Archive for maggio 2011

Le liste di Cassia

maggio 17, 2011

Quando si parla di distopia, e se ne parla parecchio, mi viene da fare un distinguo: naturalmente personale e non di natura tecnica. Abitualmente, prediligo quei romanzi che non sono precisamente distopici, ma che raccontano il farsi della distopia. Dunque, sarebbe più corretto parlare di romanzi apocalittici. Quello che ho amato soprattutto in L’ombra dello scorpione era il ricostituirsi dell’umanità dopo una catastrofe:  il tentativo di riformare le regole di convivenza sociale, nel bene e nel male, e di dotarsi degli strumenti che consentono il progredire della civiltà. Vale, in un altro senso, per La strada di McCarthy. In quel caso, la civiltà ricostruita o ricostruenda era solo una possibilità verso la quale marciavano il padre e il figlio, e quello che ci veniva mostrato era il barbarico azzeramento di ogni norma o legame sociale.
Quello che fa la distopia è leggermente diverso: in parole povere, osserva quel che avviene oggi, nel nostro presente, e lo porta alle conseguenze estreme, prefigurando una società iper-controllata e fortemente gerarchica. Due dei romanzi distopici che ho molto amato – lasciando da parte Orwell e 1984 – sono i due testi kinghiani pubblicati come Richard Bachman, La lunga marcia e L’uomo in fuga. Soprattutto nel secondo, è evidente come l’orrore della realtà spettacolarizzata (il romanzo è del 1982) sia una proiezione di quel che cominciava a muoversi attorno allo scrittore, e al mondo tutto. Così come Arancia meccanica di Anthony Burgess non puntava , secondo me,sui giovani tanto cattivi e tanto violenti quanto sul vecchio sogno politico e sociale di distinguere il mondo in recuperabili e no.
C’è una cosa interessante: da un certo momento in poi, sono gli adolescenti a diventare i protagonisti della distopia. Avveniva, in un certo senso, ne Il signore delle mosche di Golding (anche se in questo caso si trattava di una società che si andava ricostituendo per necessità e in forma microscopica).  Ed è avvenuto soprattutto in due romanzi giapponesi a mio avviso splendidi: Battle Royale di Koushun Takami e Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro, con cui Unwind ha fortissimi debiti.
Qual è la novità ulteriore, nel momento in cui la distopia si inserisce nei libri destinati a lettori a loro volta adolescenti?
In poche parole,  il linguaggio si semplifica e la trama ruota soprattutto attorno al concetto di scelta.
Avviene in Unwind, e avviene soprattutto in Matched di Ally Condie, appena uscito in Italia. Apparentemente la storia di Matched è quella di Cassia Reyes che, come tutti i ragazzi e le ragazze giunti all’età di 17 anni, si ritrova abbinata ad un compagno predeterminato dalla società. Per sua fortuna, è il suo migliore amico. Per sua sfortuna, un apparente bug del sistema le rivela che il predestinato originario era un altro, un parìa, peraltro. Sempre apparentemente, il romanzo punta su un classico dei classici: il triangolo amoroso, con tutte le  conseguenze e le tifoserie del caso.
Ma c’è un’altra chiave di lettura che a me interessa molto: ed è quella della semplificazione. Perchè nel mondo di Cassia quel che si può apprendere – musica, poesia, arte – è ridotto a una lista. Cento titoli, o brani, o quadri, preselezionati. Il resto è proibito. Infatti, la ribellione di Cassia, complice il dolore per l’eutanasia obbligatoria del nonno, ruota attorno ad una poesia di Dylan Thomas, Non andartene docile in quella buona notte.  E’ gravissimo possederla. Non resta che impararla a memoria, come in Fahrenheit 451 di Ray Bradbury.
Questo è l’aspetto del contemporaneo colto da Allie Condy che mi colpisce di più. Semplificare, limare, ridurre. Classificare. Non fanno altro, gli abitanti del mondo di Cassia. Etichettano. Ecco, questo è quello che spaventa me. E questo è quello che mi sembra sia stato sottolineato nel romanzo. E’ davvero l’amore a vincere? O non, piuttosto, il desiderio di sapere?

Insonnia

maggio 16, 2011

Ci sono libri che aiutano chi scrive. Non sempre, e non solo, per la qualità della scrittura stessa e per le riflessioni che possono suscitare su stile e trama. Non parlo, infatti,  solo dei libri da cui si ruba (perché chi scrive è comunque  ladro, anche se non sempre intenzionalmente: accoglie e restituisce quel che ha assorbito negli anni e che viaggia nel sangue come una sostanza inerte ma pronta ad attivarsi).  Parlo, soprattutto, della reazione che alcuni libri  suscitano in chi legge.
Perché, per parlarci fuori dai denti, è spesso disperatamente consolatorio alzare gli occhi da un testo mediocre e dirci “lo farei meglio”. E’ miserabile, ma succede a tutti.
Poi, ci sono storie davanti alle quali ci si dice un’altra cosa: “Come faccio a farlo?”. Storie impeccabili per lingua e trama, appunto, dove l’una e l’altra si incastrano con un’armonia che sembra irraggiungibile. Sono i libri che ti stimolano a lavorare meglio. Quelli, appunto, da cui si ruba.
Infine, ci sono libri molto perfettibili ma che ti colpiscono al punto da non farti dormire. E’ successo a me, stanotte.
Ultimamente sto leggendo parecchie storie distopiche. Lo so, è la tendenza del momento. Lo so, quando un filone diventa prevalente bisogna andarci con i piedi di piombo. Però credo sia giusto rendersi conto di quello che succede nel nostro piccolo mondo di scriventi e leggenti.
Sono dunque a metà de “Il passaggio”. E ammetto di essermi incagliata, perché l’autore, che nella prima parte omaggia apertamente “L’ombra dello Scorpione”, e da King mutua  forza linguistica e di costruzione dei personaggi, sterza quando entra nella Distopia vera e propria, cambia stile e sembra non amare troppo i personaggi nuovi. In poche parole: accadono moltissime cose, nella seconda parte (fin troppe), ma lo sguardo dello scrittore è diverso, più piatto. Almeno, così mi è sembrato.
Ieri pomeriggio mi sono presa una pausa dal mio lavoro, ho messo da parte anche “Il passaggio” e ho aperto un libro che mi era stato consigliato. Si chiama “Unwind”, è di Neal Shusterman. Ne avevo letto in giro ma ne diffidavo, perché mi sembrava che adombrasse un’ideologia, per giunta decisamente conservatrice, sull’aborto e la donazione degli organi.  In effetti,  molti libri americani young adult si interrogano su vita e fine vita con molta maggiore frequenza di quel che avviene nei testi italiani: la parte che trovo molto bella in “Matched” di Ally Condie, di cui vi parlerò, è quella che riguarda l’eutanasia inflitta a chi compie ottant’anni, obbligatoriamente.
“Unwind” racconta invece di una società dove l’aborto è proibito, ma dove i genitori (o lo Stato, in caso di mancanza dei medesimi) possono decidere di liberarsi di un figlio fra i tredici e i diciotto anni (età in cui scatta la salvezza). Per tanti motivi: difficoltà nel gestire un soggetto “difficile”, mancata riuscita a scuola, credo religioso, mancanza di soldi. I rifiutati sono chiamati “dividendi”: perchè verranno letteralmente fatti a pezzi, e ogni loro parte (organo, occhio, mano, cervello) viene redistribuita nella società, in chi ne ha bisogno.
Il romanzo è terrorizzante. Non perché sia incline allo splatter, figurarsi: ma perché ti sbatte in faccia il tema del rifiuto (da parte della famiglia e da parte di un mondo altamente meritocratico) e quello della sopravvivenza dopo la morte. E fa un male cane. Dopo la scena della divisione ho chiuso il libro e tenuto gli occhi aperti fino all’alba.
Eppure, ribadisco, è un romanzo perfettibile da moltissimi punti di vista. Ma è impossibile da dimenticare.
Allora, a chi scrive, una storia così pone tanti interrogativi. Soprattutto sulla forza della propria scrittura. Quanto è in grado di torcerti e di imprimersi nella tua mente e quanto, invece, è una gradevole narrazione che ci si lascia alle spalle e svanisce dai tuoi ricordi dopo qualche settimana?
E non è forse giusto fermarsi, a questo punto, per capire per cosa si scriva davvero? E per chi?

Cose che non capisco

maggio 12, 2011

Salone del libro di Torino. Ovvero, appuntamento irrinunciabile per chi scrive, legge, traduce, pubblica.
Leggo da Fantasy magazine l’elenco degli appuntamenti dedicati al fantastico. Sono quattro, su centinaia.
I libri di fantastico pubblicati in Italia sono, suppongo, migliaia. Evidentemente non sono considerati interessanti se non per uno specifico pubblico, quello giovanile. E va bene (no, non va bene, ma pazienza).
Poi però, sfoglio il programma del Salone e trovo un appuntamento che si chiama “Romanzi alla fine del mondo – Futuro prossimo”. Partecipano Alessandro Bertante, Tommaso Pincio, Antonio Scurati. Laddove si parla di romanzi fantastici.
C’è qualcosa che non capisco.

Fuori concorso

maggio 11, 2011

Mi è arrivata via mail. E’ la fan fiction, fuori concorso, di Mila per Sopdet. E io, grata, ve la posto.

PULSAR

Fu la paura a renderlo audace.

Publio Ovidio Nasone

“Axieros.”

“Mm?”

“Cos’è la paura?”

Yobai glielo aveva chiesto, una volta. Mentre lo guardava in quel modo che aveva solo lei: lo sguardo della madre e le labbra dell’amante.

Glielo aveva chiesto. E Axieros aveva riso. Di quel riso sottile e impalpabile come vento fra i sistri, come sabbia nella risacca del mare.

Aveva riso, Axieros, e gli aveva detto: lo capirai.

Per Adelina la paura sono stati due occhi nel tramonto e una percezione indefinita di sospensione. Il pensiero di riscoprirsi viva e il precipizio lontano. Per Adelina la paura è stata la vita che le veniva elemosinata con irritante insofferenza.

Per Hyoutsuki la paura è stata il desiderio. Per una ningen. E il ricordo del suo nome a premere nella testa mentre la possedeva, per sconosciuta disperazione. Nella fugace consapevolezza di una caduta.

Per Johann la paura aveva il sapore dimenticato di un abbraccio. Il corpo di una donna – di una madre, il suo seno contro un viso che era argilla e trucco. E il gusto di un nome che era stato accantonato: Takai.

Per Ivy paura era una matita e una voce che rieccheggia nella testa puoi. Fino a distruggerti. Era lo spettro di una donna, un’ossessione rossa.

Aiwass

“Dimmi.”

“Vuoi ancora sapere cos’è la paura?”

Yobai inclinò le labbra in un sorrisino sarcastico. Quanto era trascorso da quando le aveva fatto quella domanda? Era ancora un embrione, il capriccio sulla scacchiera di una Dea. E si era chiesto, in quella nuova vita, cosa dovesse temere. Da cosa si dovesse difendere.

“No” soffiò con il fumo di una sigaretta, socchiudendo gli occhi.

No. C’erano molte cose che gli facevano paura, anche in quella nuova vita. Molte cose inaspettate; forse ignorate. Ma ce n’era una. Una che gli faceva correre un brivido sotto la pelle; una che aveva imparato ad attendere con il bisogno dell’assetato, incostante e vivida.

No. Yobai non voleva sapere cosa fosse la paura. L’aveva conosciuta nell’istante in cui aveva riaperto gli occhi, in un corpo estraneo.

La paura più grande.

La risata di Axieros.

Apocalissi, King, Carver, Lish

maggio 10, 2011

Non volevo crederci: eppure diversi amici mi hanno confidato che domani non saranno a Roma causa previsioni nefaste sul terremoto che dovrebbe raderla al suolo. Ho pensato che scherzassero, ma mi hanno risposto che non vedevano il motivo di rischiare. E quando ho insistito, almeno un paio mi hanno risposto che da me non se lo aspettavano. Non sono forse io quella che scrive romanzi fantastici? Dunque, perché mi stavo dimostrando così razionale?
Semplice: perché il fantastico è razionale e addiirittura lucidissimo nell’osservare e riportare quel che ci circonda.  Proprio perché racconta il non possibile, deve ancorarsi all’esistente, o fallisce: per quel che mi riguarda, non smetterò mai di sottolinearlo.

Non volevo credere neanche a questo. E invece, in occasione dell’uscita italiana della biografia di Raymond Carver, è Stephen King a parlarne. E l’intervento è così bello che ve lo regalo.

“Raymond Carver, sicuramente uno degli autori di short story americane più influenti della seconda metà del Ventesimo secolo, fa la sua prima apparizione nella biografia esaustiva – e talora estenuante – di Carol Sklenicka come un bimbetto di tre o quattro anni al guinzaglio. «Beh, è naturale che dovessi tenerlo al guinzaglio», disse anni dopo sua madre Ella. E, a quanto sembra, senza ironia. Forse la signora Carver ebbe l´idea giusta. Al pari degli storditi alcolizzati della classe media o operaia che popolano i suoi racconti, Carver sembrava non sapere mai dove si trovasse né perché si trovasse proprio lì. Questo mi riporta in mente un brano de La casa dei fantasmi di Peter Straub: «L´uomo si limitava a guidare, distratto dall´infinita soap opera della feccia d´America».
Nato in Oregon nel 1938, Carver si trasferì ben presto con la sua famiglia a Yakima, nello stato di Washington. Nel 1956 i Carver si trasferirono a Chester, in California. Un anno dopo, Carver se ne andava in giro in Messico a far baldoria con una coppia di amici. In seguito, i traslochi si moltiplicarono a ritmo incessante: Paradise, California; Chico, California; Iowa City, Sacramento, Palo Alto, Tel Aviv, San Jose, Santa Cruz, Cupertino, Humboldt County… e siamo appena al 1977, anno in cui Carver bevve per l´ultima volta. […]
Pur brillante e pieno di talento, Ray Carver era al tempo stesso quel tipo di alcolista sommamente distruttivo, sempre pronto a scolarsi qualsiasi cosa, e che una volta raggiunto il fondo continua ad andare ancora più giù. Da tempo gli Alcolisti anonimi sanno che gli ubriaconi come Carver sono maestri che praticano l´arte della terapia geografica, rifiutando di ammettere che se metti un beone fuori controllo su un aereo in California, a Chicago – o nell´Iowa, o in Messico – atterrerà un beone fuori controllo.
Fino alla metà del 1977 Raymond Carver è rimasto fuori controllo. Mentre insegnava all´Iowa Writers´ Workshop divenne compagno di bevute di John Cheever. Del semestre autunnale del 1973 Carver in seguito scrisse: «John e io non facevamo altro che bere. Credo che nessuno dei due abbia mai rimosso il coperchio dalla macchina da scrivere». […]
In quei primi anni in cui Ray beveva, pescava, andava a scuola e iniziava a scrivere quelle storie che una generazione di critici e docenti avrebbe etichettato al ribasso come “minimalismo” o “realismo volgare”, fu Maryann Burk Carver a portare a casa il pane. Il talento dello scrittore spesso gira su se stesso in modo innocente, ma gli scrittori le cui opere rilucono di introspezione e mistero nel loro privato spesso sono dei mostri ordinari.
Maryann Burk incontrò l´amore della sua vita – o la sua nemesi, giacché Carver pare sia stato entrambe le cose – nel 1955, mentre lavorava al banco di uno Spudnut Shop a Union Gap nello stato di Washington. All´epoca aveva quattordici anni. Quando lei e Carver si sposarono mancavano appena due mesi al suo diciassettesimo compleanno ed era incinta. Prima di compiere i diciotto scoprì di essere incinta per la seconda volta. Per i successivi venticinque anni aiutò Ray facendo la cameriera nei bar e nei ristoranti, la venditrice porta a porta di enciclopedie e l´insegnante. Appena sposati impacchettò frutta fresca per due settimane soltanto per potergli acquistare la sua prima macchina da scrivere.
Maryann era bella. Ray era opprimente, possessivo e di tanto in tanto violento. […] Ray e Maryann rimasero sposati venticinque anni, e fu in quegli anni che Carver scrisse la maggior parte delle sue opere. Il tempo che avrebbe trascorso al fianco di Tess Gallagher, l´unica altra donna significativa della sua vita, fu meno della metà. Ciò nonostante, fu Tess Gallagher a raccogliere e godersi i vantaggi personali derivanti dalla sobrietà di Carver (bevve per l´ultima volta poco prima che si innamorassero), come pure quelli economici. Durante la causa di divorzio, il legale di Maryann disse – e ciò mi angustia e in un certo senso rovina del tutto il piacere che traggo dalla lettura dei racconti di Carver – che senza un accordo decente la vita di Maryann Burk Carver dopo il divorzio sarebbe stata come «una sacca di pomelli da porta inservibili ad aprire alcunché».
La reazione di Maryann fu: «Ray dice che mi manderà i soldi tutti i mesi e io gli credo». Carver mantenne la promessa, pur borbottando. Quando nel 1988 morì, però, la donna che lo aveva aiutato e finanziato per buona parte della sua vita scoprì di essere stata esclusa dal godimento dei diritti d´autore delle popolari raccolte di racconti e storie brevi di Carver. Al momento della sua morte, i risparmi dello scrittore ammontavano a quasi 215mila dollari. La prima moglie Maryann ne ereditò soltanto diecimila. L´anziana madre di Carver, ne ricevette ancora meno: all´epoca aveva settantotto anni, viveva in una casa popolare di Sacramento, e per sbarcare il lunario era costretta a lavorare in una scuola elementare come “nonna tuttofare”. Sklenicka non definisce tutto ciò un trattamento vergognoso, ma io sono ben lieto di farlo al posto suo.
La biografia di Sklenicka è pregevole perché documenta l´evoluzione di Carver come scrittore, in particolare dopo che la sua carriera incrociò quella di Gordon Lish, che si era auto-ribattezzato “Capitan Fiction”. Il lettore che dovesse dubitare dell´influenza nociva di Lish su racconti come Di cosa parliamo quando parliamo d´amore si ricrederà completamente dopo aver letto il resoconto rivelatore di Sklenicka di questa difficile relazione, in definitiva molto perniciosa.
Nel 1972 Lish cambiò il titolo del secondo racconto scritto da Carver per la rivista Esquire – della quale era editor e nella quale interveniva pesantemente – da I chilometri sono effettivi? (titolo intrigante e misterioso) al noioso E questo cos´è?. Quando Carver, che smaniava di veder pubblicato qualcosa di suo su una rivista patinata, decise di accettare i cambiamenti, Maryann lo accusò di essere «una puttana, di essersi venduto all´establishment». John Gardner una volta aveva detto a Carver che il line-editing non era negoziabile. Carver l´avrebbe anche accettato – la maggior parte degli scrittori disposta a sottoporsi al processo di editing lo fa – ma i cambiamenti apportati da Lish erano molteplici e incisivi. Carver sostenne che «pubblicare su una rivista importante valeva il compromesso». Lish, che aveva cercato senza successo di pubblicare Leonard Gardner (che avrebbe scritto Fat City) intervenendo con mano altrettanto pesante, con Carver ebbe la meglio. E quello fu solo l´inizio.
Gordon Lish fu un bravo editor? Senza dubbio. Curtis Johnson, che pubblicava libri di testo e aveva presentato Lish a Carver, sostiene che Lish avesse un «fiuto infallibile per la narrativa». Come Maryann temeva, però, o quanto meno nel caso specifico di Ray Carver, era di gran lunga più bravo nella ricerca che nello sviluppo. Con Carver, inoltre, egli ottenne ciò che voleva. Forse percepì una debolezza di fondo in Carver (il recupero degli alcolisti si definisce “piacere alla gente”). Forse maturò l´idea che l´insolita scrittura di Carver fosse eccessivamente elitista, con i suoi personaggi «volgarmente inetti» che esprimevano «le loro vistose incompetenze, delle quali era inconsapevole Carver stesso». Ciò non gli impedì di arrogarsi il merito del successo di Carver. Si dice che Lish si vantò e dichiarò che Carver era una «sua creatura». Sulla quarta di copertina di Vuoi star zitta, per favore?, il primo volume di racconti di Carver pubblicato nel 1976, non compare la fotografia di Raymond Carver, bensì il nome di Gordon Lish.
Il resoconto di Sklenicka dei cambiamenti apportati alla terza raccolta di racconti di Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d´amore (1981), è dettagliato e straziante. Ci furono – spiega l´autrice – tre versioni, la A, la B e la C. La versione A era il manoscritto presentato da Carver. Si intitolava Con tanta di quell´acqua a due passi da casa. La versione B era il manoscritto che rispedì indietro in un primo tempo Lish. Aveva cambiato il titolo del racconto e quello divenne il nuovo titolo dell´intera raccolta. Benché Carver ne fosse seccato, nondimeno nel 1980 firmò un contratto vincolante (e senza agente). Subito dopo, la versione C – quella più conosciuta dai lettori – arrivò sulla scrivania di Carver. Le differenze tra la B e la C lo «lasciarono sgomento». «Aveva esortato Lish a metter mano ai suoi racconti» scrive Sklenicka, «ma non si aspettava che usasse una mannaia». Insicuro di sé, Carver era sobrio da soli tre anni, dopo venti di forti bevute; i suoi scambi epistolari con Lish per tutto il processo di revisione del suo lavoro passarono dall´adulazione («sei fantastico, un vero genio») a un ritorno bello e buono alla versione B. Non servì a granché. Secondo Tess Gallagher, Lish al telefono si rifiutò di tornare alla versione precedente. Carver forse non ne capì molto, ma comprese che Lish deteneva il «potere di accedere alla pubblicazione».
Questa scelta obbligata è il nucleo centrale di Raymond Carver. Vita da scrittore. Qualsiasi scrittore si sarà chiesto che cosa avrebbe fatto o farebbe in analoghe circostanze. Di certo, a me è capitato: nel 1973, prima che il mio primo romanzo fosse accettato per la pubblicazione, mi trovavo in difficoltà simili. Ero giovane, perennemente ubriaco, cercavo di mantenere moglie e due figli, scrivevo di notte, speravo in un´occasione. L´occasione venne, ma finché non ho letto il libro di Sklenicka ho sempre creduto che si trattasse dell´anticipo di 2.500 dollari che Doubleday mi versò per Carrie. Adesso mi rendo conto che la vera occasione fu di non finire con Gordon Lish come editor.
Per accorgersi dei cambiamenti più lampanti è sufficiente dare una semplice scorsa alle short story di Beginners e a quelle di Di cosa parliamo: in Beginners la prosa consiste di fitte parti narrative interrotte da raffiche di dialogo; in Di cosa parliamo c´è così tanto spazio bianco nel testo che alcuni dei racconti (per esempio Dopo i jeans) paiono quasi capitoli di un romanzo di James Patterson. In molti casi, l´uomo che non consentiva agli editor di cambiare niente del proprio lavoro aveva ridotto all´essenziale quello di Carver, e a questo proposito Sklenicka esprime un´indignazione che inconsapevolmente o in modo incompetente fa appello a quella di Maryann, e definisce l´editing di Carver fatto da Lish «un´usurpazione». Lish impose il proprio stile alle storie di Carver, e il cosiddetto minimalismo di cui si rende merito a Carver di fatto fu opera di Lish. «Gordon era giunto a ritenere di sapere tutto» dice Curtis Johnson. «Divenne dannoso». […]
«Lish era capace di fare un pupazzo di neve da un cumulo di neve»: così Sklenicka dice della sua versione dei racconti di Carver, ma non si tratta di una metafora indovinata. Meglio fa la biografa allorché, parlando dei cambiamenti apportati da Lish a un brano di Loro non sono mica tuo marito in Vuoi star zitta per favore?, sottolinea che la versione di Lish è «più villana, più volgare e per certi aspetti mette in luce sfavorevole entrambi i personaggi». Carver stesso lo dice bene. Quando la voce narrante di The Fling alla fine si trova ad affrontare il fatto di non avere amore o conforto da offrire al proprio padre, dice di se stesso: «Ero soltanto una liscia superficie, senza niente dentro fuorché il vuoto». In definitiva, è proprio questo l´aspetto sbagliato dei racconti di Raymond Carver come Lish li ha presentati al mondo, ed è ciò che rende sia la biografia di Sklenicka sia le Collected Stories una gradita e molto necessaria rettifica.

Quello che mi rende ottimista

maggio 9, 2011

“Sopdet di Lara Manni, un horror particolarissimo in cui due demoni di grande forza e bellezza si sfidano attraverso il tempo, duellando sullo sfondo dei plumbei cieli italiani delle guerre mondiali e degli anni del terrorismo.”
Non è retorica, davvero non ho parole. Un grazie infinito a Chiara Palazzolo che ha consigliato Sopdet in questa intervista a House of Books.
Ne sono felice, in primis per la stima immensa che ho per lei dai tempi della trilogia (e non dimentichiamoci de “I bambini sono tornati”, che consiglio caldamente).  In secondo luogo perché sono parole che dimostrano che gli scrittori e soprattutto le scrittrici sono capaci di generosità e  di reciproco apprezzamento. e non solo di competitività e rancori, come vulgata vorrebbe. Grazie!

La felicità, il potere e il rifiuto

maggio 6, 2011

Sto leggendo parecchi interventi sulla generazione TQ. Per esempio, quello di Demetrio Paolin (sulla felicità). Poi, la cronaca.
E qualche dubbio me lo sto ponendo. Perché mi sembra che siano proprio i parametri a dover essere cambiati. Dobbiamo, necessariamente, ragionare nei termini di felicità? Non è stata una delle gabbie in cui hanno rinchiuso la nostra generazione? Non ci hanno allevato nell’idea di dover essere felici, anche a dispetto di tutto? E non è proprio questo a far sì che rimaniamo ai margini, perché a forza di cercarla ovunque, anche a gomitate, questa benedetta felicità, continuiamo a vedere negli altri rivali e nemici?
L’altra cosa che mi è piaciuta poco, dalle cronache, è l’idea di voler “superare la linea d’ombra”. Qualunque cosa significhi, non mi piace l’idea di scrivere per cercare la luce (in quali termini? Numero di copie vendute? Presenza ai dibattiti televisivi?).
Mi sembra anzi, come ho già scritto, che ci sia fin troppa luce sul benedetto corpo degli scrittori. Mi sembra che lo spettacolo esiga da chi scrive bell’aspetto, magari un abbigliamento in tono con i contenuti (così il giallista avrà l’impermeabile, chi scrive noir lo sguardo cattivo, le gotiche i guantini a rete, gli horroristi il giusto effetto di luce per fare paura).  Esiga, appunto, corpi e non testi.
A questo, per me, bisognerebbe semmai dire “non ci sto”.
La terza cosa riguarderebbe il fantastico, e la salto perché sapete già cosa penso in proposito.
La quarta, riguarda questa frase:

«l’ intellettuale degli anni zero è percepito come il parassita in una società che deve essere produttiva- dice Federica Manzon – Solo negli anni Ottanta, gli intellettuali avevano più potere, anche economico».

Dovremmo averlo? Ecco, questa è una domanda che mi spiazza. La mia risposta, per quel che vale, è no. Perché il potere è il secondo miraggio che ci è stato inculcato. E dovremmo, semmai, tirarcene fuori.

Facebook e la formattazione del passato

maggio 5, 2011

Due parole su quanto avviene su Facebook. Sì, è pieno di falsi video portatori di virus, ma non è questo il punto. A darmi da pensare è il modo in cui il social network tenta di inchiodare tutti sul presente, cancellando la memoria non solo dei propri post (la funzione di ricerca è inesistente e di quanto si è scritto si perde traccia, se non per alcuni post che appaiono in modo randomico ogni tanto) ma dei gruppi.
Sono molto legata a un gruppo di discussione che ha caratterizzato il mio arrivo su Facebook, nel lontano 2008. Si chiama “Lottiamo contro la scomparsa del congiuntivo”. Mi sono divertita, specie all’inizio, a conversare anche accanitamente sull’uso della lingua italiana e ho conosciuto diverse belle persone. Ora, quel gruppo sta per chiudere. Vi riporto qui, anche per testimonianza di come quella di Facebook sia una convivialità apparente, le parole del fondatore, Giovanni Maria Drogo:

“Cari membri, oggi ho ricevuto una notifica, che mi dice che questo gruppo sara’ ben presto “archiviato” nel nuovo formato. Cosa vuol dire? Vuol dire che sara’ trasformato nel “nuovo” modello, e che PERDEREMO tutti i membri, che saranno obbligati a reiscriversi. La procedura e’ spiegata qui: https://www.facebook.com/help/?page=18966

Da notare che NON mi viene data la possibilita’ di “update” questo gruppo dal vecchio al nuovo formato, cosa che invece e’ stata data ad altri gruppi. Questa possibilita’ garantirebbe il mantenimento dei membri attuali…

Cosa restera’ del gruppo una volta “archiviato”? Poco. Resteranno le foto e le discussioni, che verranno trasformate da FB in ‘wall post’. Ora, come sanno tutti i frequentatori di questo gruppo, le discussioni sono talmente lunghe, belle e complesse qui che trasformarle in wall post e’ una cavolata immensa.

Di fatto, questo gruppo verra’ chiuso d’imperio da Facebook. Perche’ sara’ impossibile per me andare a rintracciare i 95mila membri e chieder loro di reiscriversi.

Non so se avete notato, ma gia’ da un po’ questo gruppo NON era rintracciabile nel motore di ricerca di Facebook, a meno che non si fosse gia’ membri.

Perche’ Facebook fa questo? Perche’ questo gruppo, pur grande, non genera opportunita’ commerciali per FB. Creato nel Novembre 2007, fu il primo gruppo sulla lingua italiana, ed e’ stato imitato poi da molti altri gruppi e dalle “pagine” facebookiane. Il problema? Il nuovo sistema di gruppi – e soprattutto di Pagine di Facebook – e’ molto piu’ utile ai fini commerciali del sito, fini che non erano ancora stati sviluppati in modo chiaro nel 1997.

In soldoni, con questo gruppo congiuntivo Facebook non fa soldi. E ci cancella.

E’ da un po’ che io personalmente ho cancellato la mia pagina personale,vista la scarsissima fiducia che ricopro nei confronti di FB. E a questo punto sono tentato di chiudere il gruppo e cancellare tutto, prima che FB me lo impedisca.

Commenti e consigli sono ben accetti”.

Anche qui, se volete.

Le ragazze che leggono (e scrivono)

maggio 4, 2011

Ci sono scoperte, legate a un libro, che vanno al di là del libro e che mi stupiscono, positivamente. In poche parole: mi sono sempre ritenuta una lettrice forte, da più di un libro al mese. Ma scopro che esiste un’intera generazione, successiva alla mia, che quanto a letture è imbattibile.  Ragazze giovanissime, che gestiscono blog di recensioni, in grado di divorare testi di cinquecento e mille pagine in pochi giorni, di scriverne in una manciata di ore, di confrontarsi in rete su questo e quel romanzo.
Mi colpisce, molto.  Fa anche giustizia di un pensiero diffuso, per cui da una parte ci sarebbe il lettore colto e vagamente snob, che sottolinea a matita il testo sentendosi Virginia Woolf e chiosando mentalmente, e dall’altra il lettore avido e disinteressato e pure un po’ schifato dall’idea di poter diventare a sua volta critico,  che legge ovunque e di qualunque cosa.
L’idea che mi sto facendo è che questa divisione (che, come tutte le divisioni artificiose, non corrisponde alla realtà) non esisteva prima e soprattutto non esiste oggi.  Non fra queste ragazze, che sono insieme lettrici e critiche. Qualcosa, mi sembra, sta cambiando davvero.

L’uomo nero fuggì nel deserto

maggio 3, 2011

L’uomo nero cammina nel buio che gli è consono, da solo, per strade che nessuno percorre. L’uomo nero non ha linee sulle mani. C’è fuoco nei suoi occhi e gelo nel suo cuore. Le donne che possiede sono destinate a non potersi più riscaldare dopo quell’unico amplesso. L’uomo nero è inafferrabile: eppure, è fatto per essere sconfitto. Perché, se non ci fosse, non avremmo la nozione di Bene.
L’uomo nero non è Randall Flagg che striscia fra il granturco. L’uomo nero non è un dio nè un servitore di dei. E’ alto e ha la carnagione scura come  Nyarlathotep, come lui semina distruzione e morte e si lega a terribili fratellanze. Ma è umano.
Umano come Nikolas Stavrogin ne “I demoni” di Dostoesvkij: perché gli uomini hanno bisogno di pensare che esista il Male assoluto e che quel male si concentri in un solo essere.
Con un certo stupore, queste erano le mie riflessioni ieri, mentre leggevo le notizie sulla morte di Osama Bin Laden. Questo dicono i giornali, le televisioni, i siti: “Il mondo è più sicuro”. O, addirittura, “il diavolo è stato cacciato”.
Possibile che sia così semplice? Possibile che gli esseri umani si comportino come i lettori di un romanzo, che hanno bisogno che l’Uomo Nero esista e che venga sconfitto? Possibile che non sappiano che il Male non si incarna mai in un solo individuo?
Così, rileggo “I demoni”. Fatelo anche voi. Cercate questo punto:

“Voi pensate, forse, che io dubiti ancora che il personaggio che mi appare nell’allucinazione sia io stesso e non sia davvero il diavolo”
“E… lo vedete realmente? Vedete realmente una figura ben definita?”
“Sì lo vedo, lo vedo così, come vedo ora voi… e talvolta lo vedo e non sono persuaso di vederlo, benché lo veda… talvolta non so chi dei due realmente esista: io o lui…”

Questo è il motivo per cui i romanzi, che siano grandissimi come quelli di Dostoesvkij o che siano ugualmente grandi ma meno letterariamente celebrati come quelli di King, parlano del mondo in cui viviamo oggi. E della sua stupefacente ingenuità.