Fire, walk with me

Twin Peaks non esiste: è stata inventata da David Lynch e Mark Frost e  si suppone nello stato di Washington, ai confini con il Canada. Ma ha una mappa e ha avuto un censimento che le ha assegnato 51.201 abitanti.
Anche il Dark Score (che appare anche ne Il gioco di Gerald)  su cui affaccia la casa di Mucchio d’ossa non esiste, ma ha una mappa e una mitologia ben precisa, perché fa parte della geografia kinghiana  che ruota attorno a Castle Rock, luogo dove decine di storie sono state ambientate e ormai più reale del reale.  Al punto che persino in Battle Royale di Koushun Takami uno dei personaggi ne reca il nome tradotto nel giapponese Shiroiwa.
Nulla di nuovo: la creazione di un universo geografico, mappabile, collocabile nello spazio, ritornante nelle narrazioni successive, è una caratteristica ben precisa di King. Al punto che il TR-90 appare  in altri romanzi (The cell, Under the Dome, il sesto libro della Torre Nera).
E’ però  interessante  una caratteristica  a cui accennavo due giorni fa: il male come segreto condiviso di una comunità. Mike Noonan, il protagonista di Mucchio d’ossa, vive a Derry, la cittadina di It. E Derry prospera e cresce sull’orrore. Conosce la propria maledizione e sceglie di ignorarla.
Esattamente come in Twin Peaks. “Non si deve mai rispondere nel momento sbagliato”, dice la Signora Ceppo, uno dei personaggi visionari e profetici (quanto enigmatici) della serie.  C’è dunque una consapevolezza che unisce chi è a parte del segreto nel silenzio, sapendo che fino al momento in cui quella comunità maledetta non verrà violata l’equilibrio sarà mantenuto, e non importa se questo costerà la perdita di singole vite.
Si chiama indifferenza, o anche individualismo, o disinteresse: naturalmente, esiste davvero, e ha prosperato proprio negli ultimi due decenni, in America come in Europa. Non so se Lynch avesse in mente questo obiettivo o se intendesse semplicemente spaccare il cristallo dei generi – come ha fatto, infine – con una serie che mischiava ogni possibile elemento. Sono quasi certa, invece,  che fosse almeno una delle motivazioni di King: Under the Dome non è che il punto di arrivo di una riflessione che dura da anni. La cupola aveva già coperto il suo Maine immaginario, più e più volte.
E, dentro la cupola, c’è un varco. Un luogo dove vivi e morti si incontrano. Anche a Twin Peaks.

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16 Risposte to “Fire, walk with me”

  1. Martina Says:

    Perché, leggendo questo post, penso che gli anni Novanta fossero molto più vitali e ottimisti rispetto a oggi? King pure sembra più incazzato anno dopo anno, più cupo rispetto agli esseri umani, e The Dome che tu citi è uno dei romanzi più angoscianti che abbia letto. Cos’è successo nel frattempo?

  2. G.L. Says:

    La bolla speculativa del 98. Le proteste di Seattle. Lo slittamento del significato dell’espressione “operazione di polizia” in vece di “guerra”. Il Neoliberismo. L’11 settembre. I morti in piazza a Genova. Sì, i Novanta non erano perfetti, ma erano decisamente meglio.
    .
    La signore del ceppo è una delle migliori montatrici del cinema americano. E mica scherzo 🙂

  3. Lara Manni Says:

    Mi hai preceduta. 🙂 Erano anni molto diversi. Considera anche la crisi economica, che non è uno degli ultimi fattori. Sicuramente King è più pessimista. Anche i racconti di “Notte buia niente stelle” sono nerissimi: non so nel romanzo kennedyano quale sarà l’umore, ma sono curiosa di scoprirlo.
    Montatrice?

  4. Marco85 Says:

    Io sono fan del primo King, diretto e pauroso. Per dire che forse se influenza di Lynch c’è stata non gli ha fatto troppo bene.

  5. Lara Manni Says:

    Be’, diciamo che io sono di opinione esattamente opposta 😀 Ma prometto che ne parlerò più diffusamente.

  6. demonio pellegrino Says:

    Mah: in realta’ il male delle comunita’ chiuse non e’ una cosa che hanno scoperto King o Lynch: e non e’ cosa recente.

    La massa rabbiosa che assale Anna, ne “Non aspettavano altro” dell’italianissimo Dino Buzzati ne e’ prova lampante…

  7. Lara Manni Says:

    Onore al merito per aver citato Buzzati 🙂 Naturalmente no: non lo hanno scoperto loro. Però mi incuriosisce questa collisione, limitata a Twin Peaks per Lynch, mentre per King è una costante.

  8. demonio pellegrino Says:

    Mi sono spiegato male, nella fretta. E’ vero che King di Under the dome e’ molto pessimista, ed e’ pure vero che pare sia diventato piu’ pessimista di una volta. Pero’ non credo che il tutto sia dovuto ad un peggioramento della situazione mondiale. Per questo citavo Buzzati che gia’ sul finire degli anni 50, con quel racconto, descrive una collettivita’ meschina, violenta, ma che ha un suo equilibrio fino a che lo straniero arriva e scardina suo malgrado l’equilibrio e crea il casotto. E li’ la speranza non c’e’: anzi,..c’e’ anche il giuda compagno.

    Io adoro Twin peaks. Ma ho odiato Mucchio d’ossa. Fu il libro che mi fece sospendere la lettura di King per una decina d’anni. Voglio vedere dove vai a parare.

  9. Lara Manni Says:

    Hai odiato Mucchio d’ossa? Per curiosità, perchè? Pensa che è uno dei romanzi kinghiani che amo di più. Anzi: è il romanzo che riprendo in mano quando sto per ricominciare a scrivere.
    Buzzati aveva fiuto e veniva, comunque, da un periodo storico catastrofico. King ha altrettanto fiuto e non vede, almeno secondo me, un bel mondo attorno a sè. Il finale di The Dome, che può essere narrativamente contestato, è davvero una possibilità risicata data agli uomini. Molto lontano dagli happy-quasi-end Bene sconfigge Male degli altri romanzi. E “Notte buia niente stelle” è un trionfo di scoramento.
    Ps. Non “parerò” necessariamente. Prendi questi post come una serie di appunti su come due autori possono influenzarsi a vicenda. E su quello che, almeno a me, possono insegnare 🙂

  10. Demonio Pellegrino Says:

    Mi sono chiesto anch’io perche’ Mucchio d’ossa mi fece quell’effetto. Era l’ultimo di una serie di libri kinghiani che lessi di un fiato, serie che mi pare includesse il gioco di gerald, misery, la zona morta e altri che non ricordo. Comunque forse ero stufo, ed ero mal disposto nei confronti di King, visto che nessuno dei libri di quel gruppo mi aveva esaltato come mi avevano esaltato in passato Christine o A volte ritornano o stagioni diverse o il talismano.

    Fu anche il primo libro di King che lessi in inglese, e forse questo gioco’ a suo sfavore: mi ricordo che dovetti andare a verificare in varie occasioni il significato dei termini, e questa cosa m’indispose (ovviamente non e’ colpa di King, ma della mia mancanza di un inglese adeguato all’epoca…solo che e’ come quando vai in un ristorante e sei incazzato col mondo: mangi male perche’ sei mal disposto…l’autore ovviamente non ha nessuna colpa. Anche perche’ poi adesso invece l’inglese di King e’ uno degli elementi che piu’ amo in quell’autore. Solo che secondo me per amarlo devi avere un inglese superiore a quello necessario per altri libri, perche’ altrimenti ti perdi tutti i giochi di parole; e all’epoca, semplicemente, non ce l’avevo).

    Poi la storia: la trovai noiosa, non mi prese. Non riuscii ad entrare, era come se guardassi dei pupazzetti muoversi su un paesaggio noto. Non saprei descrivertelo meglio. Pero’ mi ricordo che lo chiusi (forse era il 1999), e non toccai King fino a Duma Key, nel 2008.

    Dovrei provare a rileggerlo, forse. Non so.

    Buzzati per me se la gioca con Calvino per uso della lingua e capacita’ di creare atmosfere che trasmettono al lettore quel senso di oppressione, tempo perduto e disperazione che tanti autori provano a veicolare non riuscendoci. Pero’ e’ opinione mia personalissima.

    Su Twin Peaks quando avrai finito ti diro’ cosa penso. Ma prima devi finire!

  11. Lara Manni Says:

    Buffo. E mi interessa il tuo parere dopo rilettura eventuale. “Mucchio d’ossa”, almeno per me, è una delle storie più dolorose di King: è la storia di un lutto reale, il punto di svolta di King da una fase di scrittura a un’altra. E’ vero, in un certo senso King è divenuto più “lynchiano” dopo quel romanzo. E’ vero, le prime storie hanno una felicità che nelle successive stempera nella cupezza. Eppure io sento più vicine a me le seconde, per folle che possa sembrare.
    Concordo ancora una volta su Buzzati (che adoro) e attendo il parere finale.

    • Vale Says:

      Non direi folle. Anche a me piace molto il King di oggi, è… non so, è più maturo? No, non è esatto, così mi pare di denigrare i romanzi precedenti.

  12. demonio pellegrino Says:

    Aspetta: temo di essermi spiegato male un’altra volta, allora. Non ho detto che il King “moderno” mi piaccia di meno di quello antico. Duma Key e under the Dome per me sono al top. Solo che QUEL libro, mucchio d’ossa, non mi piacque, e determino’ una sospensione della lettura kinghiana per un decennio.

    Poi, per esempio, del King antico non mi piacque per niente Needful things. Cosi’ come del King moderno non mi e’ piaciuto Notte buia.

  13. Lara Manni Says:

    Neanche Notte buia? In effetti un comune denominatore fra i tre titoli c’è: sono i più cupi, imho…

  14. demonio pellegrino Says:

    Notte buia mi e’ sembrata l’ennesima riproposizione di storie gia’ ampiamente raccontate dal king stesso e con miglior fortuna…piacevole lettura, ma niente di piu’.

    Under the dome e’ parecchio pessimista e cupo, eppure mi e’ piaciuto molto. Non credo sia il pessimismo a non farmi piacere un libro di king. Boh. Considera per esempio che la serie della torre nera la trovo insopportabile per il momento: prolissa, noiosa, inconcludente. Sono al secondo libro, ma dubito andro’ avanti.

  15. Lara Manni Says:

    Che dire? Io sono Torre Nera-addicted, per esempio: è vero, lo stile è diverso. Ma tutto il mondo di King trova nella saga della Torre la sua spiegazione e la sua coerenza…

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