Lara incontra Rosencrantz

Quando ho cominciato a scrivere in rete, ho scelto uno pseudonimo: Rosencrantz (da Amleto). Uno di questi giorni,  scriverò un post su pseudonimi, eteronimi e personalità che diventano personaggi. Oggi no. Perchè ho ricevuto un regalo bellissimo. Andrea Cattaneo, che già mi aveva trasformato appunto nel personaggio di un racconto (lo trovate qui), me ne ha regalato un altro. Dove Lara incontra Rosencrantz, e si ritrova nella stessa vicenda raccontata in Esbat. Secondo voi, una scrittrice può desiderare qualcosa di più dalla vita e dai lettori? La risposta è no! Ed ecco il racconto.

Rosencrantz

Un salto sgraziato, le gambe strette al petto e poi giù nelle acque dense del lago. L’ossigeno, risalendo verso la superficie, le faceva il solletico e aveva uno strano suono, da vecchio telefilm di fantascienza.

Che strano sogno, le bollicine parlano…

E le bollicine dicevano: «Sblr-sblr-sblregliati, blrlara-blr. Sblregliati…»

«No», protestò Lara. «Voglio fare il delfino».

«E svegliati!» strillò Eliška.

Lei sgranò gli occhi e urlò fino a esaurire tutto l’ossigeno che aveva nei polmoni.

«Basta! Ricominciamo da capo? Ti pare il momento? Un momento prima sei in piedi scattante, un momento dopo svieni e quasi ci fai ammazzare entrambe!»

Lara si guardò attorno. Era confusa. Era notte. Era su un tetto e le tegole sotto di lei erano lucide e scivolose. Guardò Eliška con un’espressione sofferente e disse solo: «Aaah».

«Pesi, non riesco a tenerti!» Eliška la reggeva per le braccia, e le tremavano le mani. «Ti vuoi alzare o no?»

Lara si aggrappò alla vita della ragazza. «Aaah», mugugnò di nuovo.

«Mi. Stai. Stritolando. Mollami».

«No-o-o. No», ribatté Lara scuotendo la testa.

«Attaccati. Lì», farfugliò Eliška paonazza: le stava indicando un comignolo.

Lara guardò il comignolo, Eliška, poi ancora il comignolo: non era vicinissimo, ma di sicuro sembrava più solido del suo attuale appiglio. Si fece coraggio e si gettò a peso morto contro il comignolo abbracciandolo stretto.

«Ah!» strillò una volta sicura della presa.

«Che hai adesso?» domandò Eliška boccheggiando. «Dobbiamo spicciarci».

«Chiama aiuto! Chiama i pompieri!»

«Smettila di urlare! Sveglierai tutto il palazzo!»

Lara lanciò un’occhiata al tetto del edificio di fronte e agli altri tetti vicini; in lontananza il campanile di una chiesa spuntava di qualche metro da quella distesa di tegole. Una luna enorme e luminosa occhieggiava alta nel cielo.

«Chiama i vigili del fuoco!»

«Smettila di urlare!» strillò Eliška e Lara urlò ancora più forte. Dei cani si misero ad abbaiare e, negli appartamenti del palazzo di fronte, si accesero diverse luci.

«Dove siamo? Chi sei? Cosa vuoi da me?»

«Calmati», disse Eliška avvicinandosi e accarezzandole una spalla. «Siamo sempre a Praga. Io sono Eliška, mi conosci. Ti ricordi? Sì? Brava. Lo vedi quel lucernaio aperto? Sì? L’ha aperto lei, è scappata di là. Vedi che è vicino a te? Basta un passo. Io vado per prima e salto dentro, poi tu mi segui. Siamo d’accordo?»

«No», protestò Lara. «Non mi lascare qui da sola».

«Vuoi andare avanti tu?»

«No».

«Allora facciamo come ho detto», concluse Eliška. «Non avere paura, va bene? Non succederà niente di brutto, va bene?»

Non era per nulla convinta che le cose andassero bene, ma Lara annuì lo stesso; fissava Eliška con due occhi enormi e le tremava il mento. Eliška si mise gattoni e raggiunse il lucernaio, si sporse e saltò dentro. Dal tetto si sentirono solo un tonfo e un lamento, Lara cominciò a pensare preoccupata al salto che separava il lucernaio dal pavimento sottostante: poteva pure rompersi una gamba con un giochetto simile.

«Sto bene», urlò Eliška. «Salta dentro, c’è un letto qui sotto».

«Chiama la polizia!»

«Salta dentro, non mi far perdere la pazienza. Sbrigati o, quanto è vero iddio, ti lascio dove sei! È tutta colpa tua, ricordatelo!»

«No-o», si lamentò Lara, ma alla fine – per quanto le sembrasse assurdo – si ritrovò a gattonare verso il lucernaio; il telaio era abbastanza largo da permettere a una persona di passare. Lara guardò in basso e non vide nulla: era buio pesto là sotto.

«Spicciati», sibilò Eliška.

Chiuse gli occhi e si gettò di sotto rimbalzando su un materasso che sembrava fatto di marmo. L’impatto non fu per nulla piacevole.

«Siamo fortunate», disse Eliška.

«Non direi proprio!»

«Pensavo ci aspettasse qui, sarebbe stato facile farci fuori».

«Mi sono rotta la schiena».

«Non è vero», Eliška la aiutò ad alzarsi dal letto. «Dobbiamo ritrovarla».

«Ma chi?»

«La iena, quella che tenevi nascosta in cantina».

«Senti, io non voglio più fare questa cosa, voglio tornare al mio dannato lago».

«Sì, sì, il tuo “lago immaginario”, non mi ripetere ancora quella storia. Dovevi pensarci prima di metterti a trafficare con i cadaveri. La vipera l’hai creata tu, è una tua responsabilità».

«Io non c’entro niente», Lara picchiò i piedi per terra.

«Se la scoprono perderemo il posto, ti rendi conto? Tu non avevi il diritto di crearla, hai fatto tutto di testa tua come al solito e adesso siamo nei guai. E toccherebbe a te risolvere il problema; io a quest’ora dovrei essere seduta in una birreria con il mio fidanzato».

«Si può sapere di cosa stai parlando?» Lara rifletté un istante. «Hai un fidanzato?»

«No, sto sempre appresso a te. Dannazione!» Eliška accese un fiammifero: «Tienimelo».

Prese dal cappotto una rivoltella, la aprì e controllò che fosse carica. Si guardò attorno come se stesse cercando qualcosa, ma era così buio che a Lara sembrava un’impresa impossibile già uscire dalla stanza.

Il fiammifero si spense.

«Che vuoi fare con quella?» bisbigliò Lara preoccupata.

«Bisogna eliminarla».

«Ma chi?»

«Rosencrantz. Il tuo dannato doppelgänger», Eliška accese un altro fiammifero e glielo passò, la prese a braccetto e, insieme, uscirono dalla camera da letto. «Ti ricordi almeno del caffè Arco?»

«No».

«Ha scatenato una rissa leggendaria tra gli scrittori che lo frequentano, ne sono finiti quindici all’ospedale», Eliška diede un’occhiata al fiammifero quasi spento che aveva in mano Lara, ne prese un altro e glielo accese. «Un amico medico mi ha avvisato, gli scrittori non sapevano chi fosse, avevano solo l’indirizzo di questo palazzo. Rosencrantz si è sistemata bene, guadagna più di me e di te messi assieme e passa da una festa all’altra».

«Come siamo finite sul tetto?»

«Non lo vuoi sapere».

«Perché?»

«Fidati».

«Dimmelo».

«No».

«Dimmelo, dai».

«Quando siamo arrivate era nuda sul tetto e diceva… niente di importante, credimi. Ad ogni modo dobbiamo fare attenzione».

«Attenzione?»

«Sì», rispose Eliška «Molta attenzione, non ti bastava un clone, hai voluto a tutti i costi creare un mostro. Quella, grazie a te, ha gli artigli».

Il fiammifero si spense.

Eliška ne sfregò un altro e lo passò a Lara. Erano in un lungo corridoio su cui si affacciavano diverse porte, un tappeto attutiva i loro passi. Eliška aprì le porte una a una puntando davanti a sé la pistola: le stanze erano tutte deserte. Arrivarono a una scala che scendeva di un piano e la percorsero gradino per gradino come delle ladre.

Arrivate alla fine della scala fecero appena in tempo a vedere il salotto ingombro di mobili eleganti. C’era qualcuno seduto al buio sul divano biedermaier, qualcuno con lunghi capelli bianchi.

Il fiammifero si spense.

Eliška imprecò, fece fuoco tre volte e i lampi illuminarono tre scene surreali: Rosencrantz che correva chinata, Rosencrantz che dava una spallata allo stomaco di Eliška, Rosencrantz che stringeva gli artigli sul volto di Eliška.

Lara si mise a urlare senza una ragione precisa, solo perché non poteva proprio evitarlo. E non accadde proprio nulla.

Eliška e Rosencrantz stavano ancora lottando: si capiva dal fracasso che facevano. Quello era il momento giusto per nascondersi da qualche parte. Ma dove? Lara si mise carponi e si mosse verso il nulla nella speranza di incontrare un buon nascondiglio. Trovò solo un muro e lo seguì tastando con le mani fino a dare una testata a un mobile. Allungò la mano destra e strinse la gamba di un comò.

«Fai qualcosa», strillò Eliška.

«Cosa?»

«Accendi la luce».

«Come faccio? È buio!»

«Porca put…», disse Eliška poi si sentì un tonfo tremendo, lo sfregare contro il pavimento di mobili spostati di peso e una porta che sbatteva. Silenzio.

«Pst», bisbigliò Lara. «Pst, ragazza… come si chiama… pst».

Eliška accese la lampada a gas che era sul comò accanto a lei. «Mi chiamo Eliška».

Lara si alzò in piedi e si guardò attorno alla ricerca di Rosencrantz: «Dov’è andata?»

Eliška si massaggiò le tempie, sembrava intontita. Un rumore attirò la sua attenzione: «L’ascensore! Alzati, dai, forse siamo ancora in tempo!»

Prese per mano Lara e la trascinò sul pianerottolo. L’ascensore, incastrato nel vano scale, stava scendendo rapidamente. Rosencrantz guardava in alto e sorrideva: tolti i capelli bianchi e gli artigli, la somiglianza era impressionante.

Eliška imboccò le scale e Lara fu costretta a seguirla.

«Dove sta andando?»

«Che ne so io?!» strillò Lara che si aspettava un infarto da un momento all’altro.

«Sbrigati!»

L’ascensore era già a pianterreno, Rosencrantz era sparita nel seminterrato. Dopo qualche secondo anche Eliška e Lara arrivarono all’androne.

«È scesa lì sotto, perché?»

«Non lo so», rispose Lara con il fiatone.

«Andiamo».

Scesero nelle cantine illuminate come sepolcri da piccole lampade a gas. Per terra Lara notò dei nastri, spiccavano sul grigio del pavimento perché erano di colori accesi.

«Oh, mio dio non vorrà mica…»

«È entrata là», annunciò Eliška indicando una cantina. Raggiunsero la porta chiusa dall’interno.

«Apri», disse Eliška. «Non ti facciamo niente, dobbiamo solo “aggiustarti”».

«Aggiustarti? Non credo la convincerai così…» osservò Lara.

«Cerca di collaborare, non mi distrarre. Fai la brava, apri, guarda che è meglio anche per te».

Rosencrantz stava dicendo qualcosa d’incomprensibile, Lara si avvicinò alla porta per captare le sue parole.

«Khabs Am Pekht. Luce in estensione…»

«Spara alla serratura, presto!» ordinò Lara.

Eliška prese la rivoltella, allontanò Lara e fece fuoco. Il primo colpo si conficcò nel legno senza scalfire la serratura. Sparò di nuovo e, questa volta, fece centro. Diede un calcio alla porta e la aprì, ma l’interno della cantina era vuoto. A terra, su un tappeto blu pavone, qualcuno aveva tracciato tre cerchi concentrici.

«Il tetto, il soggiorno… era tutto un piano… voleva che io vedessi», disse Lara. Si chinò e vide il piccolo sacrificio che, lentamente, perdeva sangue e colore. «Oh, mio dio».

 

Rosencrantz si strinse la mano sinistra che pulsava e, a giudicare dal dolore, sembrava sul punto di esplodere; l’emorragia andava tamponata in fretta e la ferita disinfettata. Era notte e faceva freddo e lei era finita su un balcone al quarto piano di un palazzo. Si alzò in piedi per dare un’occhiata al paesaggio: una città, un ospedale con le sue lucine rosse e spettrali, e una pista d’atterraggio per elicotteri, traffico, pochi passanti e una luna enorme alta in cielo.

L’esbat era riuscito alla perfezione, ora avrebbe potuto sistemare le cose.

Un uomo aprì la portafinestra e uscì a piedi nudi sul balcone, Rosencrantz si fece piccina addossandosi alla ringhiera. L’uomo si grattò la nuca, non sembrava per niente stupito di vederla. Aveva la faccia stanca e la barba di due giorni; sulla sua t-shirt bianca c’erano schizzi di sangue. Rosencrantz guardò in basso e vide la fasciatura stretta alla mano sinistra dell’uomo.

La giugulare è scoperta, basta uno scatto.

«Non ci pensare nemmeno», disse lui. «Medichiamo quella e andiamo a mangiare, sto morendo dalla fame».

 

 


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2 Risposte to “Lara incontra Rosencrantz”

  1. Valberici Says:

    Eh, sempre assai bravo Andrea. 🙂

  2. Andrea Cattaneo Says:

    Grazie Val, e grazie a Lara che si è prestata a questo gioco 🙂

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