lara Manni Says:

    Lo sogno anche io. E neanche io ne posso più della parola fantasy, così come viene declinata al momento. Anche se amo il fantastico. Eppure, bisognerebbe che prima o poi venisse fuori un Lucarelli del fantastico. Ma questo sta a noi, prima ancora che agli editori e ai lettori.
    Pulp, come da titolo, ha sempre seguito il giallo e il noir e il NIE, per semplificare. Ma ora mi pare si sia dato all’intimo. 🙂

  21. G.L. Says:

    Lara, perdincibacco! Una rivista che si chiama Pulp e che sul numero tre aveva Lovecraft in copertina, non e’ una rivista di genere! Esattamente come la mia rivista preferita (Ninfe e cesoie) non e’ quello che pensi.

  22. Melmoth Says:

    Deja vù! davvero, sono convinto di aver già letto queste risposte! Saranno i venusiani che vivono nel mio giardino a disturbare il continum spazio tempo…

    Ok, io a casa ho una rivista che si chiama Pulp, a me pare si occupi prevalentemente di critica letteraria; il tipo in copertina nel mio numero è Thomas Mann, noto scrittore di horror fantascientifico tedesco…
    Vorrà dire che così bene non la conoscevo.

  23. G.L. Says:

    Giovanni, su Verga hai studiato, adesso per domani, tema: “Origine e significato della parola Pulp”. A cuccia, su.

  24. Giobix Says:

    Esempio di ibridazione che se frega di canoni e generi: Mauro Corona dice che i boscaioli sono i suoi Samurai, e la manera (ascia) è la loro Katana, con cui si dilettano in prove d’abilità tipo tagliarsi i peli della gambe con un colpo netto senza affettare il polpaccio.(Miti da osteria)
    a questi aggiunge ibridazioni epiche, con il boscaiolo Santo che combatte per anni contro un enorme albero, (tipo akab con moby dick) fino alla tragica resa dei conti.
    E questo sarebbe mainstream (per tacere di persone divorate da orde di topi, streghe, e bastoni che riappaiono dalle viscere della terra per portare la morte)

  25. Melmoth Says:

    GL: Eh?
    Giobix: su Corona ci sarebbe molto da dire; lì secondo me è proprio la struttura narrativa e il tipo di narratore, parlo di “Storia di Neve” che è l’unico che ho letto, a suggerire che non si tratti di genere. E poi certo, anche quelli del marketing di quelli di Mondadori: evidentemente un autore così non si sognano nemmeno di venderlo come ‘di genere’. Il che è singolare, no? Cioè, l’Italia è quel paese dove se l’editore ti considera di genere, e sei italiano, vendi MENO.
    Ma non dovrebbe essere il contrario?
    Misteri della fede.

  26. G.L. Says:

    Hai capito benissimo, Giovanni.

  27. Melmoth Says:

    GL: Come? Non ti sento, parla più forte!

  28. G.L. Says:

    Cacchio, m’ero dimenticato che l’Autore di questi dialoghi (http://www.youtube.com/watch?v=QaOj55aTecU) è troppo in alto per colui che ha scritto la peggiore frase della Letteratura italiana.

  29. Melmoth Says:

    Ahahaha, che fico, si è anche fatto la sua ricerca su internet!
    Io però continuo a non sentirti, deve essere il vento…

  30. G.L. Says:

    Beh, Melmoth, se tu fossi un troll qualsiasi, tirerei dritto – faresti solo pena. Ma poichè, sei Giovanni De Feo, alias Stramonio, aliasi l’autore de “Il Mangianomi” (Salani, ed) e usi l’anonimato per smerdare a destra e a manca, non mi fai pena: sono sinceramente preoccupato per lo stato del tuo fegato.

  31. Lara Manni Says:

    Ehm. Che succede qui?

  32. Melmoth Says:

    Che io sia un troll per favore lascialo decidere alla padrona di casa. Su quei dialoghi ti sbagli: ce ne sono di MOLTO peggiori in quel film. E anche in altri.
    Buone ventosità.

  33. G.L. Says:

    Vuoi che ti metto i link dove hai trolleggiato ai danni del sottoscritto? (Larù, mo’ vado e lascio le finestre aperte che c’è puzza)

  34. Lara Manni Says:

    Sentite. Mi sembra si parlasse di tutt’altro. Torniamo all’argomento per cortesia?

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